“Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata” - Antonio Rosmini “La donna è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé” - Vincenzo Gioberti “Quelle poche voci femminili che si innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale della loro uguaglianza formale, hanno più avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi. [...] Le donne che ambiscono ad un nuovo ordine di cose, debbono armarsi di pazienza e abnegazione, contentarsi di preparare il suolo, seminarlo, ma non pretendere dì raccoglierne le messi” - Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Della presente condizione delle donne e del loro avvenire, in Nuova Antologia, vol.1, 1866 “Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e la democrazia opportunista” - Anna Maria Mozzoni, perorazione del suffragio universale, 1881

Oggi e i filamenti di ieri

Riappaiono periodicamente, come le feste comandate, o come le ondate di varicella che decimano a casa le classi scolastiche. L’anno scorso a Roma, quest’anno a Milano, davanti alla Clinica Mangiagalli. Appare come per magia, nottetempo, come un fantasma, a sottolineare una qualche forma di presunta moralità, riga sulla lavagna a dividere i buoni dai cattivi, libertà di espressione che vuol affogare la libertà di un diritto regolamentato dallo Stato con una legge, la 194 del 22 maggio 1978.

Riappare tra il 3 e 4 febbraio con la formula di voler rivangare tra la coscienze, soprattutto quelle femminili, anche se le coscienze femminili, se si soffermassero un momento, si ricorderebbero che, tutto sommato, il riconoscimento dei loro diritti politici e civili è Storia più che recente, tutta scritta in un tre quarti di secolo ultimo e che, spesso, tra il riconoscere un diritto, con tanto di numerino di legge, di data, di applicazione e il poterne appieno godere c’è tutta una serie di impedimenti e ostacoli, quando non un abisso.

In tre quarti di secolo, dunque, sono state scritte tutte le norme che definiscono e sottolineano l’emancipazione di quello che da sempre veniva definito e catalogato come sesso debole; tre quarti di secolo che ci riportano al 1 febbraio del 1945 quando, con il decreto legislativo n°23 del governo Bonomi, il diritto di voto viene esteso anche alle donne e il suffragio diventa effettivamente universale. Si trattava di un diritto riconosciuto un po’ tardivamente nel panorama occidentale dal momento che nel Regno Unito, nei Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti, nell’America Latina, tale diritto era consolidato già da diversi anni. Più che un diritto, più di una presa di coscienza, l’impressione era quella che alle donne fosse stata fatta una “concessione” sul piano politico senza ulteriori implicazioni sul piano civile, e senza la garanzia di una piena e riconosciuta  autonomia di cittadine. In realtà, a voler ben vedere, il diritto di voto non era neanche proprio del tutto universale dal momento che rimanevano escluse le prostitute che “esercitano il meretricio fuori dai locali autorizzati”. 

Per un ulteriore passo avanti verso l’uguaglianza di genere bisognerà aspettare l’entrata in vigore della Costituzione, il 1 gennaio 1948, in particolare con gli art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, …) e 51 (Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…).

In realtà, benché la Costituzione garantisse l’uguaglianza formale tra i due sessi, restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti nel periodo precedente e, in particolare, quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale: la famiglia, la morale comune, la società, nonostante la nuova normativa, relegavano le donne a subalternità e, più che individui, dovevano essere icone: mogli e madri, con nessun problema se non quelli di soddisfare il marito e crescere i figli.

Donne alla stregua di “accessorio” del capofamiglia, senza neanche il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi o di gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito, o di donare, alienare beni immobili, contrarre mutui, senza l’autorizzazione maritale, sottoposte a condanne, dai tre mesi ai due anni di carcere, per adulterio.

Sul piano del lavoro, peraltro mal retribuito, spesso ridotto alla metà rispetto al compenso di quello degli uomini, echeggiavano ancora le parole dell’enciclica papale Rerum Novarum: “Certi lavori non si confanno alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del debole sesso” o lo slogan: “La maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo”, mentre sul piano dell’istruzione si poteva concedere quella che ne facesse “un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa”.

Donne, quindi, spinte dentro le mura domestiche dove vigeva lo jus corrigendi, il potere correttivo che comprendeva anche la coazione fisica, in sostanza maltrattamenti e botte. Abolito nel 1956, lo jus corrigendi era punibile, fino ad allora, solo se provocava un ricovero ospedaliero di almeno venti giorni, e ci dà l’idea di un’Italia che, fino a qualche decennio fa, si comportava come tanti altri Paesi che adesso noi additiamo come modelli negativi.

Anche per quanto riguardava gli incarichi pubblici, i “posti”, specie per i settori come l’istruzione, sembravano più snobbamente ceduti che conquistati, una seconda e unica scelta rispetto agli uomini che, a parità di istruzione, potevano ambire a carriere più prestigiose e remunerativamente più appaganti mentre, per l’ingresso nella Magistratura, si è dovuto aspettare il 1956 quando alle donne venne concessa la partecipazione alle giurie popolari e ai tribunali minorili, e il 1959 per vedere istituito il Corpo di polizia femminile con compiti sulle donne e sui minori: le funzioni riconosciute sono ancora quelle legate all’estensione della figura materna e il loro intervento viene giudicato opportuno in tutti quei casi in cui i problemi debbano essere risolti “più che con l’applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna”.

Il resto è ancora tabù, tant’è che, nel 1958, il concorso per uditore giudiziario, primo gradino della carriera in Magistratura, precisava che i candidati dovevano essere di sesso maschile. A dieci anni dall’entrata in vigore della Costituzione la parità nei concorsi statali non era ancora assolutamente rispettata e bisognerà aspettare il 1963 per vedere formalizzata la possibilità per le donne di essere ammesse a tutti i pubblici uffici senza distinzioni di carriere né limitazioni di grado, e il 1981 per essere ammesse nei ruoli dell’amministrazione di Pubblica Sicurezza con parità di attribuzioni, di funzioni, di trattamento economico e di progressione di carriera.

È lampante che, in un clima e in una considerazione di questo tipo, negli anni 60/70 si arrivasse alla percezione che, nonostante gli articoli della Costituzione parlassero chiaro sul piano formale, sul piano concreto i diritti raggiunti non fossero completi perché ancora schermati da consuetudini sociali e culturali che frenavano una reale parità, un’emancipazione completa. I movimenti e le associazioni nate da questo malcontento generalizzato diedero l’avvio a tutta una serie di battaglie e manifestazioni di piazza che portarono al dibattito di nuove riforme, di norme, di nuovi diritti, a partire dal 1963, quando il matrimonio non fu più ammesso come causa di licenziamento garantendo alle donne un’autonomia economica nei confronti del coniuge, attraverso il 1968 quando l’adulterio femminile non venne più considerato reato, al 1970 quando verrà approvata la legge sul divorzio. Nel 1971 venne abrogata la legge che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori con il carcere e, mentre la Chiesa nel 1968 condannava aspramente la contraccezione, nel 1969 la pillola cominciava ad essere venduta anche in Italia come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1975 con la riforma del Diritto di Famiglia fu riconosciuta anche alle madri la patria potestà, mentre nel 1977 viene riconosciuta la parità di trattamento nel campo del lavoro. Nel 1978 viene approvata la legge sull’aborto, nel 1981 sparisce il “motivo d’onore” come attenuante nell’omicidio del coniuge infedele e nel 1983 si stabilisce la parità tra padri e madri per i congedi dal lavoro per accudire i figli. E poi ancora, fino al 1996 quando vengono emanate le norme contro la violenza sessuale che puniscono lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale, come in precedenza, e tante altre fino ad arrivare a oggi.

Senza il malcontento degli anni ‘60 saremmo rimaste al palo del “potresti ma non puoi”, anche se tanto si può, e deve, ancora migliorare.

Emblematico del periodo fu un libro, nato da una corposa raccolta di lettere che le lettrici scrivevano alle varie rubriche dei rotocalchi, e pubblicato da una giornalista, Gabriella Parca, nel 1959: “Le italiane si confessano”. Per la prima volta le donne di ogni strato sociale raccontavano, in prima persona, le delusioni, i ricatti subiti, le prevaricazioni, i pregiudizi, i rapporti con l’altro sesso, le umiliazioni, i sogni disattesi.

Il libro, riprodotto in più edizioni fino al 1977 e tradotto in più lingue, suscitò un vero scandalo ma al contempo sollevò un velo sulla condizione femminile di un’epoca.

Cesare Zavattini nella prefazione dell’edizione del 1959 scrisse: “L’Italia è ancora un grande harem, la nostra è ancora una società fatta di quello che si tace e non di quello che si dice”.

Pier Paolo Pasolini nella presentazione della terza edizione del 1960 scrisse: “È quello che succede sempre quando si approfondisce qualcosa in Italia: si sorpassa facilmente l’incrostazione superficiale di modernità e ci si ritrova subito in strati di civiltà inferiore, storicamente superata”.

Se guardiamo i cartelloni, certe scritte sui muri, se osserviamo la cronaca delle famiglie così perbene e perfette all’apparenza, i dati dei sondaggi istituzionali, le carenze, l’andarsela a cercare, se raccogliessimo le lettere delle donne e delle loro condizioni generali, se avessimo uno Zavattini o un Pasolini ai quali affidare un commento, chissà cosa scriverebbero oggi. Magari farebbero un semplice copia e incolla.

 


Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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