“Rosa,” Leni si staccò dalla parete per venirmi incontro. Una guardia alzò il braccio: “Torna a posto!”. “Che facciamo?” Disse lo Spilungone, aggirandosi confusamente per la sala. “Il tenente ha dato l’ordine di tenerle tutte qui,” rispose la guardia, “nessuna deve uscire. Neanche quelle che non hanno ancora mostrato sintomi.” “Ne è appena svenuta un’altra,” avvertì lo Spilungone. Mi voltai a controllare il corpo che avevo visto steso. Era Theodora. Trova qualcuno che pulisca il pavimento.” “Queste muoiono” disse lo Spilungone. “Mio Dio, no,” si agitò Leni. “Chiamate un medico, vi prego.” “Vuoi stare un po’ zitto?” Disse la guardia allo Spilungone.

Le assaggiatrici – Rossella Postorino

Ordini

So che lo chiederete, un giorno.

“Come hai potuto?”

Cercherete qualche segno fissandomi con occhi spalancati, increduli, atterriti.

Sarò seduto forse in una stanza spoglia, su una sedia scomoda; oppure in un bar, di fronte a una birra e qualche amico; oppure, ancora, davanti a una fila di fucili che mirano al mio petto, o con il collo infilato dentro a un cappio.

“Come hai potuto?”

Mi chiederete come ho fatto, così timido e obbediente; io, dolce e mansueto, un pezzo di pane, uno che raccoglie gli uccellini per rimetterli nel nido se li trova caduti sul sentiero. Come ho potuto strattonare per il braccio delle donne, dei bambini o vecchi inermi  e trascinarli per la strada come sacchi, o spingerli con forza su un vagone troppo pieno; come ho fatto a prendere i neonati, a scaraventarli in aria e poi sparare, oppure afferrarli per i piedi e sbatterli con forza contro un muro, ancora e ancora e un’altra volta, senza curarmi delle urla immense delle madri, delle grida e le bestemmie, dei loro pianti inconsapevoli e infiniti, di quel dolore che gridava forte fino a entrare di peso nelle ossa.

“Come hai potuto farlo, come?” Mi griderete a un centimetro dal naso, mentre la vostra saliva mi bagnerà il viso.

Mi guarderò i palmi delle mani, e starò zitto. Le ginocchia un poco aperte, le mani appoggiate sulla stoffa dei calzoni, rivolte al cielo come coppe slabbrate che non sono più in grado di contenere nulla, nemmeno un filo d’acqua.

Tirerò un sospiro che mi solleverà le spalle, così come sto sospirando ora nel pensarvi.

Poi alzerò gli occhi lentamente, cercando tra i pensieri e le emozioni quella singola parola che possa spiegare.

Incontrerò i vostri occhi.

E non la troverò.

Io non so se un giorno scopriranno un qualche interruttore nel cervello che spegne la capacità di dire no, di ribellarsi, di fermarsi un istante prima di provocare tutto quel dolore, quello che io ho guardato in faccia senza fare nulla, quello che io stesso, con queste stesse mani aperte a coppa, ho provocato.

Ma tu, proprio tu che starai a un palmo dal mio naso chiedendomi “come hai potuto?”, con gli occhi rabbiosi del giusto; oppure tu, che mi guarderai seduto dall’altra parte del tavolo, davanti a una fetta di salame e un bicchiere di vino e aspetterai masticando placido la risposta, la giustificazione, la mia motivazione… tu, voi, non eravate lì, dove ero io.

Non saprete mai quanto possa costare un no. E quanto invece sembri mite il prezzo da pagare.

Mi guardavo intorno e sapevo – per Dio se lo sapevo! – che la scelta non c’era, non era contemplata. Quando in un negozio, in tutti i negozi c’è una cosa sola in vendita, per quanto ti disgusti, alla fine, quello compri.

E ci siamo abituati a pensare in comparti, a vivere come cani ammaestrati, a ripeterci che erano loro, i responsabili di tutte le miserie, i dolori, le paure.

Loro chi? Ah, ma quello è ininfluente. Oggi l’ebreo, domani il rom, mercoledì l’italiano, giovedì il negro, venerdì le donne con troppi grilli per la testa. Tutti, tranne me, tranne noi burattini con i fili legati intorno ai polsi. Qualcuno ci informerà di certo, di chi sarà la colpa. E a noi andrà bene.

Colpa di cosa? Di qualsiasi cosa vada storta. Un responsabile per tutte le stagioni, altro da me. E non lo dico mica io, me lo ripetono in continuazione: non sei tu, sono loro. Loro. Loro. Loro. Loro…

Finché, alla fine, ti piace. Te lo fai piacere. A forza di simulare entusiasmo per paura, lentamente ti trasformi, come un mostruoso pupazzo di fanghiglia nelle mani di un bambino dispettoso. All’inizio lo fai per convenienza, per non averli contro. Poi cominci a dubitare, e poi a crederci ogni giorno un po’ di più: partecipe, poi complice, finalmente carnefice entusiasta.

Chi era troppo debole ha fatto in modo di evitare, senza strombazzarlo in giro: un colpo in canna, la pistola girata dalla parte sbagliata ed ecco, era finita; oppure un fiume freddo, una corda gettata oltre la trave nel fienile, un detersivo nel bicchiere. Un giorno c’era, il giorno dopo no: semplice e codardo. Oppure è sparito nella notte, trascinato via da braccia forti in uniformi di fustagno, inghiottito dal buio, cancellato dalla memoria tra colpi di tosse e di vergogna.

Si obbedisce agli ordini e ci credi a quello che ti viene detto giorno dopo giorno. All’ inizio, magari, un poco scettico lo sei e chiedi che ripetano, ti chiedi se siano proprio sicuri, di quello che sostengono, degli ordini che danno.

Ma poi, alla fine, in quell’ angolo remoto dove regna il buio, quello che non hai mai avuto voglia di esplorare fino in fondo, senti qualcosa che si muove. Là, dove tutto è sempre stato immobile e sepolto: come una mano che esce prepotente da un cumulo di terra e si spalanca esultante verso il cielo; come una bestia chiusa in una gabbia stretta, che finalmente riesce a frantumare ogni barriera per scapicollarsi frenetica in un prato e poi fuggire via.

Lo sai benissimo che in quel preciso istante loro hanno vinto e tu hai perduto, ma non ti sei mai sentito tanto libero e potente.

Così non è un problema restare lì a fissare delle donne che si contorcono per terra temendo, da un istante all’ altro, di morire. Non c’è alcuna differenza, non è importante che non sia loro la colpa, che siano della mia stessa stirpe, età e colore, ormai non più: con tutto quello che hai già fatto, cosa vuoi che importino quattro donnette scialbe che mangiano tre gustosi pasti al giorno? Mi hanno detto che sono cavie, topi, scimmie da laboratorio e non importa se si tengono la pancia e piangono, con il viso arrossato e le guancia immerse in una pozzanghera di vomito. Non mi interessa, guardarle morire ormai è il meno, con tutto quel che ho fatto. Che vuoi che sia una morta avvelenata, due o tre, fossero anche cento, cosa importa – non sono stato io, quella volta davvero non è stata colpa mia! – dopo che ho ripassato a fucilate corpi inermi, spinto sopra treni come bestie esseri umani spaventati, morti che respirano, dopo tutto quel che ho fatto?

E così, torniamo al vostro punto di domanda. “Come hai potuto?”

Alzerò gli occhi e li conficcherò nei vostri. Volete una risposta semplice e precisa, che spieghi senza appello e io ce l’ho, ve la regalo. Misto tra vero e falso, buona per ogni stagione e occasione.

Un attimo apparente per pensare, un sospiro profondo, le mani a coppa appoggiate sulle gambe, un bagno tiepido per la mia coscienza e, un po’, anche per la vostra: “Erano gli ordini.”

 

 


 


Il libro…

  • Titolo: Le assaggiatrici
  • Autore: Rosella Pastorino
  • Prima edizione: 2018

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo ha pubblicato
La mareggiata in un barattolo
per Harper Collins Italia, collana eLit, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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