La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro.

Fabrizio De André

Perché Sanremo è Sanr. Ah no!

Vi immagino seduti a spendere cinque minuti di pausa. Rimanete seduti e provate anche voi a immaginare le grandi epoche storiche, i cambiamenti, le domande rimaste sul tappeto verde insieme ai dadi fermi, fino al prossimo lancio.

All’inizio furono il Brodo Primordiale e il Big Bang a originare, e lasciare in eredità, la prima domanda: “È nato prima l’uovo o la gallina?”

Poi venne il 1951, il primo Festival di Sanremo trasmesso in diretta in radio e, con lui, la seconda domanda ferma: “È nato prima Sanremo o la polemica sanremese?”.

E, adesso, il 2019 con la terza domanda epocale in tempi che dovrebbero essere più che illuminati: “Sono nate prima le streghe o la caccia alle streghe?”.

Siete ancora lì seduti? Sì? Bene! Allora converrete con me che l’attualità del periodo ha avuto un unico comune denominatore, il Festival, in tutte le salse, partendo dalla solita versione iniziale “tanto sono solo canzonette” fino a scomodare esponenti di Governo, della Chiesa, il rimaneggiamento della legislazione: tra crociate e messi in croce un vero putiferio. Mai edizione di Festival è stata tanto flagellata, mai scia sanremese ha portato effetti così sorprendenti, mai la canzone è stata così discussa, soppesata.

Eppure il sessantanovesimo, quello dello Yin e dello Yang, doveva essere “il Festival dell’Armonia, dell’incontro tra gli opposti, della conciliazione generazionale”, lo specchio dei gusti musicali di tutti, svecchiato nella rigidità dei soliti schemi e nelle sonorità, non solo italica melodia ma rap, trap, rock, elettronica, sperimentazione, e incontro delle diversità.

È stato invece il Festival della polemica per eccellenza. Polemica iniziata, ancor prima che debuttasse lo spettacolo musicale, nel corso della conferenza stampa di presentazione ritenuta, da una certa corrente di pensiero, troppo politicizzata; polemica che ha toccato un po’ tutti i temi “caldi” del periodo, gonfiandosi di serata in serata, mettendo in discussione la meritocrazia e assumendo, per alcuni, i connotati di una vera e propria strumentalizzazione mediatica e politica su integrazione e migranti, senza tralasciare le sempreverdi questioni legate ai concorrenti esclusi, ai conflitti di interesse, al possibile plagio per alcuni testi in gara, ai compensi del direttore artistico, presentatori e ospiti, ritenuti sempre troppo elevati,  alla composizione della giuria di qualità, al sistema voto, alla classifica finale con tanto di vincitore super contestato, fino a far diventare quasi un “caso politico” la vittoria di Mahmood.

In una parola, un gran polverone. Polverone che gravita sul Teatro Ariston come il fungo atomico gravitò su Hiroshima.

Nessun Sanremo, e l’evidenza lo dimostra, ha mai avuto così tante prese di posizione a ridosso dell’ultima serata.

Quasi nottetempo, ancora al caldo di tutto, ecco comparire un progetto di legge a favore della canzone italiana, della tradizione canora trasmessa in radio:

la musica non solo passatempo ma racconto della nostra vita, della nostra cultura, dei luoghi e dei sentimenti; promuovere la musica italiana significa sostenere l’industria della cultura nel nostro Paese e, quindi, le tante persone che ci lavorano. […] Le emittenti radiofoniche nazionali e private debbono riservare almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Inoltre una quota “pari almeno al 10%  della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani, è riservata alle produzioni degli artisti emergenti”. Si stabilisce inoltre che “la vigilanza sull’applicazione della seguente legge è affidata all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni […] e a fronte della reiterata inosservanza delle disposizioni di cui alla presente legge, può in ultima istanza disporre la sospensione dell’attività radiofonica da un minimo di otto a un massimo di trenta giorni.

In buona sostanza una programmazione a “quote” già in vigore in Francia dal 1994 con l’approvazione della legge Toubon sull’uso e la promozione della lingua francese in tutti i contesti, con una programmazione in radio di canzoni francesi pari al 40%, compresi i cantanti sconosciuti come opportunità per arrivare al grande pubblico. In Spagna la quasi totalità della programmazione è dedicata alla produzione spagnola, mentre l’Inghilterra è l’Inghilterra, ossia,  musicalmente parlando, un altro pianeta.

La proposta di legge rientrerebbe quindi in un panorama europeo che già ne beneficia ma il discorso – ampio e controverso, che sta alimentando il dibattito generale di addetti ai lavori o meno – è stabilire quanto essa sia necessaria, premesso che, di Radio dedicate alla musica italiana, ce ne sono diverse, che le Radio trasmettono in base al target di utenza, e se obbligare nelle scelte non sia un controsenso dal momento che l’alternativa offerta dalle varie piattaforme musicali esterne è quanto mai varia e di facile accesso e già rappresenta la prima via di fuga da una Radio che non si sente più così “propria”. Insistere con la programmazione obbligata quando si vive e si gira con playlist personalizzate sembra più un azzardo che una vera conquista dal momento che la canzone italiana, quando è di qualità, si salva da sola e da sola va in Radio e va ovunque.

È comunque interessante che si riparli di Radio proprio in questi giorni con la prima trasmissione in radio che compie, in questi giorni, quasi cent’anni: 23 febbraio 1920, in Cornovaglia. In Italia bisognerà aspettare il 6 ottobre 1924 e poi il 1976 per vedere infranto il monopolio Rai. Fino ad allora l’unica musica alternativa era Radio Montecarlo o Radio Capodistria, quando si prendevano e quando no, con musica un po’ più d’avanguardia, con le canzoni censurate, Dio è morto  di Guccini tanto per ricordarne una, oppure bisognava affidarsi a quelle che potremmo definire le piattaforme meccaniche esterne di allora, i Jukebox, tre canzoni cento lire. La liberalizzazione dell’etere ha portato allo scoperto le Radio Pirata che trasmettevano in modulazione di frequenza (FM) e che da lì in poi si chiamarono Radio Libere e crebbero esponenzialmente, con diversi target di utenti.

Cambiava finalmente la musica, in tutti i sensi. Almeno fino ad oggi.

Non meno pesante e surreale la polemica che ha investito Virginia Raffaele e le sue presunte invocazioni al satanismo. Per lei si sono addirittura scomodati un esorcista, Don Aldo Buonaiuto, che ha definito la gag dell’artista “uno scivolone sconcertante”. “Un intrattenimento grossolano che scherza con il dolore delle vittime” ha tuonato l’Associazione Internazionale Esorcisti.

Capisco e condivido le preoccupazioni espresse da Don Aldo Buonaiuto. Non sottovalutiamo il problema delle sette sataniche con tutti i problemi connessi. Ascoltiamo con attenzione gli esperti che ci aiutano a combattere il fenomeno, la presa di posizione di Matteo Salvini.

D’altra parte cosa si può pretendere se, sempre da un esponente del Governo, in una trasmissione televisiva di portata nazionale, viene spiegato ai telespettatori che la colpa del surriscaldamento globale è da attribuire a Satana? Se sul sito del Miur è stato accreditato un corso di aggiornamento per insegnanti di ogni ordine e grado su “Esorcismo e Preghiera di Liberazione” attivabile sul portale S.O.F.I.A. (Sistema Operativo per la Formazione e le Iniziative di Aggiornamento), quattrocento euro per quaranta ore di lezione obbligatorie da tenersi a Roma dal 6 all’11 maggio? Se ci sembra di essere ripiombati nel buio della Santa Inquisizione? Cosa si può pretende se ci si dimentica che la scuola è laica, e quindi dovrebbe essere esente da Crocefisso, ma vogliamo appendere anche aglio e paletto di frassino e dimentichiamo che con quelle due martellate al muro non è escluso che ci cada in testa un pezzo di intonaco dal soffitto?

Cosa si può pretendere se in una scenetta della Raffaele che ripropone una vecchia canzone, con un grammofono che si incanta, torna indietro e parte l’ironia sul backmaskingquella tecnica tanto in voga negli anni ‘70 tramite la quale era possibile incidere dei messaggi subliminali nei dischi eseguendo i brani al contrario – non si coglie <!– l’umorismo perché si è a caccia di streghe a tutti i costi? Se ci si dimentica che in passato era diventata una vera mania cercarli e spesso si finiva con l’essere vittime di illusioni acustiche dando ai suoni distorti significati immaginari? Parecchia discografia, all’epoca, ne aveva risentito: dai Beatles ai Rolling Stones (con Sympathy for the Devil principalmente), dagli Eagles agli AC/DC, dai Pink Floyd ai Led Zeppelin, dai Black Sabbath ad Alice Cooper. Insomma, musica sentita e risentita e siamo ancora qui, nella nostra normalità.

Il Festival di Sanremo da sono solo canzonette a specchio dei tempi. Tempi bui. Sembra non si riesca ad andare oltre. Sembra sempre di tornare indietro. Si parla di Tav ma stiamo sempre più girando sul monobinario del trenino Lima. Avanti e indietro. Su e giù tra oggi e gli anni ‘70 quando quasi tutto doveva ancora cominciare ma verso i quali, a volte, ci sentiamo spinti.

Ma non era “Perché Sanremo è Sanremo”?



Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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