Fenice, figlia della morte, | mirabile puerpera! | Tu non t’innalzi al nido, ma al rogo. | Così pronta, non a partire, ma a perire: | morte levatrice; tu generi te stessa, da te stessa, | tu sei per te | madre e figlia. | Tu sorgi così, frutto | Fragrante del tuo funerale; | tu succedi a te stessa | rinnovata dal tuo annientamento; o morte |  feconda! O sacri profitti di un sacrificio prezioso! | Vivi, o dolce prodigio! | Vivi e basta a te stessa!

Richard Crashaw, Genetliaco ed epicedio della Fenice

Phoenix

Rinascere ogni volta.

Così, senza aver scelto, in una fiamma alta che mi immola in un istante e mi trasforma. Niente piumaggio, o becco, o ali. Non c’è più nulla se non un lungo grido; poi ritorno, rinnovata e sempre uguale, pigolando.

È un grido alto e lancinante il mio, che si leva fino alla fine delle nubi, verso il sole e poi ancora oltre. È un canto così raro che forse mai nessuno lo ha ascoltato. O forse sì, e chi ha avuto modo di sentirlo si sarà chiesto cosa fosse quella nota alta e piena di dolore, di bellezza e nostalgia che ha risuonato limpida a squarciare un giorno come un altro, senza preavviso o seguito.

Un attimo, un istante, una fiammata alta e poi più nulla, se non un mucchio grigio e polveroso, come le montagnole che abitano il fondo dei camini. Odore di bruciato, una piccola piramide ordinata: ceneri.

Questa sono io, un pugno di cenere che sorge, ancora e poi ancora, da sé stessa. Ritorno volta dopo volta ad osservare i tempi che si srotolano innanzi, i giorni e le stagioni, le piogge, i mille soli sorgere e morire dietro l’orizzonte, le nevicate, le piene dei fiumi e le montagne che si stagliano nette e che poi vengono mangiate da quel tempo stesso che le ha viste nascere.

Io sono lì, a guardare tutto questo, memoria dopo memoria, mi accendo per poi spegnermi e riaccendermi di nuovo in un ciclo regolare e stanco, come un respiro lungo quanto i secoli. So piangere e curare, so cantare una sola nota in quell’unico istante in cui mi perdo per tornare da me stessa, rinnovata e umida del fuoco come se avessi appena rotto il guscio del mio inesistente uovo.

Senza inizio né fine, dicono di me, e così deve essere, credo, perché non mi ricordo della prima volta, quando accadde che dalla cenere appena spenta emergesse un’ala, e poi un’altra, e gli occhi, le piume, il becco forte e i miei artigli. Ricordo tutto, tranne quel primo istante che forse non ci fu. Devo essere nata insieme al tempo, ai mondi, al buio e alla luce, insieme al primo rumore e alla prima polvere di stelle.

Unico esemplare condannato all’eterna solitudine, sono un diamante fragile che ormai non ha più nulla da esplorare: ogni angolo del mondo, io l’ho visto non una ma centomila volte. Ho perso il conto, la voglia e lo stupore. Mi aggiro in cerchi alti respirando aria già vissuta, ho perduto la sorpresa qualche esistenza fa e, davvero, ora mi manca. Quando esisti da sempre, non c’è più nulla che valga veramente la pena di vedere un’altra volta.

Eppure c’è una piccola speranza. A volte, quando la fiamma porta via quello che ero, per farmi ritornare a quello che sarò, capita che un lieve alito di vento soffi via con sé qualche granello e lo trascini chissà dove. Sottile, sempre più sottile, la mia immortalità sta diventando fragile come ali di farfalla, trasparente come l’acqua e l’aria.

L’eternità è un senso stanco, immobile e indifeso e io confido che prima o poi, in un giorno di vento o in una notte di stelle, anche l’ultima lacrima di cenere verrà portata via, lasciandomi finalmente abbandonata al sollievo del riposo.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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