INVIDIA . Lector In Invidia
Divieto di Non Assembramento. Pink Floyd a Venezia: un Concerto per l’Europa
In 23 Aprile 2020 da Redazione Seven BlogStanchi del solito tragitto soggiorno, cucina, camera da letto con tappa in bagno? Della spesa fatta solo nel supermercato possibilmente più vicino a casa? Delusi dal vostro bau che non fa pipì a comando secondo le vostre esigenze e vi costringe tra quelle quattro mura? Di dover frenare le scuse per andare almeno in farmacia altrimenti siete costretti a liberarvi del corredo per far spazio nei cassetti a tubetti e pastigliette varie? Insofferenti al solo pensiero del percorso senza soste intermedie, quasi monacale, casa-lavoro, lavoro-casa? Di non ricordarvi il prezzo della benzina al litro e di poter stare, quasi in riserva, senza patema, ancora per almeno quindici giorni?
Se la risposta è Sì allora venite qui su Seven, però prima andate a fare il pieno e magari, già che ci siete, fate dare una controllata all’olio e alla pressione delle gomme. E non dimenticate il Telepass. Destinazione Venezia: zaino d’ordinanza, K-Way serie non si sa mai, stivali di gomma ma solo se siete grandi pessimisti, scarpe comode, ma comode per davvero, perché arriveremo in pieno sciopero dei mezzi pubblici e si dovrà scarpinare per un bel po’. In compenso ricordatevi solo i documenti personali mentre non servono i biglietti d’ingresso per il concerto perché l’evento è gratuito. Scordatevi anche le file ai tornelli e i controlli, non ce ne saranno.
Contenti? Si viaggia, si cammina per chilometri a piedi, ci si raduna a più non posso in un momento collettivo unico nella Storia della Musica in Italia.
Mai più così sarà lo slogan imperante da ogni parte si sia guardata, a posteriori, tutta la questione.
Mai più così neanche per noi, proiettati adesso, 15 luglio 1989, con trent’anni in meno sulle spalle, in uno dei concerti del secolo, il più importante di una lunghissima tournée mondiale, A Momentary Lapse of Reason Tour, durata la bellezza di tre anni. Concerto che ha superato per magia anche i precedenti svolti in Italia e surclassato, di gran lunga, anche quello del gran finale, nel giugno del 1990, nella prestigiosa cornice del festival di Knebworth in Inghilterra. Un concerto ricordato ancora oggi come un sogno o come un disastro ma, in ogni caso, indimenticabile e ineguagliabile.
Pronti? Si parte!
Anno 1989. In radio impazzano i Queen con I want it all e Like a Prayer di Madonna, nelle discoteche ci si scatena con la Lambada, le sale cinematografiche si riempiono grazie a Robin Williams con L’attimo fuggente. Da più di un anno è obbligatorio, in auto, l’uso della cintura di sicurezza tranne che a Napoli (adorabile Napoli) dove hanno inventato la maglietta con la striscia nera disegnata a prova di Polizia Stradale; l’obbligo del casco in moto, invece, è già in vigore da tre; la benzina costa milletrecento lire al litro (sessantasette centesimi di oggi ma, comunque, ci si lamentava lo stesso). Mediaset sta ancora battagliando contro il monopolio della Rai, diatriba di immemore memoria, che finirà solo un anno dopo con la legge Mammì e, nel mentre, si ristampano i testi di Storia per riportare i fatti di Piazza Tienammen e la caduta del Muro di Berlino. I Pink Floyd portano anche in Italia il loro tour. Venezia accarezza l’idea di candidarsi come la città ideale per Expo 2000.
Anno 1989, 15 luglio, Venezia nel giorno della Festa del Redentore, dei foghi, la più sentita tra le celebrazioni locali. Venezia di allora. Una città che negli anni ‘80 doveva ancora raggiungere un flusso turistico pari a quello attuale (dove si contano trentacinque milioni di arrivi annui) e dove la gestione dei grandi numeri era ancora un problema a volte lasciato al caso, anzi, a volte quasi neanche percepito come problema non cercando dunque, per tempo, le soluzioni per affrontarlo al meglio e a testa alta. Venezia alle prese con gli ultimi interrogativi a poche ore dalla materializzazione dell’evento internazionale “Venice, the Lagoon”, un più nostrano “Pink Floyd a Venezia”, evento in cartellone e pubblicizzato nel tour program già mesi prima che il gruppo sbarcasse in Italia. Venezia ancora divisa tra i Sì e i No più affilati, Venezia impreparata, o volutamente impreparata, che viene presa letteralmente d’assalto dagli spettatori.
Venezia divisa in tanti punti di vista, ognuno con le proprie ragioni.
Il primo fu lo scintillio dell’Idea iniziale. Artefice fu il promoter Francesco “Fran” Tomasi, veneziano, ottimista, visionario, sognatore, che solo l’anno prima, per l’8 settembre 1988, allo stadio di Torino, aveva allestito lo Human Rights Now, un live-evento con Peter Gabriel, Sting, Bruce Springsteen e altri, per celebrare, in Italia come nel resto del mondo, l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e sostenere l’azione di Amnesty International.
Fran Tomasi, un numero uno nel suo campo, e un’idea iniziale nell’essenza semplice: far risaltare ancora di più a livello internazionale la propria città con un evento di portata tale da essere ripreso dalla Rai e trasmesso in Mondovisione e, in più, fare un regalo ai propri concittadini nel giorno della festa per loro più popolare, quella Festa del Redentore nata per ricordare la fine dell’epidemia di peste del 1575-1577, e che si celebra ancora oggi, ogni anno, il terzo sabato di luglio. In breve un’idea del tipo: Pink Floyd su un palco allestito su una enorme zattera ancorata nella Laguna, pubblico, riprese tv, visibilità mondiale per Venezia, fuochi d’artificio tradizionali come finale.
L’idea piacque alla band. E d’altra parte, i Pink Floyd, nei loro tour, da sempre avevano cercato di fare concerti in spazi prestigiosi, dove “il contenitore” potesse diventare parte integrante e armonica della scenografia stessa. Accettarono quindi con entusiasmo, ancora una volta nel più prestigioso tra i suoli italiani, dopo gli Scavi di Pompei nel 1971 e Cinecittà nel 1994. Entusiasmo al punto da integrare, con diverse centinaia di milioni, i costi dell’evento stesso che, principalmente, fu finanziato dalla Rai con un miliardo di lire. Il concerto fu trasmesso in Mondovisione, incluse l’Unione Sovietica (in differita) e contemporaneamente nelle due Germanie per una volta unite nel segno della musica, e seguito da cento milioni di telespettatori di cui ventisette milioni negli Stati Uniti dove l’evento fu trasmesso via cavo al prezzo di dieci dollari.
Il secondo furono le aspre polemiche che la gestione del mega evento scatenò tra gli entusiasti sostenitori che vedevano nell’evento sia un ritorno di prestigio a livello internazionale che un biglietto da visita come candidatura di Venezia per Expo 2000 e gli accaniti oppositori preoccupati dal fatto che la città, e Piazza San Marco in particolare, non fossero adeguatamente attrezzate per accogliere le decine di migliaia di persone previste, dagli eventuali danni agli edifici conseguenti al volume sonoro e dall’immagine di decoro. Entrambe le posizioni, come spesso succede, avevano giusti punti di riflessione ma un tavolo per le trattative non si volle mai veramente trovare. Nel mentre i giornali locali tuonavano e titolavano catastroficamente “Il campanile a rischio crollo” e i quesiti si fermavano a un “Perché proprio i Pink Floyd?”, sottintendendo la certezza di orde di selvaggi barbari drogati al seguito, e in arrivo.
Pro e contro a oltranza, senza margini di mediazione, fino a poche ore prima dell’inizio dello spettacolo. Chiaramente il vento delle polemiche era più di ordine politico che meramente tecnico, con la Giunta traballante e alcune sedie istituzionali che sembravano poter saltare da un momento all’altro. Un polverone tra Sì e No al punto da interpellare, per un parere finale, la Soprintendenza per i Beni Culturali che, all’ultimo momento, stabilì il compromesso di limitare il volume del concerto a 60 decibel e di vietare l’allestimento dei bagni chimici per motivi estetici, decisione, questa, che ebbe conseguenze disastrose. A poche ore dal concerto il Vice Sindaco firmò l’autorizzazione finale per lo svolgimento dell’evento senza che si fosse spenta la polemica e senza attivare alcuna organizzazione di ordine pratico.
Il terzo punto da considerare fu l’arrivo dei fan e la loro accoglienza in una città lagunare, in pieno sciopero dei mezzi pubblici, impreparata e presa letteralmente d’assalto dagli spettatori, circa duecentomila, arrivati da ogni dove fin dalle prime ore del mattino, se non dal giorno prima. La stazione, le piazze, i monumenti, i palazzi storici, l’intera città, insomma, divenne un grande campeggio a cielo aperto con migliaia e migliaia di persone che si snodavano ininterrottamente tra calli, calli larghe e callette verso Piazza San Marco creando ingorghi, imbuti soffocanti e pericolosi, senza barriere di sicurezza e senza anche una seppur minima gestione di percorso obbligato da parte delle forze dell’ordine che arrivarono solo alle cinque del pomeriggio dello stesso 15 luglio, caricando e cercando di mettere in fuga centinaia e centinaia di ragazzi respingendoli nelle stesse calli e callette dalle quali erano arrivati, in senso opposto a quelle che altri ragazzi stavano percorrendo per raggiungere la Piazza. Altri arrivarono via mare prendendo posto fin dalla mattina, e quanto più possibile, davanti al palco, su gondole, barchette, gozzi, motoscafi, e qualunque altra imbarcazione, anche di fortuna, purché in grado di galleggiare.
Solo in quel momento fu chiaro che, Venezia, stava affrontando un evento, straordinario come quello, in maniera totalmente inadeguata. Di fatto Venezia, non solo aveva abbandonato la band al suo destino – a tal punto che i Pink Floyd dovettero perfino affittare, per conto proprio, le transenne che avrebbero delimitato le aree rosse nel tentativo di arginare il pubblico – ma si preparava all’avvenimento come se fosse in guerra con negozi chiusi, con barricate improvvisate, e nella città mancava tutto. Senza i bagni le persone furono costrette ad arrangiarsi trasformando intere aree della piazza in latrine a cielo aperto mentre i locali affacciati sulla piazza strariparono di gente nonostante avessero alzato eccessivamente i prezzi in vista dell’enorme afflusso. Un bar si ritrovò con le vetrine sfasciate. Una bottiglia d’acqua diecimila lire. Non lo si scrive come nota giustificativa ma piuttosto come nota di folklore.
Le persone, per riuscire a vedere e seguire al meglio il concerto, si arrampicarono sui tetti degli imbarcaderi, sulle impalcature, sulle postazioni per l’illuminazione dei palazzi che, a quel punto, rimasero spente.
Il quarto lo cogliamo direttamente dal palco innalzato e adattato su una piattaforma galleggiante (97 metri di lunghezza, 27 in larghezza, 24 in altezza), fatta giungere da Trieste con dei rimorchiatori e ancorata a tre/quarti, per esigenze di riprese televisive, nell’ambientazione spettacolare e delicata dello specchio d’acqua di San Marco, di fronte a Palazzo Ducale. Le riprese televisive imporranno anche un tempo limite al concerto pari a 90 minuti e una conseguente riduzione dei brani in scaletta, da 23 a14. Dovranno essere abbreviati anche gli assoli di Gilmour.
Alle 21 e 45, puntualissimi, tra soffi di vento, temporali lontani, stormi di uccelli e il rombo di un aereo immaginario che passa, i Pink Floyd si presentano ad uno ad uno sul palco, David Gilmour per ultimo sulle note di Shine on you crazy diamond con la Fender al collo e l’emozione ovunque.
Padroni della scena, il caleidoscopio inizia a girare vorticosamente con il palco che si inonda di luci, di flussi di colore, di laser, di grandi macchine robotiche roteanti. La scaletta dei brani si snoda fluida, mentre sullo schermo circolare passano immagini psichedeliche, voli impossibili e fantastici, filmati ed effetti che, insieme ai laser illuminanti la Laguna e Piazza San Marco, offrono un colpo d’occhio sensazionale, straordinario e per certi aspetti futuristico, completando la parte visiva dello spettacolo che, diremmo oggi, è stato multimediale. Uno spettacolo che, superando il rock vero e proprio, entra di diritto nella categoria del sogno.
La band cominciò con Shine on you crazy diamond e finì, magistralmente, 14 pezzi dopo, con Run like hell, con il palco avvolto da un tripudio di suoni (che da 60 decibel arrivarono a picchi di 90-92), luci, fumi e laser che ne punteggiavano l’atmosfera, quasi a esplodere nel fiume di musica, insieme ai fuochi d’artificio conclusivi del concerto che anticiparono di pochi minuti quelli finali, e istituzionali, per la Festa del Redentore, i foghi di Venezia. Quelli però sparati abbondantemente sopra ai 107 decibel.
Il quinto è nelle fotografie del giorno dopo. Un cumulo di trecento tonnellate di spazzatura, cinquecento metri cubi tra lattine e bottiglie vuote, escrementi lasciati indietro dalle migliaia di persone a cui non erano state date alternative. La calca mal organizzata perse scarpe, borse, magliette, occhiali. Venezia perse credibilità. I rifiuti che ricoprivano la piazza non furono appositamente rimossi subito ma lasciati alla mercé degli occhi di chiunque fino a lunedì pomeriggio, permettendo che per oltre un giorno deturpassero piazza San Marco e per dare tempo ai fotografi e ai reporter di raccontare l’inferno e spedendo al mondo intero la cartolina di un gioiello architettonico e artistico deturpato. Appositamente si soffiò ancora per alzare il vento delle polemiche nonostante non ci fossero stati incidenti di rilievo e le paventate devastazioni ai monumenti fossero rimaste circoscritte a uno scarabocchio di pennarello su una colonna che venne ripulita dall’organizzazione, così come l’organizzazione si accollò le spese delle operazioni di pulizia e i danni delle vetrine sfasciate del bar.
Il Gazzettino, il principale quotidiano locale, il giorno dopo, uscì con una famosa prima pagina che mostrava l’immondizia davanti alla cattedrale di San Marco col titolo “Mai più così”, a sottolineare il disastroso day after. Ne parlò come di una tragedia per la città, paragonabile addirittura solo all’alluvione del 1966. Il resto della stampa nazionale riportò invece, principalmente, il trionfo dell’evento e, altrettanto principalmente, l’inequivocabile disorganizzazione delle maestranze veneziane nel gestire un evento di tale portata.
Venezia potè solo sognare Expo 2000 che si svolse, invece, ad Hannover.
Fran Tomasi, che con quel concerto ci rimise la carriera, un anno fece tappezzare la città di manifesti con le gondole, le barche, la folla, i riflessi colorati sulla laguna, i palazzi e i monumenti splendidamente illuminati dalle luci del palco in acqua, e la scritta “Mai più così“.
Mai più così anche per chi c’era, per chi ebbe la fortuna di ascoltare i Pink Floyd quel 15 luglio 1989, Festa del Redentore, quel concerto iconico sopra a quella zattera con una scenografia naturale tra le più belle del mondo, quel pezzo di Storia della Musica, quell’amalgama di rock e ballate già destinate all’eternità e riducendo al ruolo di minimi termini le polemiche al vetriolo profuse a ettolitri. Il resto fu solo euforia e sogno. Mai più così.
Pink Floyd - Venice - July 15th 1989 - Italian News Reports.
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