Il vuoto dentro

Nel buio della mia cameretta, con la testa sotto il cuscino, cercavo di soffocare i singhiozzi, volevo il posto di Riccardo, il destino era stato cattivo con noi, avrebbe dovuto dare a me la morte, a lui la vita.

Avevo tredici anni, uno scricciolo di ragazzina, magra e ancora senza forme, con un carattere che mi portava a stare per conto mio. Ero crescita adorando mio fratello, aveva sette anni più di me ed era sempre bravo in tutto: vivevo nella sua ombra. Mamma e papà mi riservavano poche attenzioni, ma mi accontentavo.

Quel giorno pioveva a dirotto, Riccardo era uscito con il motore e da ore non rispondeva alle chiamate. Mamma non stava ferma un secondo e papà era scuro e teso. Squillò il telefono, dovevano correre in ospedale: mio fratello aveva avuto un incidente.

La loro corsa fu inutile, lo trovarono disteso su un tavolo di marmo e tra le lacrime e le urla di mia madre non fu facile riconoscerne il corpo, ma la realtà era là, sotto i loro occhi.

Mamma perse ogni equilibrio mentale, a volte pretendeva da me la luna, altre volte non mi considerava proprio. Papà diventò un uomo invisibile, stava sempre zitto, non sorrideva mai. Io brancolavo nella ricerca di rifugio in cui placare il mio dolore, ma la loro sofferenza era così grande da trascinare anche me nell’abisso.

Quando tornai a scuola e i miei compagni mi ignorarono, ero invisibile ai loro occhi così come mio padre voleva esserlo al mondo.

Nella classe a fianco c’era un ragazzino bruno a cui avevo affidato, senza che lui lo sapesse, il mio cuore. Si chiamava Mirko e desideravo le sue attenzioni, lo immaginavo come il mio consolatore.

A casa, cercavo di stare con i miei il meno possibile, mi chiudevo in camera e trascorrevo ore al computer. Per prima cosa cercavo il profilo di Mirko su Facebook o su Instagram. Conoscevo a memoria ogni sua foto e ogni suo post, poi guardavo i profili delle altre ragazze. A volte indossavano abitini succinti e, nei loro selfie provocanti, avrei voluto esserci io. Mi sembravano bellissime e prendevano anche tanti like. Mi feci coraggio e postai la mia prima foto. Mi sentivo volgare, ma non lo ero più quanto non lo fossero loro nei loro post. Quasi istantaneamente vidi la notifica e con desiderio l’aprii. Non vidi nessun like, solo un commento che mi gelò: – Ah! bene… anche lo scheletrino si è messa a fare la puttanella!

Iniziai a tremare, lessi più volte il messaggio, non mi sbagliavo, non c’erano scuse, era proprio Mirko che aveva scritto quelle cattive parole su di me. Freneticamente cercai di cancellare l’immagine e il commento, ma la fretta e la paura mi resero lenta, cancellai il post, ma pochissimi attimi dopo lo vidi rilanciato sulla home. Si avvicendarono i messaggi, ironici e volgari, vidi risate, lessi più volte la parola scheletrino.

Fu un tutt’uno alzarmi e guardarmi allo specchio, ero veramente molto magra, le gambe filiformi spuntavano da sotto la gonna come due stecchini, non avevo tette. Quello specchio raccontava impietosamente quanto fossi brutta.

La mattina dopo rubai dal cassetto di mia madre un reggiseno, lo indossai e lo riempii di ovatta. Seppur finte quelle protuberanze mi facevano sentire bella. A scuola nessuno mi si avvicinò e nessuno, mi rivolse la parola.

All’uscita di scuola accesi il cellulare; mi avevano aggiunta in un gruppo di Instagram. Pensai che volessero scusarsi con me, invece…

– Avete visto scheletrino? Ha le tette finte…ahahah

– Brutta era e brutta resta…

– Ahahahah

– Avete visto le gambe?

– Scheletrino Tettefinte, nome e cognome ahahah…

Arrivai sin sotto casa in lacrime, mi fermai sotto il portone e mi asciugai il viso.

Mamma stava peggio del solito, non aveva cucinato nulla per me; al posto di Riccardo aveva messo tutto, ma quello era il pranzo di mio fratello. Presi un panino dalla dispensa e delle fette di salame dal frigorifero e quello fu il mio pasto.

Mi chiusi in cameretta senza sapere che fare. Non volevo guardare il cellulare, non volevo leggere quelle brutte cose, ma la curiosità mi vinse. Scoprii che ero stata eliminata dal gruppo e invece di essere felice mi sentii ancora più sola.

Fu così che la mattina seguente, andando a scuola, mentre attraversavo il ponte sul fiume mi fermai a guardare l’acqua scorrere. Aveva un fascino incredibile, mi chiamava. Salii sulla spalletta del ponte e prima che i passanti potessero rendersene conto ero già in acqua, era gelida. Sentii un tonfo vicino a me, due braccia mi presero e mi trascinarono a riva. E fu lì che vidi, vicino al mio, il volto di mio padre e sentii la sua voce: – No, tu no! … non posso perderti…

 

Caterina Levato

Caterina Levato

Emotivamente razionale, curiosa per principio, sognatrice per scelta. Ama vagabondare tra le parole raccogliendo gocce di poesia.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.