Prego, accomodati!

Roma – Palazzo Montecitorio – Camera dei deputati – Codice rosso: finalmente, dopo le tante, troppe vittime di violenza di genere, l’urgenza di nuovi e più significativi provvedimenti è stata percepita anche nelle stanze della politica approvando il testo del Disegno di legge AC 1455-A che introduce, nel nostro ordinamento, il tanto agognato Codice rosso a tutela di tutte le donne vittime di maltrattamenti in famiglia, violenza sia sessuale che psicologica, atti persecutori, lesioni aggravate.

Rosso non a caso. Rosso come l’urgenza. Rosso come corsia preferenziale: alla violenza non devono essere concessi né ulteriore tempo, né spazio per la morte annunciata, né cassetti dove sottovalutare e dimenticare le pratiche narranti denunce, né le attenuanti di usi e costumi geografici.

Rosso come acceleratore dei tempi della giustizia, dell’avvio tempestivo di tutti i procedimenti preventivi e penali al fine di allontanare la persona violenta, dell’ancora di sicurezza in mezzo a infinite carte bollate quiescenti.

Rosso è la trasmissione immediata della denuncia di reato al Pubblico Ministero; rosso sono i tre giorni (e ripeto tre, non trentatré) entro i quali essere ascoltate dal P.M., e quindi, senza inutili ritardi, incaricare le forze dell’ordine preposte ad assumere informazioni per le necessarie verifiche e per garantire i dovuti provvedimenti.

Rosso è l’inasprimento di pena per la violenza sessuale, lo stalking, le botte in famiglia.

Rosso è il riconoscimento del ‘reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti’, il nuovo articolo del Codice Penale, l’art. 613 ter, la tutela contro il revenge porn, la ‘vendetta pornografica’.

Rosso è l’articolo del Codice Penale che prevede dagli otto ai quattordici anni di carcere per chi aggredisce una persona con lesioni permanenti al viso tali da deformarne l’aspetto; rosso è l’ergastolo, senza benefici, permessi, misure alternative, se lo sfregio provoca la morte.

Rosso è lo stop alle nozze forzate usando violenza, minacce oppure approfittando di inferiorità psico-fisiche o facendo leva su precetti religiosi. Rosso è, o dovrebbe essere, l’azzeramento delle ‘spose bambine’.

Rosso è l’istituzione di specifici corsi di formazione obbligatoria per il personale che esercita funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria.

Rosso non è la castrazione chimica per chi commette il reato, rimanendo, per chi la caldeggia, come punto all’ordine del giorno nei futuri dibattiti.

Milano – Milano Design Week – Piazza Duomo – Maestà Sofferente: così è intitolato l’allestimento della piazza più famosa del capoluogo lombardo in occasione di uno dei momenti più attesi dell’anno, la 58esima edizione del Salone del Mobile, la più importante fiera mondiale

Donna con Palla al piede, Gaetano Pesce

del settore, il meglio della creatività internazionale radunata sotto i cieli della Madonnina, tantissime presenze da tutti i Paesi, alberghi presi d’assalto, Rho Fiera (ex Expo 2015) in fibrillazione, il Fuorisalone con installazioni, esposizioni, performance artistiche, ad aumentare l’attrattiva nei quartieri e palazzi più prestigiosi. Dal 9 al 14 aprile Milano si fa vetrina sul mondo tra oggetti per la casa, e non solo, con pezzi classici, di design e xLux e coglie l’occasione per l’inaugurazione di ‘Episodio 1’, la prima porzione di quello che diventerà, entro il 2022, il Museo del Design e che raccoglie duecento icone della creatività Made in Italy dal Dopoguerra al boom degli Anni ‘80 per raccontare trent’anni di sperimentazione di materiali e tecniche, di cambiamenti dei codici estetici, di epocale rivoluzione dei bisogni e dei consumi: tra questi, la radio Brionvega, gli stivali MoonBoot, la Olivetti Lettera 22, la poltrona a forma di bocca di Gufram, la sedia super leggera di Giò Ponti e, non ultima, la poltrona Up 5&6 di Gaetano Pesce, la poltrona ‘Donna’ con la ‘Palla al piede’ la cui trasposizione costituisce la Maestà Sofferente installata in Piazza Duomo e inaugurata domenica scorsa.

Maestà sofferente

Maestà Sofferente è, dunque, una trasposizione, il rifacimento a una poltrona, la Up 5&6, ideata nel 1969, esattamente cinquant’anni fa, dall’architetto, scultore, designer Gaetano Pesce per la Cassina&Busnelli di Novedrate (B&B Italia dal 1973): alta otto metri, in poliuretano rivestito di vetro-resina, ne ricalca la forma con l’aggiunta di centinaia di dardi conficcati nella carne a ricordare gli abusi che le donne subiscono ogni giorno e, nell’intenzione del suo creatore, rappresenta, quindi,  il corpo femminile violato. Attorno una serie di piedistalli sorreggono le teste di belve che fanno scempio non solo del corpo ma anche della volontà e dell’anima della donna.

Maestà Sofferente, che possa piacere o no come scultura, deve essere osservata e ‘letta’ partendo dall’inizio, dalla sua nascita, dal suo primitivo significato.

Maestà Sofferente è figlia di una corrente creativa progettuale che, negli Anni ‘60, prende le distanze e si contrappone al pensiero architettonico razionale secondo il quale la forma doveva essere direttamente derivata dalla funzione. Il design diventa, perciò, mezzo e occasione per esprimere le proprie emozioni, le proprie sensazioni, il proprio pensiero spesso legato all’uomo e alla società; è l’azzardo per la sperimentazione di nuove tecniche e materiali insoliti, il tentativo di conciliare la fusione arte-utilità.

Maestà Sofferente è il prodotto, quindi, di quella avanguardia architettonica radicale che vide Gaetano Pesce tra i suoi maggiori esponenti insieme a Piero Gatti, Cesare Paolini, Franco Teodoro, gli ideatori della Sacco per Zanotta, una poltrona semplice e non convenzionale, la poltrona di Fracchia, simbolo degli italiani davanti al capoufficio.

Maestà Sofferente deriva da una serie, Up1, Up2, Up3… Up7, in commercio dal 1969 fino al 1973. Nonostante questo breve periodo il successo delle sedute fu enorme. Alcuni modelli, divennero simboli universali, la maggior testimonianza del Made in Italy, del disegno industriale senza tempo, un fenomeno culturale, elementi di esposizione permanente nei più significativi musei del pianeta, al punto che, nell’anno 2000, furono rimessi in produzione in colori e materiali più consoni alle esigenze del periodo e consegnati nella forma definitiva e non, come allora, sottovuoto.

Maestà Sofferente è la rappresentazione di un processo creativo che, nel suo iniziale esprimersi, voleva scavare nel profondo dell’uomo e rievocare esigenze primitive e inconsce partendo da elementi di anatomia e biologia umana, se pur ristrutturati in un contesto di fantasia. Up1, una seduta bassa e concava, rimanda, per esempio, al globulo rosso mentre Up5, una seduta alta, il capolavoro assoluto, è un omaggio alla donna ripensata come grembo materno, simbolo di nascita e protezione, con forme avvolgenti, sinuose, abbondanti, un simbolo di fertilità come nelle veneri paleolitiche, con i due grandi seni a caratterizzare la parte superiore dello schienale e la parte inferiore a richiamare le cosce, così che, quando ci si siede ci si sente avvolti e protetti come quando si era bambini o, ancor prima, si era immersi nel liquido amniotico, l’habitat primordiale in cui tutti si riconoscono.

Maestà Sofferente è l’evolversi della metafora Up5&6 dove Up6 è il poggiapiedi sferico che, collegato con un filo alla Up5, rappresentava, già al momento dell’ideazione del prototipo, una denuncia, una critica alla fatica,  alla vita dura alla quale sono costrette le donne specie in certe parti del mondo, l’idea di una  società castrante il mondo femminile, la palla al piede, la catena, per costringere all’immobilità servizievole negando emancipazione. Maestà Sofferente, con i suoi dardi, è la presa di coscienza dell’evoluzione della violenza, il suo crescendo in questi cinquant’anni di apparente affrancamento e rivalutazione del sé.

Maestà Sofferente è polemica da parte dei movimenti femministi. Tante polemiche, basta fare un giro tra le principali testate giornalistiche. Maestà Sofferente è oggetto di atti vandalici contro l’idea della “donna come solo oggetto di arredo”.

Roma e Milano come fiumi di parole. Alla Jalisse.

Roma che produce parole ma deve aspettare le decisioni del Senato perché le parole possano essere concretamente significative. Milano che produce parole perché ci si sente offesi da una installazione del Fuorisalone che durerà il tempo di una settimana.

Nel rispetto di tutti, pur essendo sempre dalla parte delle donne, francamente non vedo la necessità di tanto clamore, anche se poteva essere prevedibile. Credo nessuna si identifichi e possa ritenersi offesa dalla rappresentazione della scultura in sé nel suo significato originario, mentre tutte e tutti dovremmo piuttosto guardare i dardi, che sono ancora tanti, e auspicare in una legislazione concreta. Diversamente ci si perde giusto in chiacchiere e si rischia di guardare, offesi, il dito e non la luna indicata.

A ognuno la propria riflessione. La poltrona virtuale l’abbiamo. Prego, accomodati! Visto mai che arrivino fiumi di parole alla Jalisse?


Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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