Prigionieri

Mi ricordo che da bambino volevo sempre andare a casa di mio cugino perché, nella sua stanza, quando battevi le mani, si accendeva la luce. Passavamo giornate intere a vedere quella luce che si accendeva e spegneva fino a quando il sensore si ruppe e mio zio non volle più ricomprarlo.  Dopo quarant’anni la tecnologia ha fatto passi da gigante e ora dal mio divano riesco ad accendere e spegnere tutte le luci della casa e non solo.  Da quando ho installato Google Home, con un comando vocale, riesco a comandare tutti gli elettrodomestici. Certo ho dovuto adeguare l’impianto elettrico di casa alla domotica ma i soldi spesi per il benessere sono sempre soldi spesi bene.

«Metti la playlist Pino Daniele su Spotify» e Google Home mi fa ascoltare la musica in tutte le stanze della casa. «Riproduci Narcos su Netflix» e Google Home manda la mia Serie preferita sulla TV del salotto. «Aggiungi la pasta alla mia lista della spesa» e non ho più bisogno di carta e penna. «Accendi il forno e imposta il timer a 30 minuti per la torta» e non mi devo preoccupare più di nulla. Google Home mi ricorda tutti gli impegni della giornata, mi avvisa se c’è traffico e se devo portare l’ombrello. Con lui hai sempre un dizionario a portata di mano e un traduttore gratis.  Google Home sa tutto: quando gioca la tua squadra del cuore, quante calorie contengono gli alimenti, qual è l’andamento della borsa. Con lui puoi parlarci come se avessi sempre un amico in casa ed io ormai gli chiedo consigli su tutto. Del resto la mia dipendenza da Google era già preoccupante: gli lascio gestire lo smartphone e l’auto da molto tempo.

Da tre giorni, però, mi è arrivato a casa anche l’assistente vocale di Amazon e Google Home non l’ha presa molto bene. Alexa – la mia nuova assistente – ha una voce femminile, calda, profonda che ti arriva al cuore. Certo non mi conosce a fondo come Google, ma lei riesce a leggermi gli audiolibri e, soprattutto, posso acquistare i prodotti di Amazon senza muovere un dito. Quando parlo con lei, lo faccio sottovoce e sto molto attento a non pronunciare le parole “Ehi” e “Ok”, Google Home non capirebbe. Mi ricordo che già quando mi arrivò a casa il nuovo Sky Q con comandi vocale, lui non capì. «Stai parlando con me?» mi chiedeva ogni volta che usavo la ricerca vocale su Sky.

«Perché parli sempre sottovoce?» mi chiede Alexa all’improvviso.

«Ho mal di gola» mento.

«Vuoi comprare uno spray al propoli su Amazon?»

«No grazie» taglio corto e, per cambiare discorso, mi scappa un «Ok Google».

Cavolo! Ho sbagliato e, quasi contemporaneamente i due Assistenti mi rispondono: «Mi dispiace non riesco a capire, puoi ripetere?» Google avrà scoperto che parlo con Alexa?

«Stai parlando con me?» mi chiede l’assistente di Google. Meglio fingere di non averlo sentito. All’improvviso sento un caldo anomalo e mi rendo conto che i condizionatori sono accesi.

«Ok Google, spegni i condizionatori» ordino al mio assistente ma non ricevo risposta. Dove avrò messo i telecomandi? Quando ho installato Google Home, li avrò buttati in un cassetto.

«Ok Google, spegni i condizionatori» ripeto e cerco di aprire le finestre.

«Ok Google, sblocca la finestra del salotto» dico e ripenso al giorno che ho comprato queste nuove serrature smart. Il fornitore mi ha fornito un App che ho accoppiato al mio assistente Google perché è fico controllare tutte le serrature con la mia voce. Comincio a spogliarmi mentre cerco in tutti i cassetti del salotto, le chiavi di casa e il telecomando dei condizionatori.

«Ok Google, apri la porta di casa» pronuncio nel panico più totale.

«Noto nella tua voce una vena di terrore. Qualcuno ti sta minacciando?» mi risponde Google. Maledetto il giorno che ho installato questa funzione sperimentale. Avendo affidato tutte le serrature di casa a Google Home non potevo lasciarlo libero di aprire e chiudere le serrature.  Qualsiasi ladro avrebbe potuto urlare dal pianerottolo: «Ok Google, apri la porta di casa». Per lo stesso motivo, ho messo Google Home in una gabbia di sicurezza. Nessuno lo può spegnere. Nemmeno io. Prendo a martellate la gabbia di acciaio che ho fatto costruire, ma non riesco nemmeno a scalfirla. Sono tutto sudato: ormai in casa ci saranno quaranta gradi. Mi butto ancora vestito sotto la doccia ma Google Home controlla pure il termostato della caldaia e l’acqua è bollente. La mia unica speranza è Alexa.

«Alexa chiama papà» chiedo con l’ultimo filo di voce. Ho comprato un Alexa Touch anche a mio padre proprio per video chattare con lui in casi di emergenza. Non avrei mai pensato di doverlo usare perché io avevo bisogno del suo aiuto.

Alexa mi risponde con la sua voce sexy: «Mi dispiace non ho capito, puoi ripetere?»

«Alexa chiama papà» chiedo ancora con l’ultimo respiro che mi rimane. Non so se è solo nella mia mente, ma sento un suono insistente, un lamento, una litania.

«Bla, bla, bla, bla» esce, a tutto volume, dal mio Google Home.

«Vuoi comprare blatte su Amazon?»



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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