“Il denominatore comune di tutte le foto è sempre il tempo, il tempo che scivola via tra le dita, fra gli occhi, il tempo delle cose, della gente, il tempo delle luci e delle emozioni, un tempo che non sarà mai più lo stesso”

Jeanloup Sieff, fotografo

Quando basta un click

Un click sull’attualità restituisce una foto di serrande abbassate, di persone attonite, con domande lasciate per aria e risposte attese proprio in questi giorni.

Un click che riporta una data: sabato 25 maggio.

Un click che ha il suono, spesso disattivato, del fruscio di un condiviso o di un invia sperando di avere ancora abbastanza giga per poter leggere ed essere, così, informati.

Un click che ha il sapore amaro di un fallimento imprenditoriale tra debiti con i fornitori, accesso al credito per forza di cose negato, caparre dei clienti a far da cassa illusoria delle entrate, mentre quella in uscita è in caduta libera, e di un licenziamento, via Internet, per 1800 dipendenti, dalla sera alla mattina, senza preavviso, senza una convocazione informativa nemmeno dei capi filiale dei 55 punti vendita ancora operanti su tutto il territorio nazionale, senza una lettera. Senza niente, se non un click su Facebook per annunciare il decreto di fallimento da parte del Tribunale di Milano, sentenza con effetto immediato, e i click della catena di messaggi, tramite WhatsApp, a formare il passaparola tra i dipendenti.

Un click che costituisce la miccia di una bomba che esplode deflagrando sui diretti interessati lasciati fuori dalle porte ormai inchiodate sul nulla, accorsi sugli spiazzi antistanti, sui parcheggi che non aspettano più, gratuitamente, i clienti.

Un click che chiude l’obiettivo e fa  buio pesto su un’occupazione sparita e, con essa, quella busta paga che fa dignità e sostegno per sé e per i familiari a carico, sui crediti per chi ne ha diritto e, a conti fatti, i fornitori, rimasti con un pugno di mosche in mano, sono tanti, su tutta quella serie secondaria di fornitori di  servizi non più necessaria e che rimane al palo dell’inattività, sui clienti che per occasionalità o fidelizzazione hanno lasciato acconti su acquisti di mobili che, probabilmente, non entreranno mai nelle loro case.

Un click da mettere nell’album dei ricordi insieme al suo fardello carico di “E adesso?”.

Un click che sabato ha chiuso un cerchio, un arco temporale aperto negli anni ‘70 con la Siel (Società Italiana Elettronica) per la vendita di radio, televisori ed elettrodomestici con sede a Toscanella di Dozza in Emilia Romagna, trasformata, poi, nel primo punto vendita del gruppo, il Mercatone GermanVox. Da qui, negli anni ‘80, lo sviluppo del marchio Mercatone Uno, con sede societaria a Imola, e l’inaugurazione di diversi punti vendita fino al boom, negli anni ‘90, che vede una fortissima crescita dell’azienda e l’espansione su tutto il territorio nazionale arrivando a oltre novanta punti negozi. Sono gli anni del grande legame con il ciclismo e con il Pirata, Marco Pantani, e la maglia gialla e azzurro, i colori dello sponsor, che diventa un simbolo inconfondibile che accompagnerà le imprese su strada del campione che, nel 1998, conquisterà Tour e Giro d’Italia. I primi cedimenti, la presa di coscienza nella difficoltà a tenere il passo coi tempi, per Mercatone Uno, arrivano verso il 2010 quando all’attivo la società ha 3.700 dipendenti distribuiti su 79 punti vendita. Con il progressivo crollo del fatturato, nel 2015, i punti vendita si riducono a 55 e, per una parte dei dipendenti, è il tempo del licenziamento e della cassa integrazione. Il resto è storia recente che va dall’acquisizione da parte della Sherman Holding, nell’agosto del 2018, del marchio e dei medesimi punti vendita, fino alla discesa nel nulla datato 25 maggio 2019.

Un click su una sequenza di illusioni e ottimismo mal riposto: la possibile risalita, l’ulteriore rilancio, il confidare su finanziarie e prestiti per onorare i debiti già contratti, il vendere su carta all’ignara clientela pur non potendo comprare e consegnare i beni richiesti.

Un click su quella volontà di rimanere sul mercato nonostante si fosse sul viale del tramonto per inadeguatezza nei confronti dell’evoluzione che il mercato stesso, e la grande distribuzione in generale, ha avuto nel corso degli anni.

Un click su una realtà fatta, ormai, di aggregazioni tra marchi, di nuove centrali di rifornimento che cercano di puntare sulla sostenibilità ambientale, sulla tracciabilità e sulla trasparenza,  protagonista assoluto il prodotto e la fiducia dei consumatori e un’attenzione sempre verso  che, oltre a portarsi via una  fetta di guadagni, ha letteralmente scardinato le vecchie convinzioni di vendita quando bastavano una certa varietà di prodotti, una buona posizione sul territorio, un parcheggio per tutti e l’estensione degli orari di apertura per essere leader nel settore e sentirsi efficienti. L’e-commerce è il nuovo altro, la nuova concorrenza, che, in tempi rapidissimi, ha creato inediti paradigmi sia nell’incentivare l’acquisto che nel regolare il commercio al dettaglio, quello dei negozi tradizionali, spingendoli verso una nuova resistenza da ricercare e legare alla qualità e alla diversificazione del prodotto.

Un click su un periodo di rivoluzione nei consumi e nella loro fruizione con la frammentazione tra grandi magazzini, supermercati, ipermercati, outlet, discount, super-store, e-commerce, fino al supermercato del futuro presentato da Coop all’Expo. Se vogliamo è la seconda rivoluzione dei luoghi del consumo, la seconda post anni ‘60, quando negozio, emporio, spaccio, bottega, rivendita, il mercato in piazza, rappresentavano ancora il tutto per un consumismo quanto mai fatto di essenzialità, il “prima del carrello”, della prima rivoluzione, con il libero servizio, la possibilità di toccare la merce e di mettersi in fila per il pagamento.

Un click su un fallimento che, per quanto negativo, è un “può succedere” a chiunque, anche ai grandi marchi storici che, indubbiamente, come Mercatone Uno, hanno segnato un’epoca ma, della stessa, non hanno colto gli indizi di inevitabili cambiamenti.

Un click che, come scritto nella frase iniziale, attende, in questi giorni, delle risposte precise e puntuali per i dipendenti abbandonati al loro destino con un semplice messaggio su Whatsapp, modalità che non può essere ammessa in un Paese civile e che, soprattutto, non può diventare e costituire un precedente nel futuro dell’imprenditoria, grande o piccola, che costella il nostro territorio.

Un click che deve far riflettere presto, e in modo onesto, tutti coloro che operano nel settore perché, se come scrisse Henry Ford, “L’uomo che userà la sua abilità e la sua immaginazione per far vedere quanto possa dare per un dollaro, anziché quanto poco possa dare per un dollaro, è destinato al successo”, è anche vero che i dipendenti non sono semplici numeri da contabilizzare in azienda e tantomeno burattini da poter lasciare rannicchiati sui loro fili con un semplice click.

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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