Quattrocento metri, andata e ritorno

Come se dita invisibili accarezzassero i rami della palma, due giardini più in là; le foglie scure e appuntite, rotonde come un ventaglio, si muovono languide: sembra che apprezzino ogni soffio di brezza e lo ostentino, solo per prendersi gioco di lei. Il cielo è pallido, senza una nuvola ad attraversarlo. Ancora pochi giorni e sarà primavera.

Il rumore del treno irrompe nella stanza, copre per un attimo la musica. Un cane abbaia in qualche cortile.

È tutto fermo, sospeso. Non sembra affatto un pomeriggio di metà settimana ai bordi della grande città.

Alza gli occhi oltre la finestra, ascolta il ronzio nelle orecchie e cerca un segno di vita diverso dal vento leggero: una mosca, un bombo rossiccio e pasciuto, la prima farfalla della stagione.

La sua prigione sospesa nel tempo ha grandi finestre, un terrazzo e una strada da guardare. Le voci dei vicini, il bambino che gioca in giardino, una macchina che passa. Non c’è poi tutto questo silenzio, qualcosa si muove con una valida scusa.

Un lunghissimo istante sospeso che si insinua silenzioso tra le dita, negli occhi, nelle mani e paralizza, rimanda, ottunde. Tanto c’è tempo, ripete mentre continua a fissare la palma che danza pigra nell’aria.

Tanto c’è tempo: per cosa, poi? Si domanda.

Una domenica di giorni uguali, non sa se sia lunedì o giovedì e, in fondo, adesso non è nemmeno importante.

Cercare di mantenere una propria routine, consigliano. Svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, lavarsi, vestirsi, trovare delle cose da fare. Interessanti, stimolanti.

Togliere la polvere ai libri sparsi in tutte le librerie nascoste per casa? Sciogliere i nodi nel pelo che si formano puntuali, ogni tre giorni, dietro le orecchie del cane? Passare in rassegna le matite, armata di temperino, per rifare tutte le punte? Provare ricette su ricette dando fondo alle provviste nel frigorifero? Esaurirsi di serie tv, rivedendo tutte le puntate delle otto stagioni di House?

No. Siede davanti al computer e guarda fuori, osserva il sole che cala e il vento che accarezza le foglie appuntite della palma, due giardini più in là.

Lista.

Delle cose da fare.

Delle cose da non fare.

Dei film da vedere.

Dei libri da leggere.

Dei libri da scrivere.

Delle cose che mancano nella dispensa.

Delle medicine nello stipetto.

Tachipirina, c’è; antiacido, c’è; antiinfiammatorio. Manca! Quello da banco, la panacea per ogni emergenza leggera: mal di testa, cervicale, gonfiori vari ed eventuali.

Riflette mentre cerca con gli occhi qualche segno di vita nell’aria: un moscone, un aereo, un palloncino a forma di unicorno che voli su in alto. Nulla.

Dieci minuti dovrebbero bastare. Farmacia, breve coda, a casa. 400 metri all’andata, altrettanti al ritorno; da sola.

La giustificazione, “Acquisto di farmaci”. Impeccabile, incontestabile, elegante nella sua essenzialità.

Nessuno saprà mai che l’antiinfiammatorio l’ha finito più di due mesi fa, o che l’ultimo attacco di cervicale che l’ha stesa per tre giorni risale allo scorso anno. La scusa non fa un plissé, eppure il senso di colpa la invade, dovrebbe stare chiusa in casa, non si deve uscire, non si fa, non adesso. Tra qualche mese, forse.

Oh, senti, saranno venti minuti! Esclama stizzita al riflesso della sua faccia contro il vetro.

Prima che la coscienza rimorda una volta in più è già uscita, tre giri di sciarpa premuti contro la faccia e il collo del giaccone imbottito, troppo pesante per la giornata, alzato a coprire naso e bocca. Inizia a sudare, si sente un palombaro ma sta camminando per strada: il vento leggero adesso gioca anche con i suoi capelli, oltre che con le foglie delle siepi e della palma due giardini più in là.

Ottocento metri di trasgressione e adrenalina.

La strada è quasi deserta. Poche auto, una pattuglia dei vigili urbani che procede a passo d’uomo, qualche passante con la faccia coperta dalla mascherina. Si chiede dove le abbiano trovate, quanto siano costate. Se servano. Rintana la testa più a fondo nella sciarpa, nel collo imponente della giacca imbottita.

Le gambe camminano mentre i sensi rimangono fermi e registrano il vuoto. Non è naturale.

Svolta sulla piccola piazza. Il tabaccaio, lo studio medico, il minimarket, la pizzeria take away, la farmacia e due code ordinate che si srotolano in mezzo alla strada.

Tutti a distanza di sicurezza, con la bocca coperta da maschere o sciarpe, controllando alle spalle che il prossimo rimanga al suo posto, lontano.

Inizia l’attesa del turno.

Nessuno parla, la signora dai capelli bianchi davanti a lei tira la mascherina sotto il mento e si accende una sigaretta. Pazienti, ciascuno chiuso dentro il suo spazio, guardingo: sentinelle della giusta distanza.

Un signore senza mascherina, bocca e naso scoperti ed esposti si aggira intorno alle persone in coda: pelato, testa rotonda, baffetti, un Hercule Poirot in tuta e giubbottino azzurro.

L’uomo si avvicina un passo dopo l’altro. Tre metri, due, uno, non si ferma. La distanza di sicurezza, ci vuole la distanza di sicurezza: se si mettesse a tossire così, all’improvviso?

Poirot si ferma qualche centimetro da lei, avvolge le mani dietro la schiena e aspetta. Dietro le mascherine, fiati trattenuti, pensieri che quasi hanno voce. Incosciente, imprudente, stai lontano, ma quello non ha sentito i telegiornali?   

Riesce a sentire il respiro dell’ometto, la sua vicinanza che, in tempi normali, sarebbe accettabile ma che adesso è invasione, quasi un attentato. Senza voltarsi, prima ancora di averci pensato, sente la sua voce sibilare stai lontano da me. Un metro e mezzo, idiota. Allontanati da me.

Lei, che si lascia passare davanti nelle file alla posta per paura di offendere, di sembrare un’attaccabrighe. Si stupisce della rabbia compressa nel suo sussurro.

Un giorno, forse, tutto tornerà come prima e non ci sarà più spazio per la paura. Ma non adesso. Poirot bofonchia qualcosa, forse una scusa che potrebbe essere anche un vaffanculo. Un passo indietro, due passi, tre. Le code, che avevano assistito attonite a tanta imprudenza, ricominciano a respirare.

La persona prima di lei viene inghiottita dalle luci della farmacia. Resta in piedi a fissare la porta, senza mascherina né guanti e continua a pensare all’imbecille pelato e con i baffi. Perché diavolo ha deciso di uscire? Settimane di isolamento vanificate da un cretino che le ha respirato troppo vicino. Verrà infettata per un’imprudenza, maledetto Oki Task, maledetta la sua voglia di sgranchire le gambe, dannatissima stupida palma e quel vento, il cielo troppo blu e tutto il resto. Tutto.

Le viene voglia di piangere, ma al fondo della farmacia una sagoma bianca agita un braccio urlando Avanti! è il suo turno.

Un’ambulanza passa a sirene spiegate, corre lungo le strade vuote. Tra qualche giorno su quell’ambulanza potrebbe esserci lei. Hercule Poirot di merda.

La farmacista è nascosta dietro un’improvvisata barriera di plexiglass. Mascherina, camice, guanti. Per terra, un adesivo rosso delimita lo spazio da non superare. Chiede l’antiinfiammatorio, prende un collutorio e non sa, forse avrebbe bisogno di altro, di qualcosa per dormire, per non pensare, una medicina per riposare la mente dal risucchio lento della paura che sente intorno a sé. Lascia perdere.

Allunga il braccio per pagare e prendere la sporta con i farmaci, non ci arriva, si sporge, la farmacista si allontana, lei fa un passo in avanti. Un minuetto di gesti, una danza incartata per rimanere il più distanti possibile.

Torna all’aria aperta, fuori dalle luci della farmacia, lontana dalle code ordinate che si intrecciano sul marciapiede. Cammina sulla linea di mezzeria, non c’è un’automobile in giro, alle 5 di mercoledì. Poirot è sparito, lei torna sul marciapiede

Tra quattrocento metri sarà di nuovo seduta davanti alla finestra a fissare il vento che accarezza le foglie appuntite della palma, due giardini più in là.

Una donna le viene incontro, sul marciapiede. Istintivamente deviano dalla traiettoria, si respingono come i due poli uguali di un magnete: l’importante adesso è stare più distanti possibile.

Abbozzano un sorriso, un cenno del capo e continuano a scostarsi l’una dall’altra.

Si sente infilata dentro una bolla che a ogni passo diventa più grande. Il respiro si fa sempre più corto, il cielo si sta avvicinando un po’ troppo e vorrebbe solo essere a casa, al sicuro, e non uscire mai più. Combatte per non correre via, è solo un momento, un istante di panico, tutto per un idiota di periferia che ha respirato troppo vicino alle sue spalle.

Svolta brusca all’angolo, casa sua è lì che la aspetta. Estrae le chiavi dalla tasca, affretta il passo, apre la porta e se la chiude alle spalle.

Finalmente può andare a lavarsi le mani.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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