La bella, la tonta e il muto

«C’è una mucca che balla. No, aspetta. È una signora grassa con un piumino per togliere la polvere. Anzi, ora è un topo».

Gli insetti ronzano piano; l’erba è appena mossa dal vento, cosparsa di fiori piccoli rosa, bianchi, azzurri; da terra si alza un profumo dolciastro di umido e foglie. Le prime farfalle volano e sbandano come ubriache.

Sono distese in mezzo al prato come due stelle marine, le punte delle dita si sfiorano appena.

«Una mucca che balla? Ci vorrebbe una capra che suona il violino». Voltano la testa e si guardano. Ridono.

«E da quando le capre suonano il violino?».

«È un quadro, scema! E comunque, da quando le mucche ballano?». È maggio, nella valle. Un buon giorno per stare distesi a cercare le mucche che danzano dentro le nuvole e immaginare capre che suonano il violino.

I riccioli scuri della ragazza con le lentiggini le attraversano il viso. Li scosta con un movimento veloce e leggero, torna a guardare il cielo. Oltre le montagne, un temporale si sta avvicinando ma è ancora presto, hanno tempo, prima di doversi alzare, piegare la coperta di lana grezza e infilarla nello zaino per tornare a casa. È ancora presto, è primavera inoltrata e domani non c’è scuola.

«Così, hai proprio deciso? Vai via?». È piccola e spigolosa con gli occhi chiari, di un azzurro quasi trasparente e i capelli biondi, corti e ispidi. Quando sorride, gli incisivi grandi e un po’ storti sembra le invadano il viso.

La ragazza con le lentiggini sbatte le palpebre. «Boh, non so ancora. Forse l’università, o cerco un lavoro in città. Di certo qui non ci sto, è un mortorio, non c’è niente da fare».

La bocca grande della ragazza spigolosa si stringe un istante. Porca miseria, pensa. «E mi lasceresti qui, così, da sola?».

I capelli scuri si agitano sulla coperta pesante distesa sull’erba alta. «Dai, cosa restiamo a fare? Vieni anche tu, no? Mica te l’ha ordinato il dottore di rimanere qui a fare la muffa in mezzo alle capre, no?».

«Magari ne trovo una che sa suonare il violino, che ne sai?». Ridono ancora.

La ragazza spigolosa si siede e guarda il pendio che porta al paese, la strada che scende come un serpente grigiastro verso valle, le montagne scure. Il cielo, le nuvole che si accalcano dietro alle cime appuntite. Fino a venti giorni fa erano ancora coperte di neve, sussurra. Sta arrivando l’estate.

Gli ultimi giorni di scuola e gli esami di maturità. La libertà di qualche mese, poi se ne andrà verso le vie piene di macchine della città e tornerà solo nei fine settimana. Per un po’, fino a quando non salirà in paese una volta al mese, solo per Natale, un paio di giorni e non tornerà più neanche per le ferie di agosto.

La ragazza con i capelli a spazzola e le guance rosse come due mele selvatiche lo sa, come vanno a finire queste cose. Verrà dimenticata, lasciata indietro.

Lei in città non ci vuole andare. Non ci sono sentieri che arrivano in alto, non ci sono le volpi e i daini, i fiori di campo e la neve che scende in silenzio d’inverno.

Perché vuole andarsene? E, cosa più importante, cosa farà lei lì, nel paese rinchiuso tra le pareti scure dei boschi, senza la ragazza con le lentiggini?

Sa già cosa la aspetta dopo l’estate: la cuffietta rosa di tela del negozio di alimentari, un bancone e l’affettatrice.

Dicono sia un poco lenta, la ragazza con i denti grandi e i capelli ispidi, ma non è vero. È solo che lei sta bene così, ad aprire nuovi sentieri andando a trovare i pastori che d’estate passano il tempo sui pascoli alti. Sa mungere e lo trova bellissimo, sa riconoscere gli alberi e i fiori, conosce i formicai che traboccano di formiche grandi e rosse che si arrampicano sotto i pantaloni e pizzicano le gambe se non li sai evitare. Riconosce il verso degli animali notturni, e a lei tanto basta.

Cosa c’è in città che qui non si può trovare? Un cinema? Un bicchiere di vino? Un ristorante? Ma come si può fare a cambio con una notte d’estate, quando le stelle sono così brillanti che sembrano diamanti e i boschi cantano piano?

Alberi e grandi rocce coperte di muschio segnano il confine del prato. Accucciato dietro un masso grigio, riparato dai rami bassi di un nocciolo, le osserva senza fiatare.

Resta immobile, per paura di spezzare un ramo e rivelare la sua presenza. I jeans sbiaditi, la barba di un paio di giorni, le mani screpolate e grandi, non le perde d’occhio trattenendo il respiro. Le loro voci gli arrivano portate dal vento, ha guardato con loro le nuvole alla ricerca di una mucca che balla che si è trasformata in una signora grassa che regge un piumino per togliere la polvere e poi in un topo. Ha ascoltato ogni parola che si sono scambiate quasi con ingordigia.

Ogni volta che può, le cerca. Per le strade, in piazza, in tutti quei posti che sa che frequentano, dove è più facile trovarle. Le segue da lontano, senza farsi notare. In fondo è facile, nessuno lo nota mai.

È come se fosse invisibile, lui che parla poco e sta sempre sul bordo di tutto. Non ingombra, non fa rumore, ma osserva e ascolta. E le segue, ogni volta che può. Gli piace guardarle, sentire quello che dicono, ridere in silenzio delle loro risate.

Una andrà via presto, la bruna con le lentiggini. Sospira. Resterà la biondina con i denti grandi, quella che ama andare in giro di notte per i boschi, come lui che la segue da lontano. Gli piace la biondina, sente che un po’ gli somiglia. Selvatica, non è una complicata che guarda oltre l’orizzonte sbarrato dalle montagne. Lei vuole restare.

Se fosse diverso, forse si alzerebbe e uscirebbe dall’ombra in cui è nascosto e, facendo finta di scendere verso il paese, si fermerebbe a parlare con loro. Potrebbe chiedere alla bionda dai denti grandi di andare con lui a cercare i camosci, su in alto. Ma lui è quello che è. Domani, pensa. Oggi no, ma domani potrei cercarla e andarle incontro, salutarla e chiederle come sta. Potrei anche ora…

Fa per alzarsi, ma sente che non è il momento giusto, deve aspettare che arrivi il coraggio di farlo. Di guardarla negli occhi e parlare. Si accoccola di nuovo. Domani. O il giorno dopo; quando arriverà il momento perfetto e, insieme a lui, il coraggio. Sarebbe sufficiente un ciao.

La ragazza bruna con le lentiggini lo sa.

Che la città è difficile, che l’università sarà dura, i ritmi diversi, una stanza in comune con delle sconosciute, che aprendo la finestra al mattino i prati e le cime appuntite saranno sostituite da auto e catrame; che, una volta andata via, non tornerà più a passeggiare sui sentieri sottili che passano in mezzo al bosco.

Andare via è l’unico modo che ha per cominciare a respirare a pieni polmoni. Le case di pietra, i tetti di ardesia e i gerani alle finestre, la neve alta d’inverno e la piccola piazza con la fontana di acqua ghiacciata. Un idillio, una prigione, una selva di occhi che controllano ogni sua mossa e parlano, parlano piano. Ha visto quello là, è più grande di lei, hanno parlato per dieci minuti; è tornata a casa alle tre di notte con i vestiti tutti in disordine; ma come si fa ad andare in giro con la gonna così corta? chissà sua mamma se fosse viva, buonanima, cosa direbbe… e via così, una mosca sotto la lente d’ingrandimento.

La sua è una vita in apnea, ha bisogno di spazio. Per essere anonima. Per non essere vista, sezionata, valutata, condannata. Per vivere.

Le spiace che la ragazza bionda con i denti grandi non capisca. È la sua unica amica, lei non la guarda come se fosse una troia da bordo strada. Ridono e parlano, passeggiano e se ne fregano di tutto e di tutti, la bella e la tonta. Così le chiamano.

Il bus la mattina pieno di studenti assonnati sedute di fianco; la stessa classe dalle elementari, i ritorni, i compiti, le fughe tra i boschi. Ma non può restare trattenendo il respiro per sempre, nemmeno per lei.

Andrà via, allora, è deciso. Un autobus e una valigia, dopo l’estate. Fino a quel giorno di settembre, continuerà a viaggiare in apnea, come un insetto sotto la lente d’ingrandimento, fingendo che nessuno stia osservando ogni suo movimento. Anche in questo momento, distesa su una coperta di lana che punge le gambe a guardare le nuvole insieme all’amica, si sente osservata.

Le nuvole scure hanno scavalcato le cime delle montagne. Si alzano. La ragazza dai riccioli bruni con le lentiggini raccoglie la coperta di lana, la bionda si allontana. Va verso la roccia che sporge, grigia, sotto un albero di nocciole, un poco più in alto. Sorride e cammina leggera tra l’erba alta.

La vede arrivare. Se si muovesse adesso, lo scoprirebbero. Se rimane fermo dov’è, lo scoprirà. Si guarda intorno cercando una via d’uscita ma è tardi.

C’è qualcosa dietro la roccia. Una camicia a scacchi, una maglietta bianca, una testa ispida, la barba di un paio di giorni. È acquattato come un cane in attesa un osso, la guarda con la stessa espressione.

«Scusa», le dice.

«Ciao», risponde lei.

«Passavo di qui e mi sembrava di aver visto un fungo».

«Ah».

Il silenzio tra loro ha qualcosa di buffo, almeno per lei che comincia a ridere, sempre più forte. «Non ci sono funghi, è tanto che non piove. E qui non ce ne sono mai».

Ride, senza riuscire a fermarsi. Non sa nemmeno cosa ci sia da ridere così tanto. Lui la osserva, confuso e un po’ offeso, la ragazza bruna con le lentiggini si volta a guardarla con la testa chinata di lato. I riccioli sono una tenda che vola leggera portata dal vento.

Il ragazzo invisibile accenna un sorriso che gli tira le guance fino alle orecchie. Non ha mai molti motivi per sorridere, lui. La ragazza dai denti grandi si tiene la pancia, ha le lacrime agli occhi. La ragazza con le lentiggini arriva di corsa e si ferma a guardarli.

«Che c’è da ridere?».

«Oh», asciugandosi le lacrime si rivolge al ragazzo ispido, «non è che stavi facendo la cacca dietro al sasso e ti ho beccato?», e ricomincia.

Lui si guarda le mani, si gratta la testa fissando la punta dei piedi. «Con i pantaloni su mi sembra difficile». Arrossisce. «Mi sembrava… fungo».

Anche la ragazza con le lentiggini comincia a ridere. «Ti ho visto qualche volta in giro. Pietro, vero?».

Il ragazzo ispido annuisce e arrossisce un’altra volta. Le risate della ragazza bionda dai denti grandi stanno calando. «Ciao, Pietro, mi hai fatto venire il singhiozzo».

«Scusa», risponde lui. Non voleva farla stare male: aveva solo intenzione di guardarle un po’ da lontano, fantasticando il coraggio di alzarsi e parlare con loro. E adesso che è lì, davanti ai loro sorrisi, vorrebbe scappare via e non farsi vedere mai più.

Intorno a loro, le gazze battibeccano: i loro squittii nervosi si mescolano al vento, che li porta via.

«Scherzavo», ribatte la ragazza bionda. «Io sono Maria, e lei è Silvia».

Lo so, lo so, lo so come vi chiamate. So tutto di voi, io, pensa il ragazzo ispido, troppo timido per guardarla negli occhi. Ha i lacci degli scarponcini slacciati e non può chinarsi a legarli: scoprirebbero che le sue mani stanno tremando. «Su di qua c’è una tana di volpi, ci sono tre cuccioli nati da poco», bofonchia.

La ragazza bionda batte le mani. «Quelle dietro al Roc? Davvero, ha fatto i cuccioli?».

La ragazza dalle lentiggini scuote la testa. Eccola che parte, mormora. Il ragazzo si illumina in viso. «Sì, loro. Avranno un paio di settimane, non hanno ancora aperto gli occhi.” Una pausa lunga, poi prova: “Se vuoi, qualche volta possiamo…».

La ragazza dai riccioli scuri scuote la testa: «Andateci voi, in mezzo a quei rovi a graffiarmi le gambe io non ci torno. Ehi, Maria, scendiamo?».

La ragazza bionda sorride mostrando i denti grandi. «Sì, sta diventando tardi». Si volta verso il ragazzo ispido: «Scendi in paese con noi?».

Il ragazzo ispido annuisce. Si incamminano sulla discesa, con i piedi perpendicolari al terreno e gli occhi puntati sul prato.

Le ragazze cinguettano, il ragazzo ispido ascolta e annuisce. Forse potrei, riflette ascoltando le chiacchiere che coprono il ronzio delle api e i muggiti delle mandrie in alpeggio che arrivano portati dal vento.

Forse dovrei… pensa la ragazza dai denti grandi. Lui resta qui, lei se ne andrà, io sarò da sola.

Forse sarebbe un bene se, quando andrò via… la ragazza dalle lentiggini li osserva da dietro i riccioli lunghi. Sarebbe perfetto. E allora squittisce un «Perché non vieni con noi a mangiare una pizza stasera?».

Il ragazzo ispido arrossisce di nuovo. Non ha mai mangiato in una pizzeria, non gli è mai importato, ma forse potrebbe iniziare.  

Compaiono le prime case dai muri di pietra, il sentiero diventa una strada sterrata, poi l’asfalto e il guardrail che accompagna il torrente. Scendono fino alla piazza. Le imposte di legno dipinte di verde, scuro e brillante, si aprono in mille spiragli. Occhi osservano e mormorano mille ma guardali, chissà di che parlano la troietta, la lesbica e lo scemo. Se fosse viva sua madre, buonanima; cosa diranno i genitori, poveretti; forse le abbiamo viste mentre si baciavano dietro alla chiesa, pervertite puttane; chissà cosa pensa di fare quello lì, stupido com’è…

La bella, la tonta e il muto camminano in mezzo alla piazza, insetti sotto una lente; lo sanno, li sentono quasi e, per la prima volta in vita loro, non gliene importa.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

1 commento

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    Romano
    9 Giugno 2020 a 20:49

    Complimenti, molto tenero. Ho immaginato il ritorno della ragazza bruna, stanca e delusa dalla città. Ritrovarsi tutti e tre, infischiandosene di occhi e lingue cattive.

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