La volpe d’acqua e il cavaliere del Graal

Lo scafo scivola sull’acqua verde del fiume; i remi piatti si tuffano ed emergono come un coltello caldo affonda in una candela.

La pala sparisce nell’acqua. Non c’è sforzo visibile nelle gambe che si flettono e tendono accompagnando il movimento del carrello e nelle braccia che manovrano i remi.

La luce del sole che cala dietro il profilo delle montagne si fa morbida e calda. Respira e ascolta il rumore della chiglia che fende l’acqua, lo sciabordio sussurrato dei remi e, in sottofondo, le auto che passano sul lungofiume.

L’uomo appoggiato alla balaustra di pietra osserva il movimento fluido e incurante dell’imbarcazione. Se ha pazienza, forse, la vedrà tornare.

Cigni, anatre, un cormorano appoggiato a un ramo che affonda nella riva melmosa, il caldo si fa meno opprimente con l’avanzare della sera. Il termometro che lampeggia al centro della croce luminosa della farmacia indica ventotto gradi. L’uomo passa una mano sulla fronte.

Guarda le barche, attacca l’auricolare al telefono e controlla il registro chiamate. Non lo ha cercato nessuno.

Sbuffa: caldo, impazienza e delusione si mescolano. Si aggiusta la sciarpa intorno al collo. Forse, riflette, non avrebbe dovuto portarla. Oggi fa caldo e non c’è nemmeno un soffio di vento a increspare le cime degli alberi.

Manovra con un remo solo, controllando che non arrivi nessuno: come nel traffico, anche in acqua ci sono regole e precedenze. Beve un sorso dalla borraccia, sistema la coda che spunta dal cappello e riprende a vogare. Il fiume, le sponde, la città, scorrono a ritroso nel movimento dei remi.

Il suo respiro si accorda con il rumore leggero dell’acqua. Canticchia senza emettere un suono, mantiene il ritmo. Come il battito del cuore, senza perdere un colpo. Forte, concentrata, compressa sullo scafo affusolato. Non esiste nient’altro.

Il telefono rimane muto: nessuno tiene in considerazione i suoi desideri. Ha bisogno di sapere che qualcuno lo cerca e, invece, niente. Ogni minuto in più di silenzio aumenta il sudore. Potrei chiamare… pensa.

Alza lo sguardo dal telefono: sta tornando indietro. Il cappello con la visiera, lo scafo blu scuro, i remi gialli. Incantato, aspetta che gli passi davanti.

La fantasia si arrende di fronte alla figura che si avvicina come una sirena a remi. Da quella distanza non riesce a distinguere i lineamenti ma è forte e snella, armonica come un brano di Mahler e, nel riflesso sfuggente dei raggi del sole la coda di cavallo, lunga fino sotto le spalle, brilla dello stesso rosso della pelliccia di una volpe.

Si avvia seguendo la stessa corrente. La canoa in acqua, lui sul bordo del fiume. Non la perde d’occhio.

Prima o poi si avvicinerà a riva, pensa. Attraccherà, se è così che si dice per queste barchette; alzerà i remi e toccherà terra. Sarò lì ad aspettarla, mormora.

Rallenta. Il club canottieri scintilla bianco e austero nella luce del tramonto: ormai manca poco. Si accosta con cautela all’argine in cemento dove sono allineati altri scafi, manovra con calma. Un tonfo lieve, un sobbalzo, afferra il palo di legno che spunta sul bordo del fiume, si issa a terra.

I cani al guinzaglio che passeggiano nel parco annusano ogni angolo, si fermano, ripartono senza alcuna direzione visibile guidati dai nasi umidicci, trascinandosi dietro i padroni: si domanda quanti germi ci siano su quelle zampe, i peli, le lingue. Stringe la sciarpa e le spalle. Controlla dove sia lei, annuisce: si sta avvicinando alla riva.

Tira a secco l’imbarcazione con l’aiuto di due ragazzi del club. Insieme la posano sulle rastrelliere, al riparo. Asciuga il sudore, toglie il cappello e scioglie la coda di cavallo: i capelli le invadono il collo e le spalle.

Affretta il passo per non perderla. Sta quasi correndo, la vede agitare la testa. Quei capelli, rosso scuro, alla luce del tramonto brillano come un faro in una notte di tempesta. Ha il fiatone e ha caldo. Gocce di sudore colano dalla fronte, si incastrano sulle sopracciglia e si tuffano giù, verso le guance, rimanendo impigliate nella barba castana. Il telefono, dimenticato in tasca, mantiene un ostinato mutismo ma no, adesso non importa.

Ora sa cosa devono aver provato i cavalieri alla ricerca del Graal. Comprende Percival, quando ha finalmente scorto la coppa davanti a sé: non deve far altro che allungare una mano e afferrarla, un passo, e un altro ancora. Sempre che prima non muoia d’infarto o di caldo.

In piedi sul bordo dell’acqua lascia che il vento le sollevi i capelli e asciughi il sudore. Respira il profumo del parco e del fiume, socchiude gli occhi e aspetta, ascoltando i muscoli che si rilassano dopo lo sforzo. Sorride, con gli occhi chiusi. Uno dei ragazzi che l’ha aiutata un attimo prima la chiama: ti va una birra post voga? Come si fa a rifiutare?

L’ha persa di vista: dev’essere entrata nella clubhouse. Impreca, accelera il passo, si sente un cretino. Sta rincorrendo una sagoma lontana che ha visto scivolare sull’acqua calma del fiume. I capelli rossi brillavano colpiti dai raggi del sole: tanto è bastato. Asciuga il sudore che gli inzuppa la barba. Accidenti alla sciarpa, accidenti: avrebbe dovuto lasciarla a casa, ma di solito ha freddo. Accidenti al metabolismo.

L’acqua fredda pizzica la pelle accaldata. Esce dalla doccia, si riveste. I capelli umidi scendono sulle spalle: si asciugheranno con il vento tiepido e il calore della sera, la stanno aspettando con una birra, quattro chiacchiere su tecnica e scafi, olive e patatine. Canticchia seduta sulla panca di legno, allaccia le scarpe. L’odore di umido e corpi sudati, di legno bagnato e bagnoschiuma dello spogliatoio è rassicurante, lievemente sgradevole, familiare.

La vista del fiume la abbaglia, solleva un braccio, si dirige verso uno dei tavoli.

Eccola. In piedi sotto uno dei grandi alberi del parco, osserva la figura alta e atletica uscire sulla terrazza. I capelli sono sciolti, da lontano sembrano una cortina di seta fulva.

Il telefono non suona, ma la solita angoscia ancora non lo ha afferrato: sta aspettando. Purché si sbrighi, non vorrà passare tutta la sera seduta sulla terrazza a bere birra con quei bifolchi.

Il sole si è ormai tuffato alle loro spalle, oltre l’orizzonte.

Si è fatta l’ora di cena: cani, runners, coppie che si tengono per mano, bambini in bicicletta con i genitori che li seguono attenti, gruppi di ragazzini vestiti tutti uguali che ascoltano musica dai telefoni tenuti davanti al viso come biscotti; si diradano, scompaiono verso case e locali. Altre destinazioni.

Rimane in piedi sotto il grande albero a fissare la terrazza, l’ombrellone e le persone sedute a quel tavolino quadrato che parlano e ridono. Il telefono non ha ancora squillato, la ragazza che voga non accenna a volersi separare dalla sedia e le birre: ne ha ordinata un’altra.

Dannazione.

Cos’è la felicità? Due ore di voga, una doccia gelata e una serata di birra e olive. Tornerà a casa più tardi, o forse andrà a casa di uno dei ragazzi con cui sta condividendo il venerdì sera. Tanto, a chi importa, che importa? è arrivata l’estate, i muscoli avvertono quel dolore leggero e benigno che ha il sapore di sforzo cercato, ben eseguito. Fa volare lo sguardo oltre il fiume, intorno. Il parco si sta spopolando. C’è solo un omino bizzarro con il fisico a pera, una sciarpa e la barba, fermo sotto uno degli alberi. Immobile come una statua, fuori posto come un coccodrillo appollaiato sullo sgabello di un Wine bar.

Chissà chi sta aspettando, pensa prima di dimenticarsi di lui.

Il telefono deve essere rotto, la notte si sta avvicinando e le famiglie, i runner e i cani al guinzaglio non ci sono più, rimpiazzati da tizi dall’aria un po’ losca che si aggirano intorno e lo fissano come se fosse un alieno, un pezzo di carne tra i lupi. Gli fanno male ai piedi, forse è meglio se si avvia verso casa. Ha aspettato abbastanza, lei è ancora lì, seduta a quel tavolo. Sono passati alla cena, lo vede dal diametro dei piatti sul tavolo.

Serata sprecata, ma ormai… tanto vale aspettare ancora.

L’omino a pera è sempre fermo allo stesso posto. Lo guarda aggrottando le ciglia, anche da lontano sembra che la stia fissando. Si sente a disagio, stasera di certo non andrà a casa da sola. Indica la figuretta che si staglia contro il tronco chiaro e screziato del platano, i ragazzi si voltano un attimo, poi tornano a guardare il fiume: è strano, quel tizio, concordano. Magari stasera non esci da sola, uno di noi ti accompagna alla macchina, non è sicuro, non sai mai chi puoi incontrare.

L’hanno visto, lo sa. Si è accorto dei visi che si sono girati nella sua direzione. Chissà cosa staranno dicendo di lui: lo chiameranno barbone, maniaco, uno stalker, un pazzo.

Tira fuori il telefono dalla tasca: almeno in cinque gli avevano detto che lo avrebbero chiamato per organizzare il venerdì sera. Un locale, una cena, qualche locale un po’ figo. Invece, si sono dimenticati di lui.

Stringe la sciarpa sul collo, continua a far caldo. Come i cavalieri del Graal, quelli sfigati che hanno visto la coppa svanire davanti ai loro occhi a un passo solo dal poterla afferrare: ecco chi è lui. Si avvia verso casa: un’altra sera sprecata.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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