Non capisco, - disse lui con l’espressione di chi proprio non sa capacitarsi. – Io p… per esempio… studio le m… mappe perché a me piacciono le m… mappe, e perciò sono venuto all’Università di Tōkyō, e mi faccio mantenere dai miei. Ma tu dici che per te non è così, e allora… Il suo punto di vista era molto più logico. Mi arresi. Poi tirammo i fiammiferi per decidere come dividerci i posti sul letto. A lui andò il letto di sopra, a me quello di sotto. (…) Quello che lo interessava veramente erano solo le modificazioni nella linea costiera, il completamento di un nuovo tunnel ferroviario e cosa di questo genere. Quando il discorso andava su tali argomenti, lui andava avanti a parlare per una o due ore, finché io non scappavo o mi addormentavo. Ogni mattina alle sei, con l’inno nazionale per sveglia, si alzava dal letto. E come sveglia bisogna riconoscere che quella sussiegosa e pomposa cerimonia non era affatto inadeguata. Poi si vestiva e andava al bagno a lavarsi la faccia. Per fare questo ci metteva un tempo interminabile, tanto da far venire il dubbio che si togliesse i denti uno alla volta per lavarli come si deve. Ritornato in stanza, con dei colpetti eliminava (pat! Pat!) le grinze dall’asciugamano e lo metteva ad asciugare sulla stufa, poi rimetteva a posto spazzolino e saponetta. Quindi cominciava la sua ginnastica seguendo gli esercizi alla radio.

Murakami Haruki – Norwegian Wood

Il mondo sotto le dita

Lo sai come si fa a girare il mondo con un dito solo? Prendi una cartina qualsiasi, la prima che ti capiti a tiro. Osservala: è un semplice rettangolo di carta ripiegata, a volte ha la copertina rigida di cartoncino lucido. Tu non lo sai cosa c’è dentro: lo immagini, ma non puoi saperlo davvero.

Appoggiala sul tavolo e inizia ad aprirla. Per prima cosa, le alette: solleva il lato lungo e distendilo sul ripiano. Liscia le pieghe, aspetta un attimo prima di andare oltre. Inizia a osservare le linee e le scritte minute, i colori. Quando sei pronto, allora dispiegala: si apre come una fisarmonica, un ventaglio di strade e montagne, di fiumi e città, villaggi e laghi.

Passa il dito su quelle linee colorate come se fosse la pelle di un’amante: senti le asperità delle colline e le discese delle valli; assapora il fruscio della carta e vai oltre, scavalca il confine del foglio: strade polverose e laghi azzurri come lapislazzuli, campi gialli di colza e pagode grigie che svettano verso il cielo, vie strette e boschi scuri che profumano di muschio e di legno bagnato.

Altezze, distanze, nomi: il mondo in scala 1:10.000; gli aggiustamenti, il calcolo della curvatura, l’indicatore di Tissot… disegnare mappe è complicato. Preciso. Intimo.

Ordinato.

Non si può sbagliare, quando si disegna una mappa: è tutto lì, il mondo. Piccoli infiniti disegnati con tratti sottili che si riempiono di colori. Blu: fiume. Verde: bosco o foresta. Giallo: strada. Arco: lì c’è un tempio, fermati e vai a visitarlo per rendere onore agli antenati e ai kami delle fonti e degli alberi.

Perché in una cartina c’è tutto. Ordina il caos, ferma l’acqua che scorre, semplifica in linee un bosco intricato. Non c’è bisogno di perdere tempo quando sei davanti a una mappa: in fondo, le uniche cose che servono davvero sono un dito e due occhi: lì c’è tutto.

Ordine, ordine. In una cartina non ci sono le foglie secche cadute per terra o le buche per strada. Non puoi prendere sotto qualcuno che passa in bicicletta e scarta di colpo. Non ci sono imprevisti, sulle mappe.

Solo rigore.

Un bosco che viene abbattuto. Un fiume che modifica il corso dopo un’alluvione. Una strada che viene costruita tra le montagne: rifletti.

Il cambiamento è violenza e disordine. Polvere, botti e rumore; a volte, perfino lacrime. Una costa erosa dalla mareggiata. Un crepaccio che nasce da un terremoto: un attimo prima non c’era, invece ora eccolo lì che percorre la terra come il taglio di un coltello e magari c’era qualcuno che passava in macchina o a piedi, forse ha spaccato in due un pascolo portando con sé fango, terra, le mucche…

Non mi piacciono violenza e disordine. Non possono piacere a nessuno, credo. Su una cartina, la mutazione è calma e ordinata, racchiusa in un tratto di penna. Un foglio percorso da una scacchiera quasi invisibile di righe a matita su cui disegnare nuovi panorami. Quello che prima c’era e ora non più, su una mappa nuova di zecca, non è mai esistito.

Traccio righe leggere leggere, ripasso i contorni, riempio con un pennello sottile i nuovi confini. Non è successo niente, la presente cartina geografica annulla e sostituisce la precedente. Prendete le vostre vecchie mappe e chiudetele dentro un cassetto, aprite le nuove e cominciate un altro viaggio. Le nuove coste, il crepaccio, il corso del fiume è come se fossero sempre stati lì: il passato non c’è; cancellato, sparito con un colpo di gomma.

Ordine e calma, metodo e tecnica quando traccio ogni riga con cura. I triangoli piccoli, tutti uguali, per le cime delle montagne. I caratteri precisi che devono – devono – essere comprensibili a chiunque sappia leggere, o voglia percorrere le mie strade con un dito immaginando le strade di una qualsiasi città, affollate e dritte, o un sentiero che si srotola accanto alla costa frastagliata del mare.

 E un disegno non balbetta: i miei laghi non tremano come le parole che si inciampano tra la gola e la lingua.

Non fa il verso, né a me né ad altri. Non mi rincorre per i corridoi mitragliando consonanti alla schiena: ss… sss… ssss… sei uno ss… sss… ssssfigato; non ridono quando mi vedono, non bisbigliano delle mie manie, di chi sono, dei tic.

Un disegno è mio e solo mio. Mi piacciono le mappe, voglio trascorrere la mia vita a disegnare cartine geografiche e, per ognuna, essere il primo a passare il dito sopra le linee di strade e costiere, per girare il mondo dalla mia scrivania. Io non ci voglio andare sulle vie vere, quelle piene di buche e di gente che fa confusione e non capisce che se mi guarda fisso mentre parlo, la voce si rompe e la gola si gonfia sempre di più fino a chiudere le parole in fondo a un pozzo dal quale faticano a uscire.

Io non sono un nomignolo, non sono solo fissazioni e manie, non sono un procione che pulisce, ossessivo, la tana. Non sono null’altro che un futuro disegnatore di cartine geografiche.

Metodico, mai sopra le righe, puntuale e preciso. Soprattutto, preciso. Scandisco il tempo che non trascorro chino su un libro come se fosse un orologio. Anzi, meglio: come la scacchiera disegnata con tratto leggero sul foglio, prima di una nuova cartina. Tante caselle tutte uguali, spazi da riempire con cura. Ore cinque e mezza: sveglia. Ore sei: esercizi ginnici. Ore sette: abluzioni. Ore sette e venticinque: riordinare la camera, dare aria al futon, ripiegare gli abiti da portare a lavare. Ore otto: uscire per andare a lezione. E così via.

Io lo so. Che dicono sia noioso, un nazista, Sturmtruppen. Privo di fantasia. Bizzarro. Sono quello che si fa le seghe davanti al poster del Golden Gate, dicono.

Non mi masturbo davanti al poster del Golden Gate: è attaccato al muro della mia stanza all’università, non mi masturbo davanti al mio coinquilino. Non mi masturbo mai, perché dovrei? Disordine e fluidi, movimenti scomposti e sudore. No, non va bene.

Il piacere, quello più vero, è viaggiare con un dito solo su e giù per le strade e le montagne, guardando oltre i colori brillanti di una piccola, profumata, perfetta cartina geografica.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.