Sole, mare, due giorni: una piccola storia tra Donne e Grace Kelly

Una storia non esiste se non la racconti, dice lo scrittore, uno di quelli famosi, in un romanzo. Ha ragione da vendere.

Semplicemente, non c’è. Se rimane esclusivamente nella memoria, una storia è destinata a disperdersi come la nebbia che si alza nelle mattine di novembre. Per piccola e insignificante che sia, non merita di trasformarsi in una piroetta di fumo sempre più sottile che si confonde con l’aria fino a non esistere più.

Eccola dunque, questa piccola storia ignobile, come direbbe Guccini.

«Mi passi il sale?». A volte basta così poco. Mi passi il sale.

Siamo a tavola, forse è giovedì. No, un attimo: è mercoledì. Il giovedì vado in palestra e non ci vediamo per pranzo.

Comunque, mi passi il sale. Alza gli occhi dalla sua insalata e sporge la saliera. Eccomi, con il sale in mano, a fare il salto logico: sale, mare.

Sono mesi che parliamo di andare via solo noi due. Un paio di giorni per staccare, dai, su, facciamolo. Niente di impegnativo, basta organizzarsi.

Sale, mare, quattro giorni. Facciamo due, ché siamo impegnatissimi entrambi. In settimana, ché c’è meno gente. Adesso c’è il sole, fa caldo, il lavoro è un po’ in fiacca per l’estate inoltrata. Si può fare. Sale, mare, due giorni.

E passi che all’inizio doveva essere una settimana, quando i sogni erano ancora sogni e non piani. Poi, la realtà… due.

Continua a masticare insalata parlando di Donne.

Donne, John: scrittore, filosofo, teologo, chierico, avvocato, poeta inglese, Londra, 22 gennaio 1572 – 31 marzo 1631.  No man is an island, entire of itself. Every man is a piece of the continent, a part of the main.

Hemingway quando ha pensato il titolo di Per chi suona la campana ha citato lui: bravo era bravo, senza alcun dubbio. Insalata, John Donne.

Due giorni, sale, mare.

Tiro fuori l’agenda dalla borsa – dopo aver posato la saliera -, guardo il calendario: luglio, col bene che ti voglio, due giorni. Tra due settimane, lunedì e martedì, potrebbe andare, sarebbe perfetto. Potremmo perfino pensare di tornare il mercoledì mattina sul presto.

Due settimane sono un tempo congruo per programmare una pausa da tutto, a luglio, con il lavoro un po’ in fiacca, giusto? Galoppiamo come somari tutto l’anno, avremo ben diritto di riposare due giorni e pensare un po’ al sole, al mare, al sale?

A stare sdraiati a guardare le onde parlando, perché no, di John Donne? Dammi uno scoglio e un tramonto, l’aria impregnata di sale, le grida dei gabbiani e ti racconto anche del ciabattino beone di Beowulf, se vuoi.

Anzi, facciamo così: me lo racconti tu, io ascolto.

Interrompo il dialogo tra lui, John Donne e l’insalata. Che ne dici del 23?

Alza gli occhi, mi guarda come se si trovasse davanti un Klingon in giacca e cravatta e io all’improvviso comprendo: viaggia su un’orbita ellittica lontana lontana, una galassia in cui la realtà si misura su un unico metro: il suo ombelico.

No, sono ingiusta, i metri sono due: il suo ombelico e l’insalata.

Mastica.

Mastica.

Mastica.

La mia conclusione: sta a vedere che…

Deglutisce, corruga la fronte. Eccolo che arriva…

«Eh? Per cosa?».

Prendo tempo: un paio di indifferenti sorsi d’acqua mentre lo fisso dal fondo del bicchiere. Distoglie lo sguardo.

Lo sa perfettamente per cosa.

Certo che lo sa, e farà finta di niente. Devo solo capire se si metterà a fischiettare in mezzo al dehors o se tufferà la testa nella ciotola dell’insalata sperando che io cambi discorso.

La terza opzione potrebbe essere lanciarsi, prima che io riesca ad aprire bocca, in una disquisizione sui calli del suo collega ipocondriaco. Punta a stordirmi di chiacchiere senza lasciarmi occasione di aprire la bocca e ribattere, riportando il discorso sul ventitré, tra due settimane.

È convinto che tra mezz’ora, quando ormai sarà in debito di ossigeno e parole, io mi domandi perché diavolo ho tirato fuori l’agenda e la richiuda, dimentica del sale, del mare, dei due giorni.

Analizzo rapidamente le mie alternative:

  1. Ricominciare daccapo per l’ennesima volta, con estrema calma – come si spiegherebbe a un bambino o a un anziano con la memoria che inizia a perdere qualche colpo – che ne abbiamo parlato più e più volte. Sale, mare, due giorni.
  2. Mettere via l’agenda e rassegnarmi. Non si farà.
  3. Mostrarmi altrettanto confusa: ma come, ti sei dimenticato? Mare, sole, due giorni, lo hai promesso tu.
  4. Legare gli spaghettoni che ho nel piatto uno all’altro, fare un cappio e impiccarlo ai rami dell’albero più vicino.
  5. Varie ed eventuali.

Tolgo gli occhiali con un movimento lento e studiato. Glaciale, calma, elegante: Grace Kelly sarebbe fiera di me.

Sollevo un sopracciglio: «Scusa?», e rimango in silenzio a guardarlo in viso. Lui mangia come se non avesse mai provato del cibo in vita sua. Compreso, attento a sminuzzare ogni singola foglia come se ne andasse della sua stessa vita.

Afferro la forchetta, la poso di nuovo sul bordo del piatto. Il sopracciglio è sempre alzato: la pelle della fronte comincia a tirare. Lui mastica e osserva il fondo della ciotola davanti a sé. Sembra che abbia trovato finalmente la prova empirica dell’esistenza di Dio: forse si regge a una fetta di cipolla che galleggia nella vinaigrette.

Sale, mare, due giorni sempre più lontani: li vedo svanire all’orizzonte come una nave che va verso il largo.

«Ti si fredda», bofonchia tra una forchettata e l’altra, indicando con il mento il mio piatto.

Ben altro si sta raffreddando, penso mentre il sopracciglio si impenna ancora di più.

Si affaccia alla mente, seducente, un’ulteriore opzione, la f): mettermi a urlare.

Sarei giustificata, sta ancora masticando. Potrei conficcargli un tacco nell’occhio, ma oggi indosso le ballerine.

Solleva finalmente lo sguardo da quel Dio che nuota nell’olio. Ripete «Eh? Che c’è?».

«Ventitré luglio, lunedì e martedì. Mare».

Poche parole, un unico concetto: qualcosa di semplice e immediato, che non si possa in alcun modo fraintendere né interpretare. La mancanza di tempi verbali è voluta; proviamo solo con aggettivi e sostantivi, manteniamoci a livello base: mamma, pappa, nanna.

«Ma io…» e si infila in bocca un grissino. Guarda un po’: mastica.

Deglutisce. «Ecco, devo lavorare. E stiamo pensando di andare via tre o quattro giorni con Pino e Beppe. A Barcellona. Te lo avevo detto, no? Non ho mica tempo».

Forchetta, insalata, bocca, mastica. Il discorso è chiuso, dove sarebbe il problema?

Sento un rombo sordo, dentro, che parte dal basso e si innalza, come la marea in burrasca. Le onde si increspano e crescono: Mosè e il suo Mar Rosso che si divide in due per far passare gli ebrei fuggitivi dal Faraone? Dilettanti.

Il sopracciglio sta cercando di raggiungere la nuca. Stringo le labbra e in silenzio mi esorto: non metterti a urlare, non metterti a urlare, pensa a Grace Kelly.

«Ah, quindi è no?».

Ammetto che c’è una certa dose di fascino nell’incapacità di certuni di interpretare i segnali, seppur macroscopici, inviati dall’Universo. Rimango ipnotizzata a osservarlo: Will – e – Coyote che corre a perdifiato verso un treno lanciato a tutta velocità.

Scuote la testa, sottolinea il gesto agitando un grissino. Un mezzo sorriso, la pezza e il buco. «Sai, Beppe e Pino… gliel’ho promesso».

«E a me non l’avevi promesso?».

Un barlume di comprensione, una scintilla al fondo degli occhi che però, subito, si spegne: «Sì, ma tu… insomma, lo sai… sei tu».

«Ah, sono io. E cosa intendi esattamente per Sei tu?».

Ha deciso di cambiare registro. Adesso beve. Appoggia sul tavolo la birra e mi guarda, con i baffi resi bianchi dalla schiuma. «Beh, sì, insomma, tu capisci. Sei l’unica al mondo che mi capisca».

Allunga la mano oltre il tavolo, afferra la mia. Sorride, gli occhi si fanno languidi come quelli di un cane che aspetta con fiducia che gli si allunghi un petto di pollo.

Dentro di me, Grace Kelly è prossima a inalberarsi leggermente. Per la precisione, sta lanciando il vasellame contro il muro. La mia Grace interiore in questo preciso momento ha i capelli tutti arruffati, e lei non ha mai – ripeto, mai – i capelli fuori posto.

Sospiro, gli sorrido. Rimetto gli occhiali mentre il sopracciglio scende. Con movimenti calmi, studiati, leggeri ed eleganti, rimetto l’agenda in borsa.

Lo vedo, si sta rilassando, ha di nuovo la forchetta in mano: «Ti dicevo, John Donne…».

Mi alzo da tavola, afferro la borsa, lo guardo dall’alto. «Certo, capisco. Quando sarai a Barcellona con Pino, Mino, Dino, Beppe e John Donne, fammi una cortesia: trombati loro. Perché qui non c’è più trippa per gatti».

Qualcuno sghignazza al tavolino di fianco. Verifico il tono di voce: no, non ho urlato.

Gli getto addosso un ultimo sguardo. Mi sta osservando come se fossi un Klingon in giacca e cravatta. «Il pranzo oggi lo offri tu». Mi volto e vado verso la stazione della metro, sculettando. Tra un paio d’ore, lo so, sarò uno scaricatore di porto e piangerò, con il naso rosso e gli occhi gonfi come quelli di un camaleonte. Ma non adesso, non qui.

Mi arresto di colpo in mezzo alla piazzetta, aggiusto la camicia e torno sui miei passi. Lo vedo sorridere. Penserà che io abbia cambiato idea, che mi voglia scusare. In piedi davanti alla sedia dove un istante prima ero seduta, ricambio il sorriso: «Il tuo John Donne diceva: And therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee. E quindi, non chiederti mai per chi suona la campana: suona per te.”

Mentre lo lascio lì seduto per l’ultima volta, ringrazio Grace Kelly, John Donne e una saliera dozzinale di vetro spesso. Sono stata grandiosa.

Sole, mare, due giorni: fanculo.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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