Una volta, al piano bar, quando si poteva ancora fumare

A quei tempi si poteva ancora fumare. Seduti ai tavolini bassi, affondati nelle poltroncine in pelle chiara, muovevano le teste a ritmo e si lasciavano cullare dalla musica.

Arrivavo alle sette e mezza, cinque sere a settimana. Il campanello, la porticina di legno rossa con il battente dorato, una scala stretta e poi la sala grande, le salette più riservate e la terrazza che, d’estate, si riempiva di altri tavoli, gente e zanzare. Entravo e salutavo, appena in tempo per masticare un boccone e due chiacchiere con i ragazzi, alle nove cominciava il mio turno. Fino alle tre, le quattro del mattino.

A quei tempi si poteva ancora fumare.

Dalle nove alle undici era un mortorio: due, tre persone che arrivavano subito dopo cena, si sedevano e aspettavano. Poche chiacchiere, qualche whiskey, con ghiaccio o senza. I mocassini scuri, i pantaloni grigi, le camicie rosa o gialline; i capelli radi tirati sulle teste lucide oppure folti, lunghi, che avevano conosciuto di sicuro qualche piega con spazzola e phon.

E le donne… le ricordo bene, le donne. I tacchi alti e i vestiti corti ben sopra il ginocchio. Si sedevano e accavallavano le gambe. Io sognavo, loro sorseggiavano Porto, qualche cocktail, del vino.

A quei tempi si poteva ancora fumare.

Appoggiavo un bicchiere di birra sul legno lucido e nero accanto al portacenere, disponevo i miei fogli sopra il leggio, scrocchiavo le dita e sistemavo il microfono. Le prime due ore erano una specie di prova generale davanti a pochi intimi, ma dalle undici in poi la sala si riempiva.

Li vedevo salire le scale e varcare l’ingresso, li accoglievo con mezzo sorriso e un cenno del capo e a loro piaceva: un trucco per aumentare le mance. Conoscevo ogni habitué: potevo prevedere, senza sbagliare, a quale tavolo si sarebbe seduto, le ordinazioni, conoscevo i tic e le mosse per rimorchiare, chi veniva per ammazzare la solitudine, chi per rimorchiare, chi per passare del tempo in un posto tranquillo con la moglie o la fidanzata; qualcuno, una sparuta minoranza, veniva perfino per ascoltare me.

C’era l’avvocato. Un pezzo grosso quanto la sua pancia. Tutti i giovedì, e la ragazza era sempre bella, bruna, più alta di lui. Sempre diversa. Si sistemavano al tavolino a ridosso della finestra, vicini. Le sue mani correvano veloci, a volte un po’ troppo. Fumava sigari panciuti che impestavano l’aria: forse è per quello che lo mettevano lì. Perché a quei tempi si poteva ancora fumare.

E il dentista, che tipo. Aveva denti orribili, e già questo la diceva lunga. Giacca stazzonata e cravatta storta. Le camicie gli tiravano sul ventre come se le avesse comprate una taglia più piccola o ci fosse cresciuto dentro. Di lui ricordo i capelli impomatati così tanto che sembrava portasse un elmetto di peli e il viso giallastro sul naso adunco, come il becco di un corvo. Veniva presto, lui; sempre da solo, sedeva al bancone e chiedeva un Armagnac. Lo beveva distratto sgranocchiando noccioline, si guardava intorno muovendo la testa come un uccello su un ramo, non si fermava mai. Alle dieci e mezza pagava, percorreva con gli occhietti scuri e freddi la sala ancora vuota, faceva al barman una battuta scadente e andava via, trascinando al guinzaglio la tristezza trasandata dell’uomo infelice.

E la contessa? La ricordo bene, non fosse altro che per i capelli. Ne aveva una montagna, dello stesso colore delle prugne, li portava tirati in uno chignon che per tenerlo su, secondo me, ci voleva un’impalcatura come per il cemento armato; né la luce soffusa né il trucco riuscivano a nascondere la rete di rughe che le attraversava il viso. La contessa fumava sigarette lunghe e sottili, usava il bocchino. Lo reggeva attenta, una Marlene Dietrich sciupata e chiassosa, precisa e teatrale nel sollevare il mento e mettersi di profilo quando lo portava alla bocca, chiudeva gli occhi, attendeva un istante e aspirava. Soffiava dal naso una nuvola densa e biancastra e, in quel momento, assomigliava a un drago.

Perché a quei tempi si poteva ancora fumare.

Lo facevano tutti, era così normale che verso l’una di notte, quando il locale era pieno, l’aria diventava una glassa di zucchero filato sospesa tra il pavimento e il soffitto.

Iniziavo sempre da Fred Bongusto: una rotonda sul mare, il nostro disco che suona… era un po’ la mia sigla. Sento gli amici cantare ma tu non sei qui con me.

I primi tempi il brusio delle chiacchiere ai tavoli e al bancone del bar mi dava fastidio; poi, ho imparato a ignorarlo. Arrivava sempre qualcuno a sedere su uno degli sgabelli alti intorno al pianoforte. Mi piaceva quando le ragazze accavallavano le gambe e si sporgevano muovendo il busto lentamente, con gli occhi chiusi. Mi ricordavano le alghe mosse dalle onde al mare, sinuose e languide.

A quei tempi si poteva ancora fumare. Stavo suonando, forse era qualcosa di Elvis: Love me tender, credo. Sì, lo era.

C’era un microfono appoggiato sul piano, per chi volesse esibirsi. A volte capitava.

Cantavo. Un tonfo leggero, inconfondibile, un piccolo soffio e una voce. La sua, bassa e roca: troppe sigarette, pensai.

Avevo alzato gli occhi, si era chinata verso di me. Il vestito dorato si era aperto sulla scollatura, il collo teso e le labbra lucide e rosse come fragole appena lavate. Ci sapeva fare, non era una di quelle che si mettono a gracchiare al microfono senza conoscere le parole né il ritmo: il brusio tra i tavoli era scemato, fino ad arrivare al silenzio.

Take me to your heart

for it’s there that I belong

and we’ll never part…

Si muoveva intorno al pianoforte, non aveva paura, cantava. Ipnotizzato la guardavo negli occhi quando si voltava verso di me, a ogni attacco: un dialogo muto di sguardi, la sintonia di due anime sconosciute che si intrecciano tra i righi e gli spazi di una partitura. Fu come se il mondo si fosse concentrato dentro un microfono. Dio, quanto l’amai in quel momento. Chiunque fosse, l’avrei seguita ovunque. Sulla luna, per le savane dell’Africa, nelle foreste lussureggianti e umide di Sumatra.

Chi sei?, mi domandavo mentre le dita si muovevano sui tasti come se fosse stato il suo corpo. Fermati, dimmi il tuo nome, resta con me: canteremo il mondo, insieme. Lo avremo, sarà solo nostro. Io te lo regalerò, te lo giuro.

Love me tender, love me dear
Tell me you are mine
I’ll be yours through all the years
Till the end of time

Intanto il silenzio era sempre più forte, gli sguardi più intensi, le mie dita indugiavano sui tasti, rallentando la musica fino a farla diventare quasi un lamento. Non volevo finisse quel pezzo, volevo trascorrere l’eternità con Elvis e lei, che mi seguiva, aveva capito, sapeva.

Il mio tutto trovato per caso in una sala piena di fumo di un piano bar. In un unico istante era lì, era lei: il mio vale-la-pena.

Ero felice.

Sono sempre stato convinto che dovremmo incontrare tutti un vale-la-pena almeno una volta nella vita. La persona che ti fa venire voglia di ribaltare gli scatoloni dell’esistenza per guardare cosa c’è dentro e buttare via il passato, correggere il presente e ridisegnare il domani, senza rimpianti.

Il vale-la-pena è come il vento che ti porta lontano e, ovunque sia quell’altrove, ci andrete insieme senza voltarvi indietro: perché ne sarà valsa la pena.

Così pensavo guardando il vestito dorato e i suoi fianchi, mentre respiravo nella sua voce profonda che si spegneva nelle ultime note.

Si voltò verso di me, gli occhi che raccontavano milioni di storie, un addio. Si voltò verso la sala sorridendo a metà, raggiunse uno dei tavoli. Quello vicino alla finestra: era giovedì.

Fu l’applauso più caloroso di tutte le mie serate al piano bar.

Dalle nove di sera, fino alle tre, le quattro del mattino, per dieci lunghi anni: quando si poteva ancora fumare. Non l’ho più rivista.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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