Ricordi di primavera nella vita d’autunno

– Quando sono in auto riesco a rilassarmi e a pensare meglio-.

Questa l’ho sentita da un tavolo alle mie spalle. Io, invece, in rigoroso e solitario silenzio della mia pausa a guardare fuori dalla vetrina del caffé che offre, abbinato al panorama di posteggio di periferia industriale, quei piatti unici che mettono insieme due miniporzioni: un primo e un secondo che teoricamente non cozzano tra loro e sono segnalati all’altisonante voce “piatto del giorno” e spesso ti lasciano una fame che conservi per tutto il pomeriggio.

Pensare meglio? Non credo che sia per tutti così.

“Tac, tac, tac” fa la freccia e l’autostrada non è più solo un cartello.

Forse più che rilassarsi in auto si diventa vulnerabili. Tra la mia radio che mi tiene compagnia, un sorpasso e un rientro in corsia centrale, i pensieri tornano addosso.
Rettilineo dopo rettilineo, curva e ancora una curva, la voce stanca del tanto parlare chiede tregua. Davvero strana la vita del “loquace” che oggi parla ore e ore. E dire che adora ascoltare. Come si cambia, avrebbe detto qualcuno.

E se le luci davanti a me disegnano in anticipo le traiettorie ogni volta che qualcuno si preoccupa per me ha il valore sublime dell’ironia, meglio andare oltre. Un altro casello è passato, un’altra città è già alle spalle: bene così.

Il navigatore testone indica come sempre la stessa direzione ma io giro a destra e scendo per la Bassa, direzione Capitale, “noi” la chiamiamo così, perché lo siamo stati e non ce lo siamo dimenticati.

L’importante è evitare troppo di vedere l’autunno, dove invece di cadere (solo) le foglie, dovrebbero cadere ogni tanto le delusioni e mentre scivola e a lei che a luci spente confondi nelle mente con me altri chilometri sono andati.

E se è vera la finta allegria quanto l’amaro disincanto, si deve alle certezze sono sempre meno e gli errori che sono sempre gli stessi. Per fortuna arriva How can I just let you walk away, just let you leave without a trace, che ha qualcosa di inspiegabilmente magico.

La pianura scorre a fianco, costellata di luci artificiali e di campi oramai addormentati: detesto questa e la prossima stagione che arriverà. Non perché faccia freddo ma per ciò che è diventata: Rèves moi, s’il neigera e il sorriso ha il retrogusto amaro delle coincidenze beffarde.

La pianura è spesso fatta di lunghi rettilinei ed è pure il suo bello; e se solo una settimana fa era ancora una stanca estate che si ostinava a non voler morire, adesso c’è la prima umidità dal sapore di foschia che poi diventerà nebbia. Sarà pur vero che il tempo a volte è ostile e a volte complice, ma potrebbe essere ogni tanto se non proprio amico, almeno un poco più indulgente. Ma il tempo non è una tesserina punti con cui passare alla cassa quando la pagina è completa: qualcuno ha detto che è il fuoco nel quale tutti noi bruciamo. Come dargli torto.

Si avvicina casa, del resto Lights will guide you home tra un tir e l’altro, tra uno spericolato e un altro, tra un cartello e l’altro: il paesaggio manca però di qualche dettaglio per essere veramente il mio.

Oramai è quasi fatta: l’ultima stazione di servizio, l’ultimo casello, quello giusto. Adesso è solo una questione di sei rotatorie.

E quando l’aria di casa è lì a due curve diventa Se piango in acqua non si nota e in mezzo agli altri si consiglia di sorridere: in due frasi un mondo.

“Tac, tac, tac” ancora una svolta destra, il rettilineo, la terza uscita dalla piazza e l’ultimo rettilineo e un flash: il disco, la copertina in cartoncino, la custodia interna.

Eccolo lì, la prima traccia, la spazzola per togliere la polvere, un quarto di giro all’indietro prima dell’attacco. Il cursore sfuma, il leggero passaggio sul bottone start del piatto, il cursore che si alza ed è How can I just let you walk away, just let you leave without a trace: la nostalgia di un momento nel quale c’erano solo ingenue certezze e nessun indizio degli (stessi) sbagli.

In fondo la magia (perduta) è questa.

 

Ph© Fabio Muzzio – Titolo: Cadente ordine sparso

 

Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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