Saffo e il significato del cielo capovolto



Donna con tavolette cerate e stilo (cosiddetta “Saffo”)

La canzone d’amore nasce nella Grecia delle colonie eoliche. È una poesia, e come è logico per l’epoca, viene cantata. Il canto è un lamento e questo lamento inizia ad avere due significati quando il canto diventa rapporto interpersonale: d’amore e di rabbia. Così le signorine di buona famiglia parlano con parole poetiche e cantano quelle parole attraverso un lamento che è suono emozionale.

Saffo di Lesbo (640 a.C. – 570 a.C.) ha un tìaso, là, nella provincia della Grecia eolica, legato al culto della dea Afrodite. Le ragazze che studiano da lei imparano l’arte del canto, dell’amore, della danza. Sono preparate al matrimonio, e la maestra di vita Saffo sa che il loro destino è quello di essere prese in spose da un uomo. Ma in quel tìaso, tra quelle mura calde come un abbraccio, in quella fortezza di preparazione alla vita, Saffo e le sue ragazze amano, imparano l’arte dell’omoerotismo. E non confondete questa parola con “omosessualità”, o non del tutto, almeno. È un ideale estetico, di cui Saffo coglie la fisicità – nel senso di dolore fisico vero e proprio – nella poesia, come nel celebre frammento: C’è chi dice sia un esercito di cavalieri, c’è chi dice sia un esercito di fanti, / c’è chi dice sia una flotta di navi sulla nera terra / la cosa più bella, io invece dico / che è ciò che si ama.

Il cielo capovolto, Roberto Vecchioni, 1995

Ne’ Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo), appartenente all’album omonimo del 1995, Roberto Vecchioni traduce questi versi in una fondamentale differenza del sentire. Uomini e donne sentono, vivono l’amore e le emozioni in modo diverso. Gli uomini sono come il mare, non hanno un colore proprio, perché il colore azzurro-blu viene dato loro dal cielo. E le donne sono cielo, vivono la felicità nel dolore e il dolore nella serenità della propria anima.

Gli uomini son come il mare:
l’azzurro capovolto che riflette il cielo;
sognano di navigare
ma non è vero.

[…]

Gli uomini, continua attesa
e disperata rabbia di copiare il cielo,
rompere qualunque cosa
se non è loro.

Vecchioni immagina di essere lei, la poetessa Saffo, che canta il suo lamento accompagnato dalla lira in onore di una delle sue ragazze del tìaso, appena data in sposa. E lo fa con una canzone che rappresenta più Saffo che lui, una canzone che segue un tempo che Vecchioni stesso definisce “il tempo di Bergson“, cioè «il tempo del cuore e dei sentimenti, non quello degli orologi e delle macchine» (Paolo Jachia, appunti di Forme di poesia in musica, Università degli studi di Pavia, corso di laurea magistrale CPM, 2017).

Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
L’orlo di un tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai.
Che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano,
passandola sul tuo seno,
cifra degli anni miei…

Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo) – Roberto Vecchioni

 



 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

3 commenti

  • Avatar
    Matteo
    29 Giugno 2018 a 15:28

    Grandissima recensione, complimenti!

  • Avatar
    Matteo
    29 Giugno 2018 a 15:29

    Complimenti per la recensione.

    • Debora Borgognoni
      Debora Borgognoni
      30 Giugno 2018 a 09:03

      Grazie!

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