Scaramanzia

Stamattina, per arrivare presto in tribunale, ho preso una scorciatoia che passa davanti al cimitero. Dovevo capirlo subito che era una strada da evitare e, infatti, un gatto nero ha aspettato proprio me, per attraversare la strada. Mi sono subito fermato sul lato della strada e sono venti minuti che aspetto che passi un’altra auto.

«Dove si è cacciato?» è l’ultimo sms che mi ha mandato il mio avvocato circa dieci minuti.

«Sono nel traffico» gli ho risposto. Mica potevo dirgli che sono fermo da mezz’ora perché un gatto nero mi ha tagliato la strada? Questa causa è troppo importante, il processo è durato quasi tre anni e non vanifico tutto il lavoro fatto finora per uno stupido gatto randagio.

«Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male» diceva il grande Eduardo ed io sono d’accordo con lui e quindi: non passo sotto una scala, non apro un ombrello in casa, non capovolgo il pane, non appoggio il cappello sul letto e, se a tavola qualcuno fa rovesciare il sale, recito per quindici volte il ritornello anti malocchio tanto caro a Pappagone: «Aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia, corna, bicorna, capa r’alice e capa r’aglio. Sciò sciò ciucciuvè, uocchio, maluocchio… funecelle all’uocchio…» L’ipotesi che uno specchio si rompa a casa mia, non riesco neppure a immaginarla. La mia mente si rifiuta di considerare un evento così drammatico e, ovviamente, il martedì e il venerdì sono giornate nelle quali evito di viaggiare o iniziare qualsiasi attività. Il malocchio è scientificamente provato, purtroppo esiste davvero quel potere occulto dello sguardo. Quella forza sovrannaturale  capace di produrre effetti negativi sulla persona osservata. L’importante è saperlo e prendere le giuste precauzioni. L’equipaggiamento del vero combattente anti sfiga prevede: un corno rosso, una corona d’aglio, qualche peperoncino secco, un ferro di cavallo, un flaconcino di olio benedetto, l’icona di Padre Pio e l’acqua di Lourdes nella bottiglietta a forma di Madonnina.  L’occhio deve essere allenato e pronto a carpire il più piccolo presagio. La mano deve essere lesta a sfiorare i genitali se lo sguardo cade su una suora, oppure diventare leggera come una piuma, se hai la fortuna d’incontrare un uomo con la gobba.

Mi fanno ridere tutte le credenze popolari napoletane come l’uovo di Virgilio nascosto sotto il Castel dell’Ovo, il munaciello che porta i soldi o ti riempie di mazzate, il sangue di San Gennaro, ‘a bella ‘mbriana, il capello di Diego.  La sfortuna è una cosa seria e va affrontata in maniera razionale. Non bisogna mai abbassare la guardia e combatterla con ogni mezzo.  E’ una vera e propria guerra, e le tecniche di difesa vanno continuamente aggiornate. La mia consulente spirituale contro la jella è la mia amica d’infanzia Valeria: una veterana nel campo della superstizione. L’unica che mi può capire davvero. Valeria, ogni giorno, quando esce e rientra da casa, bacia tutte le maniglie di ferro delle porte e delle finestre del palazzo. E il fatto che abiti al sesto piano non la scoraggia affatto. Valeria è un mito, una guerriera Amazzone che combatte la sfortuna a colpi di pratiche esorcistiche. Quando ieri sera le ho detto che sarei passato dal cimitero, ha cercato in tutti i modi di dissuadermi. Valeria aveva ragione e adesso non ho il coraggio di raccontarle cosa mi è capitato.

«Se non arriva subito, perdiamo la causa» mi scrive  di nuovo il mio avvocato.

«Se passo adesso da questa strada, la perdiamo lo stesso» vorrei rispondere ma lui non capirebbe. E’ da mezz’ora che strofino forte il mio portafortuna preferito: un corno di corallo rosso con la testa di pietra vulcanica del Vesuvio, ma non vedo nessuna auto all’orizzonte. Purtroppo non posso nemmeno tornare indietro, non tanto perché la strada è a senso unico, ma perché sarebbe uno stratagemma inutile e potrebbe addirittura peggiorare la situazione.  La sfiga non accetta questi mezzucci da quattro soldi, lei pretende un avversario alla sua altezza. Mentre prendo dal cofano il mio amuleto di scorta: un ferro di cavallo arrugginito che apparteneva al mio bisnonno vedo una vecchietta avvicinarsi lentamente sul marciapiede. Bacio il ferro di cavallo e la raggiungo.

«Buongiorno» le dico sputando qualche pezzettino di ruggine.

«Buongiorno giovanotto» risponde lei stringendosi forte la borsa al petto.

«Ho avuto un guasto all’auto» aggiungo per farle capire che non ho brutte intenzioni. «C’è un meccanico da queste parti?»

«Qui c’è solo il cimitero» mi dice e spero che la mia mano sia stata abbastanza veloce.

«Stia attenta che il marciapiede è pieno di cacca di cane. Perché non cammina al centro della strada? Tanto qui non passa mai nessuno.»  Se non posso avere un’automobilista, mi accontento di un pedone, ma devo convincerla a scendere dal marciapiede.

«Oggi c’è il mercato, la strada è chiusa dalle 8.»

Ecco perché non c’è un’anima, sarò stato l’ultimo a passare quando la strada era ancora aperta.

«Io non ho mai visto cani. Ci sono i gatti. Io ogni tanto gli porto qualcosa da mangiare. Ce n’è uno nero bellissimo»

«Scenda dal marciapiede, le ho detto, è pieno di cacca» le urlo cattivo, la mia pazienza si sta esaurendo. Il mio cellulare inizia a squillare: è il mio avvocato e non posso rispondere proprio adesso.

«C’è una puzza incredibile e ho visto anche qualche siringa» mento con cattiveria.

«Maledetti drogati» risponde la vecchietta e si ferma. Io la invito con un gesto a scendere dal marciapiede e a metters sotto il mio braccio. Dopo un attimo di tentennamento, finalmente si decide ad accettare il mio invito. Con la trovata delle siringhe infette ho avuto accesso ai suoi incubi peggiori.

Con la vecchia sotto il braccio, iniziamo la nostra passeggiata trionfale. Sembriamo due sposi che vanno all’altare, mi sembra di sentire pure la marcia nuziale, il nostro altare è la linea immaginaria che ha tracciato quel gatto di merda.  Affretto il passo ma la vecchia non ce la fa a seguirmi.

«Ho la sciatica e una protesi all’anca destra» mi dice dolcemente per giustificarsi mentre il mio cellulare riprende a squillare. Non ho bisogno di guardare il display, so chi è, devo sbrigarmi, non ho più tempo da perdere. Mi libero del braccio della vecchietta e me la carico cavalcioni. Lei è paralizzata dalla paura ma quando mi metto a correre, inizia a dimenarsi come una ventenne, a urlare disperata e a picchiarmi con la borsetta sulla testa.   E’ incredibile come la paura possa farci andare oltre i nostri limiti. Spero che nessuno senta le sue grida disumane, sarebbe leggermente difficile da spiegare la situazione surreale in cui mi sono cacciato. Sento il sangue misto al sudore, che mi scorre sulla faccia, ma non posso fermarmi. Arrivati al traguardo, scarico la vecchia, in evidente stato di choc, nel punto esatto in cui è passato il gatto e poi la spingo con forza per farla oltrepassare l’Averno, la porta dell’inferno. L’incantesimo finalmente è stato dissolto, riprendo la vecchia sulle spalle e la riporto sul marciapiede. Sono un po’ stanco e nel risalire sul marciapiede inciampo maldestramente e cado con la vecchietta addosso. La rimetto in piedi per assicurarmi che sia ancora tutta intera, ormai è rassegnata, ha rinunciato a qualsiasi difesa e non ha nemmeno più la forza di urlare. «Grazie. Mi dispiace molto» le urlo prima di salire in auto e partire con una sgommata. Ogni guerra ha bisogno di vittime innocenti e lo sguardo che incrocio nello specchietto retrovisore è proprio quello di un soldato caduto sotto il fuoco amico. Così impara a nutrire gatti portatori di sventure.

«Sto parcheggiando» urlo al vivavoce della mia auto, dopo aver risposto all’ennesima telefonata del mio avvocato.

«Lo sa che lei è un uomo molto fortunato? » mi dice lui con un tono molto rilassato. «Il giudice è rimasto chiuso in ascensore e ci vorrà almeno un’altra mezz’ora prima che i tecnici riusciranno a liberarlo».

«Più che fortunato, sono un soldato molto attento. Ci vediamo in’aula» rispondo e metto giù mentre entro nel parcheggio. Mi sento come i romani che tornavano vittoriosi a Cuma e passavano sotto l’Arco Felice per ricevere gli applausi dei loro concittadini.  Ho ancora una ventina di minuti, giusto il tempo per passare in farmacia e farmi curare la ferita alla testa, comprare una camicia nuova perché questa è troppo sudata e raccontare a Valeria come ho vinto la battaglia di oggi contro la sfortuna.

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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