“Ho un tipo di fantasia onirica. Sono un ‘creatore di immagini’, prima poche e sfumate, poi molte e sempre più chiare, poi ancora di più. E come in un caleidoscopio policromo, cominciano ad ordinarsi, a prendere un verso, avere un significato, una sequenza, una logica. Così è nato Per un pugno di dollari e così tutti gli altri miei film. Per questo non potrei pensare di realizzare un film su una base tematica di fondo: le immagini sarebbero meno sincere, meno spontanee, meno mie. Questo invece vogliono i critici dal cinema ed è questo che io non accetterò mai. Come non accetterò mai la distinzione tra cinema politico e non politico; semmai l’unica distinzione che si potrebbe fare è quella più generica, più astratta, più imbarazzante ma anche più sincera: tra cinema e non cinema”

Sergio Leone in Per un pugno di dollari, a cura di Luca Verdone, Cappelli Editore, Bologna 1979

Segni particolari: Datemi un Leone

Sergio Leone, fonte Wikipedia

Sergio Leone, un uomo, un regista, uno sceneggiatore, un produttore, un protagonista indiscusso della cinematografia italiana e internazionale. Pioniere del western all’italiana, punto di riferimento per le generazioni cinematografiche successive, maestro nella macchina da presa, uomo burbero ma estremamente puro, con il cinema ha raccontato il West e l’America, il West e l’America dai tratti decadenti e nostalgici.

Roma, a novant’anni dalla nascita e trenta dalla morte del regista, gli rende omaggio con la mostra C’era una volta Sergio Leone al Museo dell’Ara Pacis, dal 17 dicembre al 3 maggio p.v.

Il percorso espositivo racconta l’uomo e il regista Sergio Leone a partire dalle sue radici familiari (figlio  di Roberto Roberti regista-pioniere ai tempi del cinema muto e di Bice Waleran, attrice, Leone è praticamente cresciuto a Cinecittà), fino agli esordi nel cinema (dove vanta collaborazioni quale direttore della seconda unità in Quo Vadis di Mervyn Le Roy e Ben Hur di William Wyler), per approdare alla sua produzione più aulica (la Trilogia del Dollaro e  la Trilogia del Tempo), fino alle cooperazioni con altri artisti (primo fra tutti Carlo Verdone in Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone) e a quella stesura di pagine incomplete di una nuova avventura cinematografica, dedicata alla Battaglia di Leningrado, rimasta in sospeso per una morte quanto mai prematura.

La mostra, attraverso un percorso multisensoriale, racconta e accompagna in un tuffo nel passato per capire da dove è partita la sua opera, dove è arrivata e cosa ha lasciato nel tempo. Grazie ai preziosi materiali d’archivio della famiglia Leone e di Unidis Jolly Film, i visitatori potranno entrare nello studio di Sergio, il luogo dove nascevano le idee: ci sono la sua scrivania, i suoi cimeli, parte della sua biblioteca, il piano Petrof dove Ennio Morricone, l’amico di sempre, faceva ascoltare le partiture delle colonne sonore per i suoi film. E poi, di sezione in sezione, modellini, scenografie, sceneggiature, bozzetti, costumi, oggetti di scena, centinaia di fotografie del set, un mondo di immagini e suoni attraverso gli schermi che ci portano dentro alle storie, ai capolavori del cineasta.

Storie, le sue, fatte di campi lunghissimi e di primi piani degli occhi, di dialoghi scarni e di lunghi silenzi, di accelerazioni e di rallentamenti nelle azioni, di contraddizioni tra suoni e immagini, di cura  minuziosa per i dettagli, di battute ciniche pronunciate dai suoi personaggi, di un uso sapiente della musica e della fotografia che si elevano a tecnica personale dove anche, e soprattutto, i silenzi colpiscono, a volte raccontando, altre volte non svelando nulla.

Costante la ricerca della verosimiglianza all’interno della fiaba per adulti che si stava snocciolando, sequenza dopo sequenza. La verosimiglianza come ossessione e ricerca della perfezione nella pienezza dei ritmi, della composizione, delle emozioni. Il West e l’America riconoscibili ma raccontati per simbologie: praterie brulle e polverose ed eroi immaginari più reali dei veri eroi, con le loro vite inventate perché in fondo il cinema era solo una visione, un racconto, una poesia fatta di sub-eroi e anti-eroi.

La ricerca della perfezione come norma di base che portò Sergio Leone a costruire ad Almeria, in Spagna, una vera e propria cittadina western in cui girare le scene e a far ricoprire di sabbia gialla, importata dall’Arizona, le strade ricostruite a Cinecittà; anche il treno utilizzato per la trama del film era un treno autentico.

Gli oggetti di scena e i costumi come elemento chiave per decretare il successo dei personaggi: la barba di qualche giorno, il poncho, il gilè di montone, i sigari, gli stivali marroni scamosciati, i jeans attillati, facevano di un pigro, indolente, silenzioso, quasi sconosciuto cowboy di seconda mano, Clint Eastwood, il Magnifico straniero e configuravano l’essenza stessa del contrasto tra il serafico e la velocità d’azione.

Ma veramente innovativo fu l’uso straordinario dei primi piani, utilizzati come una serie di ritratti-studio di volti che si guardavano l’uno con l’altro: facce di zingari andalusi, di attori italiani sfregiati, di  americani con la barba di due settimane. E soprattutto la focalizzazione sui dettagli negli occhi, negli sguardi, quei dettagli che rivelavano tutto quello che c’era da sapere sul personaggio: coraggio, sfida, incertezza, tracotanza, paura, morte o, al contrario, la completa impassibilità di occhi che non rivelavano niente. L’uso delle ‘facce come tipi’ dal momento che la faccia, in molti casi, significava tutto, più di una buona recitazione.

Western all’italiana, o meglio, Spaghetti Western, rappresentarono una rivoluzione rispetto al western americano con i suoi modelli stereotipati, con il ‘buono’ con la faccia pulita del buono e il ‘cattivo’ prevedibile nella sua cattiveria già dalle prime scene iniziali del film. L’uomo filmico di Sergio Leone non ha connotati netti e il ‘buono’ non è mai, in fondo, così buono,  così come il ‘cattivo’, in fondo non è poi così bastardo come ci si poteva inizialmente aspettare: è un uomo in divenire, un uomo in potenzialità, il bene e il male reale che albergano in ciascuno di noi e che affiorano mediati dal fattore Tempo che, nella regia di Leone, diventa protagonista esso stesso delle storie raccontate. Sergio Leone come il Regista del Tempo, tempo portato all’attenzione dello spettatore attraverso l’uso dei feedback, tempo perduto che scorre come nostalgia, che sospende e che frantuma, con i ricordi, ogni certezza.

Rivoluzionario fu anche il discostarsi dai canoni del Codice Hays che stabiliva che un personaggio colpito da una pallottola di un’arma da fuoco non potesse trovarsi nello stesso fotogramma dell’arma nel momento in cui questa sparava perché si pensava che l’effetto fosse troppo violento per lo spettatore. In pratica si  dovevano girare le scene separatamente e poi far vedere la persona che cadeva. Sergio Leone superò questo limite raggiungendo un realismo assoluto con la pistola che faceva fuoco, la pallottola che partiva e il personaggio colpito che cadeva, tutto nella stessa scena. Non era gusto per lo stupore e per il cruento fini a se stessi ma piuttosto l’urgenza di far comprendere allo spettatore la vera cognizione del dolore, l’agonia lenta e inesorabile dell’uomo in attesa dell’accettazione che si compia un destino non sempre intelligibile seppur conosciuto.

Il cinema di Sergio Leone  ha reso leggendario il racconto filmico della storia di miti come il West o l’America ed è stato scuola e fonte di ispirazione per registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, George Lucas, Stanley Kubrick, Robert Zemeckis e lo stesso Clint Eastwood.

Give me a Leone”, ovvero “Datemi un Leone” era la richiesta ai cameraman per avere uno di quei suggestivi primi piani sui dettagli, il vero marchio di fabbrica del regista di Trastevere.

Sergio Leone, senza entrare nei singoli titoli e nelle trame,  lo possiamo riassumere così, citando alcune sue frasi: “Io sono molto testardo, molto tenace e faccio il cinema che amo fare, cioè devo amare visceralmente e dall’interno un film. […] Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio. […] Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui “C’era una volta il mio cinema”, più che “C’era una volta in America”.

 

Un cinema che, prendendo in prestito una battuta di Noodles, il tempo non può scalfire.

 

 

Roma, dal 17 dicembre 2019 al 03 maggio 2020

Indirizzo: Museo dell’Ara Pacis, Lungotevere in Augusta

Orari: tutti i giorni ore 9:30 – 19:30 (la biglietteria chiude un’ora prima). 24 e 31 dicembre 9:30 – 14. Chiuso il 25 dicembre, 1 gennaio e 1 maggio

Telefono per informazioni: 060608

E-mail info: info.arapacis@comune.roma.it

Sito ufficiale: http://www.arapacis.it/

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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