Smallville: opposti convergenti

Era il settembre del 2002. Non chiedetemi perché ma io mi trovavo in una caserma della Guardia di Finanza. Il televisore era acceso, la finestra era aperta e l’aria settembrina delle nove di sera si faceva sentire. Fuori qualcuno schiamazzava e io ero fissa sul tubo catodico, infastidita. Non che questa premessa serva a descrivere la serie tv che stava per essere presentata su Italia 1, Mediaset. O forse sì. Ricordo che cominciò con uno scoppio, e siccome ero sovrappensiero per tutti i motivi sopra descritti, lo scoppio mi fece spaventare. Ma permise anche alla mia memoria di imprimere per sempre quella prima puntata del secondo telefilm (dopo Beverly Hills, 90210) che seguii per tutta la sua durata: Smallville.

Smallville Saison 1 episode 01 - The Pilot

Poi partì la sigla, che ora ti porta a essere maledettamente malinconica perché le sigle delle serie tv diventano un feticcio, un mantra, una cosa strana a metà tra una canzone e un oracolo. Save me di Remy Zero ha quel genere alternative indie che non ti lascia scampo.

Somebody save me
Let your warm hands break right through and
Save me
I don’t care how you do it
Just stay, stay
Oh come on
I’ve been waiting for you

(trad. SevenBlog: Qualcuno mi salvi / lascia che le tue mani calde si uniscano attraverso me e / salvami / non mi importa come farai / ma rimani, rimani / dai / io ti sto aspettando).

Smallville Official Opening Credits: Seasons 1-10 [1080p]

Fa parte dell’album del 2001 The golden hum, ma io non l’ho mai sentita al completo: la associo alle immagini dei protagonisti che man mano perdono anche i loro nomi veri. Micheal Rosenbaum lì è calvo e si chiama Lex Luthor, è terribilmente sexy con l’abito scuro dalla giacca lunga e la cicatrice sul labbro e le citazioni colte e inafferrabili. A partire dal nome: Alexander Lex deriva da Alessandro Magno, il principe eroe, il guerriero.

E il baldo Tom Welling non è mica così macho lì. È piuttosto casto e modesto quando si cala nei panni di Clark Kent, alias Kal-El. È l’extraterrestre perfetto, con i muscoli al punto giusto e quella servizievole vena umana verso i mortali che lo rende l’eroe emersoniano per eccellenza.

Non fa una piega la suddivisione netta tra buono e cattivo, è ciò cui siamo abituati leggendo fiabe e fumetti. Ma qui, a Smallville, in quel paesino immaginario dell’anonimo Kansas, il gruppetto di adolescenti è ben uniformato. Sì, Lex è già un imprenditore, vive in un castello, ha un padre ingombrante e dolori famigliari non proprio da ragazzo, ma si integra bene con Clark, Lana e Clohe e non nasconde l’amicizia speciale con il primo, l’innamoramento verso la seconda e il senso di competizione nei confronti della terza.

Già che ci siamo, parliamo di Clohe Sullivan, personaggio completamente inedito, ossia inventato dagli autori Alfred Gough e Miles Millar e interpretato da Allison Mack. Eternamente innamorata di Clark è la prima a scoprire che l’amico proviene da un altro pianeta. È una ficcanaso geniale e fedele, la sua missione sarà per sempre stare al fianco, come mente e hacker, dei vari eroi che seguiranno Superman nella salvezza del mondo.

Stando a lungo vicino a un eroe spesso si ha anche l’occasione di salvarlo, a volte persino da se stesso.

Lana Lang è Kristin Kreug. Si racconta che gli autori prelevarono l’attrice ancora sconosciuta in un liceo di Vancouver, dove sono partite le registrazioni della serie tv, perché il suo volto abbagliò il talent scout. Sembra lei l’extraterrestre, e per tutta la serie sarà un personaggio in bilico tra il bene e il male, tra la generosità e la rabbia, tra l’amore e la vendetta. Ma gli autori sono lontani dal farcela apparire negativamente. Siamo noi spettatori che la percepiamo sempre avvolta da un mistero profondo, da un passato ancestrale oscuro e incalzante, tanto che poi emergerà con il ricordo della contessa Isobel Theroux, una strega del XIV secolo bruciata sul rogo.

La simbologia è immensa e mi piacerebbe un giorno poterla analizzare in un saggio. Il mondo politico degli anni Trenta emerge in una metropoli che cede al degrado per seguire il potere (vedi Hitler (and Eva) dead); il futuro è continuamente minato dalle besi fragili di una civiltà ottusa e convinta del contrario; la pace non è più un’illusione nemmeno per chi la prende come metro di misura. Quell’umanità tanto esemplare per l’extraterrestre vive in passati gloriosi e arcaismi nascosti agli angoli del globo, ma nulla più. La speranza è l’universo.

Quando Smallville è iniziato io avevo ventidue anni e già un marito. Quando è finito ne avevo trentadue e già una figlia. In queste dieci stagioni anche i personaggi nel frattempo sono cresciuti, si sono raffinati. Clark ha smesso i panni del ragazzino imbranato e ha indossato via via quelli del giornalista. Ha anche conosciuto Lois Lane e dimenticato quel primo, sospirato amore rappresentato da Lana, che esce dalla serie tv quando ci fanno sapere che è un’eroina al pari di SupermanWonder Woman. Clohe è diventata una donna sofisticata e si è sposata con l’altro eroe buono: Oliver Queen alias Freccia Verde (Green Arrow) interpretato dal bel Justin Hartley. E Lex fa una brutta fine, è sempre meno considerato in quella Metropolis dai mille volti che non si cura più di un milionario con manie di grandezza, il cui genio gli è stato deleterio fino alla distruzione. Non se ne cura perché nel frattempo la società è peggiorata, perché il cielo si è riempito di navicelle spaziali pronte a conquistare la Terra, perché la linea dell’orizzonte non è più visibile.

Clark e Lex, il bene e il male, partono da due opposti ma tendono a convergere al centro. Sono sempre meno bene e meno male, sempre più un misto di quel grande caos universale che è nato da uno scoppio ed è destinato a morire sotto i detriti.

 


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Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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