Solo un’altra puntata e vado a dormire

Da quando ho scoperto Netflix, la mia vita è cambiata. Passo le ore intere su quella piattaforma. Ho iniziato vedendo qualche puntata di notte, adesso invece è diventata un’ossessione. In metro vedo due puntate: una all’andata e una al ritorno dall’ufficio. Di sera non vedo l’ora di tornare a casa e dalle 19 mi dedico ai film originali prodotti da questo colosso dell’intrattenimento online. I week end li passo a recuperare le stagioni precedenti: ci sono milioni di ore di streaming a disposizione.

Forse sono pure troppe, gran parte del tempo, infatti, lo passo a decidere cosa guardare. Adoro quei trailer, molti li ho imparati a memoria. Netflix mi conosce meglio di chiunque altro e mi propone sempre i contenuti più adatti a me.
Tutte queste ore davanti a uno schermo non mi fanno paura. La voglia di vedere come andrà a finire una serie è più forte di ogni malessere.

Certo, quando una serie finisce, mi sento leggermente a disagio, ma è una sensazione che dura solo qualche mese. Giusto il tempo di appassionarmi a una nuova storia.

E poi non succedeva così anche con la tv tradizionale? Mi ricordo che mia nonna passava le giornate intere a vedere Sentieri, Beautiful e Anche i ricchi piangono. Stamattina in metro, come sempre, sono seduto vicino alla toilette. Con questa puzza, nessuno ha il coraggio di sedersi in questo vagone. Io non ci faccio più caso e molte volte, quando il treno è pieno, chiedo al capotreno di aprirmi la porta del bagno. Chiuso lì dentro, riesco a concentrarmi meglio sulla visione di Netflix, poco importa se quando esco, puzzo di urina mista a varechina di basso costo.

Tutti i giorni, pure se piove, ho gli occhiali da sole, così posso far finta di non vedere nessuno. Indosso le solite cuffie da DJ per isolarmi. Non capisco tutti questi millennials, dove trovano la forza di condividere a prima mattina. Dico io, siete la generazione asocial per eccellenza? E allora, indossate le vostre cuffie, e inebetitevi sui vostri smartphone. Invece no, devono far vedere a tutti cosa c’è sui loro schermi. E vogliamo parlare delle perennials? Donne oltre la cinquantina che usano la tecnologia come se avessero vent’anni di meno. Ascoltano i video a tutto volume come se il treno fosse di loro proprietà.

«Qui c’è gente che deve vedere una puntata di The Umbrella Accademy» vorrei urlare ma desisto. La cosa più brutta di vedere Netflix sul cellulare è che non posso evitare le notifiche WhatsApp.

«Che fine hai fatto?» mi scrive il mio amico Marco, «perché non sei venuto al Pub?»

«Il WiFi lì fa schifo» rispondo velocemente. Ormai seleziono i posti dove andare in base alla qualità del segnale 4G. Ho quattro schede telefoniche, una per ogni operatore, e quando la zona non è coperta a dovere, m’informo sulla qualità del WiFi. Ho un foglio Excel con tutti i locali di Napoli che aggiorno di continuo. Il Seven Pub è classificato con una sola stella. L’ultima volta che ci andai dovetti mangiare il panino in auto per seguire una nuova puntata di Suburra. In metro ho sempre la scheda Vodafone. Il numero l’ho dato solo a Marco e ancora me ne pento.

«Sei ancora in fissa con Netflix?» mi chiede ancora Marco. La gente pensa che io sia pazzo, non ha capito che non posso fermarmi.

«No» mento serafico. Mica posso dire che i loro discorsi mi annoiano. La gente si lamenta che le mie conversazioni gravitano sempre intorno all’ultima serie che sto guardando. Come se parlare tutti i giorni di calcio o di politica sia la cosa più interessante del mondo.

«Farai la fine di quel ragazzo indiano che è stato ricoverato per dipendenza da Netflix. Passava sette ore al giorno incollato alla tv» scrive Marco cercando di spaventarmi.

«Sette ore? Un dilettante» penso.

«Aveva disturbi alla vista e non dormiva più» incalza Marco farcendo il messaggio di faccine assonnate. Rido ripensando al terzo paio di occhiali che ho dovuto cambiare negli ultimi sei mesi.

«Io dormo» rispondo serafico, e vorrei aggiungere: «due ore a notte bastano e avanzano». Di notte guardare Netflix è ancora più appagante. Pensare a tutti quelli che sprecano il tempo dormendo piuttosto che spararsi un altro paio di puntate, mi dà una carica incredibile.

All’arrivo al capolinea, scendono tutti. Ho sette minuti prima che il treno riparta. Devo concentrarmi, perché molte volte sono rimasto chiuso dentro senza riuscire a scendere. Con un occhio guardo le immagini e con l’altro guardo il capotreno. Quando lui salirà, io dovrò scendere velocemente. Il capotreno fuma tranquillo, c’è ancora tanto tempo.

«Vieni alla festa di Carla?» scrive ancora Marco. Come no. Quella che si è permessa di dire che Prime Video è meglio di Netflix. Manco morto ci verrei.

«C’è tempo fino a sabato» rispondo a Marco.  La gente pensa che io abbia perso la cognizione del tempo, che scandisca la mia vita in base alle stagioni su Netflix.

Il treno comincia a riempirsi di nuovo. Oggi mi devo concentrare sul capotreno senza pensare a tutte le stupidaggini che s’inventa la gente su di me. Mancano pochi minuti alla partenza. Cerco di rilassarmi pensando ai comandi vocali di Sky Q. Forse in quel modo ci riuscirei, penso, mentre il capotreno sale sul convoglio. Sento il sudore freddo che mi bagna la schiena e ho le mani che tremano. Faccio uno sforzo esagerato ma non riesco a muovere il braccio sinistro.

Le porte si richiudono e il treno riparte con uno scossone. Niente, nemmeno oggi ce l’ho fatta e premere pausa. Dovrò scendere alla prossima fermata e tornare indietro come il solito.

«Prego, biglietti» mi urla il capotreno scostandomi una cuffia dall’orecchio. Gli porgo il mio biglietto mentre Netflix ha caricato già una nuova puntata. Adoro quando fa così. Netflix non si ferma mai. L’idea di far ricominciare subito un nuovo episodio la trovo geniale. Non ti dà il tempo di pensare, non hai voglia di smettere.

«Questo biglietto non è valido»  urla ancora il controllore.

«Sì, scusi, ha ragione. Dovevo scendere ma poi mi sono distratto e il treno è ripartito. Scendo alla prossima».

«Vuole prendermi in giro?»

«Senta, io prendo questo treno tutti i giorni da vent’anni» rispondo dopo aver messo pausa. L’ira ha su di me lo stesso effetto che ha su Bruce Banner. «Le ho detto che scendo alla prossima. Mi sono distratto un attimo e il treno è ripartito. Perché non controlla il resto dei passeggeri? Vedrà che c’è tanta gente che non ha fatto il biglietto».

«Prima faccio la multa a lei e poi controllo anche gli altri passeggeri» mi dice il paladino della giustizia.

«Multa? Lei vuol fare una multa a me che ho sempre pagato il biglietto?» urlo mentre sento che sto diventando sempre più verde. Intanto il treno è arrivato alla prima stazione. Con un balzo felino scavalco il mio sediolino e supero il diligente controllore. Le gambe non mi reggono e cado nel corridoio. Ho le gambe addormentate e devo fare uno sforzo enorme per rimettermi in piedi. Il treno è affollato e devo lottare con i passeggeri per farmi spazio nel corridoio. La vista è annebbiata e gli occhi mi fanno male ma finalmente arrivo fino alla porta.  Con un salto degno di Fiona May, mi lancio sulla banchina ma atterro proprio su due agenti della Polfer.

«Grazie di essere accorsi subito» dice il capotreno ai due poliziotti.

«Ecco. Appunto. Come spiegavo al gentile controllore. Io mi sono distratto e non mi sono reso conto che il treno ripartiva» cerco di spiegare ai due agenti. «Sono in fissa con The Umbrella Accademy» dico indicando il mio cellulare, «volevo vedere la fine di questa puntata.»

«Bellissima serie, ma non spoilerare nulla, ho visto solo due puntate» mi fa uno dei due poliziotti. Quello più giovane, quello bravo.

«Ma lei deve pagare la multa. Sono le regole, mi dispiace» aggiunge subito quello più anziano. Quello che non molla ancora la presa sul mio braccio. Nella breve colluttazione la mia camicia si è strappata in più punti, sento l’ira che sale proprio come Hulk.

«Secondo voi, io stamattina ho comprato un biglietto, l’ho convalidato e, pur sapendo che vale per una sola corsa , ho aspettato che il treno ripartisse. Mi avete preso per pazzo?» urlo fuori di me, gli agenti faticano a tenermi fermo.

«Il biglietto è di una settimana fa» mi dice il controllore mentre i due poliziotti mi trascinano via con la forza.

«Hai sempre voglia di scherzare. Sabato è oggi. Sai chi ho incontrato? Il tuo collega Giulio. Mi ha detto che non vai in ufficio da una settimana. Cosa combini?» è l’ultimo messaggio che leggo prima di addormentarmi nell’ufficio della Polfer della stazione.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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