I diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano; lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità; il rafforzamento del potere di azione delle donne significa il progresso di tutta l’umanità.

Kofi Annan

Speriamo che sia femmina

Neanche il tempo di aprire la prima pagina del calendario nuovo di pacca, di visualizzare la prima settimana dell’anno, che l’attualità si tinge di rosa, rosa come i diritti di parità di genere, quei diritti spesso latitanti un po’ ovunque ma particolarmente dimenticati, se non proprio inesistenti, in alcune aree geografiche.

La cronaca, con le sue sferzate di novità, si muove raccontando realtà e storie di vita che, se da una parte fanno inorridire l’Occidente, dall’altra indicano qualche segno positivo di ammodernamento in luoghi dove la discriminazione sulle pari opportunità non si pone neppure come problema e forse, volendo essere ironici, o realisti, non si trova neanche nel vocabolario.

L’aria nuova soffia dall’Arabia Saudita per far scalo a Bangkok e approdare nello Stato del Kerala in India. Ha per protagoniste donne che si vorrebbero mute oltre che velate, donne che cercano di alzare la testa, attiviste che per vedere riconosciuti diritti elementari rischiano il carcere e il ripudio familiare.

La prima novità “epocale” arriva dall’Arabia Saudita dove vengono definitivamente messi al bando i divorzi segreti, ovvero quelle pratiche di separazione dalla moglie attuate dal coniuge senza avvertire la consorte in modo da poter continuare a beneficiare delle deleghe legali che avevano ottenuto su di loro con il matrimonio, usufruire a piacimento dei beni portati in dote e non avere l’onere di dover pagare gli alimenti: una pratica assurda ma, purtroppo, molto diffusa nel regno ultraconservatore.

Al marito che faceva richiesta di divorzio bastava pronunciare la formula di rito davanti ad un giudice: “Tu -nome della moglie- sei divorziata” e registrare l’atto in tribunale perché la separazione diventasse effettiva. Migliaia di donne sono state ripudiate così, in cinque minuti, a loro insaputa, continuando nella loro parte di moglie ignara e quasi schiava.

Con il nuovo ordinamento i mariti potranno sempre usufruire del divorzio-lampo ma un sms notificherà alle loro mogli il  nuovo stato di divorziate, il numero del decreto di divorzio, il tribunale che lo ha emesso, la possibilità di leggere gli atti, di riceverne una copia, e di procedere con la richiesta degli alimenti, della restituzione della dote e delle eventuali proprietà.

Lo stato “nuovo” di divorziata passa, dunque, attraverso una spunta di lettura, senza tener conto minimamente di quello che loro vogliono o pensano, senza essere interpellate, senza la tutela di un giudice e senza fiatare, senza dire manco “Bah”. Avvisate, non salve, ma perlomeno “questo metterà fine a ogni tentativo di imbrogliare o impadronirsi dell’identità delle donne per assumere il controllo dei loro conti bancari e proprietà usando procure precedentemente emesse”, secondo quanto riportato dalla Saudi Gazette.

Per alcuni la nuova legge assume i connotati di una rivoluzione, per altri è solo un’operazione puramente di facciata che si inserisce nel contesto di modernizzazione iniziato con i decreti reali emessi nell’aprile 2017 e concretizzati dal principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa’ud nel corso del 2018 con la libertà di guida da parte delle donne e altri allentamenti  come la possibilità di praticare sport all’aperto e assistere a concerti ed eventi sportivi, anche se solo in determinati settori riservati (e per i quali è in atto, tra le altre questioni, la polemica per la scelta della stadio di Gedda per la Finale di Supercoppa Italiana).

Ma, soprattutto, la nuova legge è un ulteriore sgretolamento al sistema del tutore, il guardiano di famiglia – padre, marito, fratello – il wali che, fino a circa un anno e mezzo fa, prendeva tutte le decisioni importanti che riguardavano la vita della donna, dall’apertura di un conto corrente al decidere di sposarsi, dall’avere la potestà sui figli al richiedere il passaporto, dal viaggiare al sottoporsi a interventi di chirurgia estetica, alla possibilità di ottenere un lavoro pagato. In realtà la figura del tutore è ancora ben radicata, così come ancora ben radicato è l’obbligo di indossare il velo, lo hijab, e il copri-abito nero, l’abaya, anche se il Principe, in un discorso del marzo scorso, aveva detto che non erano più “necessari” senza però dare disposizioni precise per cui soltanto le più audaci escono con gli abiti normali e, nella maggior parte delle famiglie, i maschi  continuano a svolgere,  imperterriti e imperturbabili, il loro ruolo di guardiani per cui, di fatto, il permesso, per esempio, di viaggiare da sole è consentito solo in alcune famiglie, le più progressiste.

Passi avanti  innegabili, certo! Discorsi di modernità impensabili fino a poco tempo fa ma che si prestano, sempre, a interpretazioni ambigue che, se da una parte potrebbero portare ad una grande apertura, dall’altra ristagnano in ideologie e comportamenti restrittivi.

Rahaf Mohammad al-Qunun (frame da video YouTube)

Un esempio? La storia della diciottenne Rahaf Mohammad al-Qunun che ha riempito la cronaca dei primi giorni dell’anno con il suo grido su Twitter alla ricerca di un aiuto per la sua libertà di donna. Libertà ostacolata e negata dalla famiglia di origine. La ragazza ha denunciato di essere rimasta bloccata durante lo scalo all’aeroporto di Bangkok dopo che un funzionario saudita le aveva sequestrato il passaporto su richiesta del padre.

Rahaf, da tempo, aveva pianificato la sua fuga aspettando un’occasione favorevole per realizzarla. In vacanza con la famiglia in Kuwait, dove per una donna non c’è bisogno del permesso di un tutore per viaggiare da sola, la ragazza ha intravisto la concretizzazione del suo sogno, quello di poter raggiungere l’Australia: “Nel mio Paese non posso né lavorare né studiare; ho abbandonato l’Islam e voglio vivere all’estero; voglio essere libera di studiare e fare il lavoro che desidero”. Sogno interrotto, appunto, durante lo scalo obbligato a Bangkok.

Barricatasi dentro una stanza d’hotel all’interno dell’aeroporto ha chiesto, con tutta la forza possibile, l’intervento delle Autorità Internazionali per i Diritti Umani per poter proseguire verso la sua destinazione e, soprattutto, per non essere riconsegnata alla sua famiglia, quella famiglia dove i fratelli e altri parenti la picchiavano spesso e che, tempo addietro, l’avevano segregata  in casa per sei mesi solo perché si era tagliata i capelli; quella famiglia che, seguendo le leggi dell’Islam, l’avrebbe abbandonata in carcere, se non addirittura uccisa. La paura di un esito scontato e un grido di aiuto più forte per non ripetere la storia, e probabilmente la fine, di un’altra giovane donna, Dina Ali Lasloon che, dall’aprile del 2017, fermata a Bangkok e rimpatriata,  non ha più dato segni di sé.

Rahaf ha ottenuto la protezione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e le autorità competenti stanno valutando la sua richiesta di asilo.

Ci sentiamo tutti un po’ Rahaf e facciamo il tifo per lei e per la sua causa mentre ci spostiamo in India, nello Stato del Kerala, dove cinque milioni di donne si sono schierate lungo la costa e hanno formato un muro umano di 620 Km tra le città di Kasaragod, a nord, e di Thiruvananthapuram, nella punta meridionale.

La muraglia pacifista delle donne è un tripudio di colori, di sari, di sorrisi, di voci, di canti, che sembra estendersi verso l’infinito mentre rivendica il diritto di accedere al tempio induista di Ayyappan a Sabarimala.

Precluso alle donne fertili perché ritenute impure, la Corte Suprema, lo scorso settembre,  aveva imposto la revoca del divieto alle donne, tra i

Bindu Ammini e Kanata Durga (frame da video YouTube)

dieci e i cinquant’anni, di accedere al tempio irritando, di fatto,  il partito di opposizione e i fedeli più estremisti e superstiziosi. Nonostante la cancellazione del reato nessuna donna era riuscita ad entrare nel tempio perché fortemente osteggiate dalla popolazione più conservatrice fino all’alba del primo gennaio quando Bindu Ammini e Kanata Durga, vestite e ricoperte da un vestito nero simile al burqa, sono riuscite a mettere piede nel luogo sacro e hanno potuto finalmente pregare dentro le mura per alcuni minuti prima di essere fermate e cacciate. Tanto è bastato per generare esplosioni di rivolta e violenza in tutto il Paese contro un atto considerato sacrilego, contro un tradimento, contro una sentenza a favore delle donne.

In India le donne si battono per i loro diritti ma la parità di genere è ancora ben lontana tanto più che ci troviamo in un Paese dove si privilegia la discendenza maschile, dove dal 2001 al 2011 circa tre milioni di bambine sono “scomparse”, e, nonostante la legge lo proibisca, molte sono date in sposa, in età ancora prepuberale, per sanare i  debiti dei padri o risolvere le faide familiari.

Cronaca di una prima settimana di un nuovo anno. Storie di donne e di diritti negati, nonostante qualche legge favorevole, ma con un piccolo passo in avanti, una consapevolezza in più, magari arrancando, sulla via di un’emancipazione sempre troppo in salita. Storie di donne che fanno sentire comunque, e come possono, la loro voce, la loro tenacia, che cercano di guadagnare un futuro più accogliente per sé e le loro figlie. Storie in rosa in questa prima settimana e un anno davanti ancora da costruire. Speriamo che sia femmina.

 

Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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