Le storie superbe . SUPERBIA
Teresina e la nuova stagione
In 13 Giugno 2021 da Redazione Seven Blogdi Caterina Levato
Nella stanza, la luce del sole entrava di sbieco e, attraversando le assi delle persiane, si modellava sui profili dei mobili e sulla copertina leggera. Teresina ne seguiva pigramente l’andamento, contando il susseguirsi dei fasci di luce. Quella mattina non riusciva proprio ad alzarsi, non è che non ne avesse voglia, piuttosto si sentiva fiacca, come se le forze l’avessero abbandonata. A un tratto, un lampo, non di luce ma di consapevolezza, l’attraversò. Si batté la mano sulla fronte e sebbene fosse sola mormorò: – Le pillole della pressione!
Ogni estate, con il caldo si doveva ridurre la posologia, così diceva il medico, insomma doveva passare da una compressa intera a mezza. Di solito se ne accorgeva subito, appena le gambe le facevano ning nang. Questa volta, pu’ virùs e tutti i fatti, non ci aveva pensato.
Comunque, la pressione se la doveva far misurare. Invece di andare dal dottore, fare la fila e discutere con la segretaria, perché non teneva l’appuntamento, pensò di andare in farmacia. Con una buona dose di buona volontà, si alzò dal letto.
Lui, il gatto, l’aspettava in cucina, attendeva la sua ciotola di latte, e Teresina gliene versò una porzione abbondante. In pochi minuti la ciotola era vuota, e il gatto era già scappato in giardino a rincorrere le farfalle.
In una casa c’è sempre tanto da fare, anche quando si è da soli, ma lei non era veramente sola. Teneva tanti ricordi che le facevano compagnia e aveva il gatto, u iattone. Non aveva mai sentito la necessità di dagli un nome, lo chiamava così: mus, mus, e lui arrivava. A volte però le prendeva la nostalgia e gli raccontava i suoi pensieri e tra una riflessione, un ricordo e una carezza si faceva più serena; non sentire echeggiare per casa neanche la propria voce, a volte, pesa.
Sbrigate in fretta tutte le cose della mattina, dopo una mezz’ora era già in strada. Prima tappa, la farmacia, ma ci stava già la fila, e nonostante il locale fosse grande, la gente dentro era parecchia, e almeno sei cristiani stavano fuori alla porta, tutti in fila sul marciapiede stretto.
Teresina chiese: – Chi è l’ultimo?
Le rispose una signora che non conosceva: – Sono io, sto qui per prenotare la vaccinazione a mio figlio, da ieri si prenotano quelli dal ’92 al ‘96.
A lei, si aggiunse un coro di: pure io, pure io. A quel punto, la signora si sentì in dovere di spiegare che stava là perché il figlio lavorava e non poteva lasciare la fatica, neanche per prenotare il vaccino. Teresina non aveva voglia di fare domande, tanto il fatto lo aveva capito; aveva solo l’urgenza di sbrigare le cose sue, prima che facesse troppo caldo. Il mese di giugno, per il troppo calore, è traditore, e lei, con la sua fiacca addosso, faticava a stare in piedi.
Piano piano, la fila si fece piccina, ma la signora stava sempre ‘nanz a ied, e parlava assai e faceva perdere tempo. Teneva almeno sessant’anni, si capiva dalle rughe sopra la faccia che si notavano nonostante la mascherina; vista da dietro, però, sembrava giovane: i capelli ricci ricci e lunghi e un pantalone stretto stretto, che si vedevano tutte le forme. Insomma s’atteggiava a vamp, come a quelle della televisione che lo sanno tutti che si rifanno, ma dicono che sono naturali. Teresina non provava invidia, piuttosto pena; che uno ci tiene a fare creanza è giusto, ma pensare che gli altri non si accorgano che ti nascondi gli anni è stupido.
Arrivarono al bancone e stava sempre la vamp ‘nanz. Mio figlio di qua, mio figlio di là, questo giorno lavora e non può, questo ha un impegno importante…
La dottoressa Pia, quella ragazza bionda, quella sempre gentile, fremeva e guardava Teresina, come in cerca di scusa e di soccorso. Alla fine la signora, finalmente confermò una data. Poi, in fretta in fretta disse: – Chiamo mio figlio.
E il figlio non rispondeva al cellulare, e Teresina e gli altri aspettavano. Poi il figlio rispose, e non gli piaceva la data e non gli piaceva il posto. Quindi cancella la data, e cancellata la data s’impalla il computer, e gira e gira e finalmente si riavvia, e poi si cerca la data e il posto giusto, e questo sì e questo no: c’ giubller!
Finalmente arrivò il turno di Teresina. La pressione gliela misurò l’altra dottoressa, quella coi capelli neri corti corti, che pure quella era gentile assai e sorrideva sempre. Fatto il servizio, le disse di star tranquilla e di ridurre la compressa che la pressione era parecchio bassa e, poi aggiunse: – Vieni tra due giorni che la controlliamo di nuovo e stiamo più tranquilli
Teresina le fece un bel sorriso, salutò tutti e, visto che stava già fuori di casa, si avviò per fare la spesa.
Passando vicino alla pasticceria sentì forte, nonostante la FP3, il profumo delle paste fresche che si propagava per tutta la strada. Una volta quegli odori, di dolci così buoni, si sentivano solo a Natale e a Pasqua, quando si facevano a casa i marzapan e i pastncidd, oppure si preparava la scarcella con l’uovo e le palline di zucchero colorato; poi si portava la spasa, colma di dolci, al forno a legna. Lei, Teresina che era giovane allora, acciambellava uno strofinaccio, lo metteva sulla testa e poi sopra lo strofinaccio poggiava in equilibrio la spasa e diritta dritta filava al forno, senza guardare a destra o a sinistra, anche quando passava sotto la casa di Gigino. Sorrise Teresina, quei ricordi e quell’odore le misero allegria e tanta felicità e, proprio in quel momento, fece un pensiero strano: ma non è che u virùs, tra vaccinazioni e cure, stava facendo le carte per la pensione? Magari, disse tra sé, e proseguì lesta verso la piazza del mercato, che già faceva caldo assai.
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