Sua Sanità

Anche oggi, alle ore 12 in punto, il professor Cassetti entra nel reparto e mi rivolge il solito saluto: «Buongiorno, Luigi. Ti stai divertendo?».

Ed io, che sto lì dalle 6 del mattino, anche oggi, sono costretto a rispondere: «Tantissimo, Prof».

In quella frase è racchiusa tutta la sua filosofia di vita. Il professor Mario Cassetti la vita la prende a morsi e il suo scopo principale è divertirsi.

«Mandami Esposito», dice lui prima di rifugiarsi nel suo studio e, anche oggi, senza che io muova un dito, il Dottor Esposito si presenta fuori al suo studio alle 12:05 in punto. Di solito Esposito sta dentro solo un quarto d’ora per aggiornare il Prof sullo stato di salute delle pazienti ricoverate nel reparto di ginecologia che lui dirige.

Anche oggi, alle 12:20 in punto il Prof ha terminato il suo contributo quotidiano al sistema sanitario nazionale e può dedicarsi completamente alla sua vera attività: ricevere le sue pazienti.

Il Prof visita le sue pazienti negli ambulatori del primo piano ed io, che sono l’infermiere più anziano del reparto, ho l’onore di occuparmi di tutta la parte logistica.

Alle 13:05 in punto il Prof esce dal suo ufficio e insieme prendiamo l’ascensore di servizio per il primo piano. Io stringo forte il mio brogliaccio, dove sono registrate a mano tutte le visite private. Alla faccia di Cambridge Analytica, non c’è traccia informatica di quelle visite.

«Dovremmo mettere uno specchio qui dentro». dice, anche oggi, il Prof mentre, specchiandosi nei miei occhiali, risponde al richiamo della sua vanità e si aggiusta il nodo della cravatta e il ciuffo ribelle. A sessant’anni ha ancora tutti i capelli in testa e solo meno della metà sono diventati grigi.


All’apertura delle porte le quattro specializzande, tutte rigorosamente taglia quarantadue e con la terza di seno, accolgono il maschio-alfa con un «Buongiorno, Prof» da navigato coro swing e con un sorriso a denti bianchissimi, marchio di fabbrica del loro ceto di appartenenza.

«Sei in forma oggi, Prof», «Hai preso il sole, Prof?» sono le frasi che mortificano anni di lotta per l’emancipazione femminile.

Mi sono sempre chiesto se anche a letto, queste consapevoli vittime di molestie, chiamino “Prof” il Deus ex machina del loro futuro lavorativo.

Mentre il festoso corteo si apparta nel primo ambulatorio sulle note della colonna sonora del famoso film con Alberto Sordi, io mi sistemo nella stanza attigua con il mio brogliaccio.

Oggi ci sono cinque appuntamenti. Tutte facoltosissime donne, passate dalla Clinica Privata di cui il Prof è socio, che vengono qua per un banale controllo di routine.

Dopo cinquanta minuti esatti, il Prof e le quattro aspiranti ginecologhe escono dall’ambulatorio per recarsi al bar all’angolo.

Ognuna di loro mangerà un’insalata senza condimento per paura di non perdere uno dei due requisiti principali richiesti dall’illustre primario. Il Prof prenderà il solito tramezzino.

Io, dopo aver riposto il prezioso brogliaccio, consumo il mio pasto freddo nello spogliatoio degli infermieri.

Alle 14:30 entro nello studio del Prof e inizio il rituale del Venerdì. Faccio sparire la foto della moglie e i tre figli dalla scrivania. Controllo: se nel primo cassetto ci sono i preservativi; se dal blister del Viagra manca una pillola; se nel frigobar è tutto alla giusta temperatura; se nella vetrina dei farmaci, nascosta dietro le confezioni omaggio di Methergyn, c’è la solita bustina piena di polvere bianca. Per finire imposto la deviazione di chiamata verso il mio telefono. Il Prof non vuole essere disturbato mentre si rilassa.

Esco giusto in tempo per vedere il Prof e la prescelta che entrano nel reparto.

La prescelta è la più giovane delle quattro e la cosa non mi sorprende. La prescelta è sempre la più giovane.

Quando incrocio i due, il Prof, con un gesto studiato, mi rifila il suo cellulare. Il Prof non vuole essere disturbato quando è con la prescelta.

Infilo il cellulare del Prof in tasca ed entro nella sala infermieri.

Lì trovo ad aspettarmi la caposala che sorseggia un caffè.

«Mi ha chiamato la dirigente. Ha detto che l’ASL manderà un ispettore», esordisce furibonda.

«E come mai?», rispondo fingendo di non conoscere il motivo.

«Vogliono sapere come mai da noi, i tempi di attesa per una visita sono il doppio della media nazionale», mi dice porgendomi un caffè.

Deve essere perché sorseggio il mio caffè ignorandola che perde la pazienza.

«Devo dirgli la verità?», urla facendomi sussultare.

Finisco lentamente il mio caffè, chiudo la porta e mi siedo con molta calma.

«E cosa gli vorresti raccontare? Sentiamo…», le sussurro con un tono da prete durante una confessione.

«Che il Prof usa due ambulatori per fare i cazzi suoi», sputa fuori lei non riuscendo a controllare il volume della voce.

Mi alzo lentamente per farle capire che la discussione è finita.

«L’ambulatorio 1 è fuori uso per una perdita dell’impianto di condizionamento. Nell’ambulatorio 2, invece, manca l’ecografo. È per questo che i nostri tempi di attesa sono così lunghi», le dico mentre esco dalla sala.

Nel corridoio squilla il cellulare del Prof: è la moglie e ho l’ordine di rispondere.

«Sono Luigi, Signora Cassetti, suo marito è impegnato in sala operatoria» mento al telefono.

Segno le disposizioni della Signora su un foglietto e lei, come sempre, attacca senza nemmeno salutare.

Dopo mezz’ora esatta la prescelta abbandona il reparto con la coda fra le gambe ed io so che adesso la via è libera.

Entro nello studio del Prof e gli consegno cellulare e biglietto con il messaggio della moglie. Rifaccio il letto nella stanza attigua mentre lui richiama la moglie col solito tono sottomesso. Quando sto per uscire, mi porge due biglietti.

«Ci pensi tu?», mi chiede affabilmente.

«Certo, Prof», gli dico dopo aver messo i biglietti in tasca.

«Divertiti questo weekend», mi dice il Prof mentre esco dal suo studio.

Finalmente oggi il mio turno è terminato.

Mi spoglio e mi rivesto velocemente con la testa al weekend imminente e per poco non dimentico i due biglietti infilati nella tasca del camice di servizio.

Il primo, quello della moglie, mi smorza un po’ l’entusiasmo. “Passare a prendere Fuffy” significa fare una bella deviazione prima di tornare a casa. Quando lo avevo scritto, avevo sperato con tutto il cuore, che il Prof passasse lui a prendere il cucciolo di chihuahua che, una volta al mese, ha bisogno di una toelettatura per mantenere lucido il suo pelo. Io quel cane lo odio e una volta l’ho quasi ucciso perché ho avuto la malsana idea di rinchiuderlo nel bauletto del mio scooter. Il negozio di animali, però, è a pochi isolati dalla casa del Prof. Lo riporterò a casa a piedi, quell’odioso animale.

“Beatrice Manniti, IVG” c’è scritto sul secondo biglietto che dietro riporta il numero di cellulare della specializzanda. È per questo che, da un po’, è scomparsa dall’harem.

Chiamo il Dottor Esposito al cellulare.

«Sono Luigi. C’è un’altra IVG», gli comunico molto freddamente.

Lui mi mette in attesa e, dopo aver consultato l’agenda, mi comunica: «Mercoledì alle 10». Attacco senza salutare come se la maleducazione fosse contagiosa. Compongo il numero di Beatrice Manniti sperando di trovarlo libero.

«Sono Luigi. Mercoledì alle 10», le dico quando lei finalmente mi risponde.

«Ci sarà il Prof?», mi chiede ingenuamente la neo dottoressa.

«No. L’ Interruzione Volontaria della Gravidanza la pratica solo il Dottor Esposito. Il Professor Mario Cassetti non potrebbe mai: è un obiettore».

 



Gianluca Papadia è autore di molti racconti vincitori di premi letterari. Ha pubblicato il libro:

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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