Tatoo

Il Centro Commerciale apre alle 10, tra pochi minuti. Io sono in fila dalle 6 di questa mattina. I miei due figli dormono in auto. Non vedevo tanta gente dall’ultimo Black Friday. Oggi è il giorno dei casting per la seconda stagione de L’amica geniale, la fiction Rai tratta dal bestseller di Elena Ferrante. I miei figli non volevano venire ma li ho costretti a seguirmi. Cercano comparse di tutte le età e non mi posso far scappare quest’opportunità. Da giovane volevo fare l’attore e, visto che non ci sono riuscito, devo dare una chance ai miei due figli. La concorrenza è agguerrita, ci sono bambini dappertutto, sembra di essere alla presentazione del nuovo libro di uno youtuber famoso.

«Quello che non mi uccide mi fortifica. Nietzsche» c’è scritto sulla schiena della ragazza davanti a me che, per mostrare al mondo il suo tatuaggio, se ne va in giro mezza nuda, nonostante la temperatura polare di questi giorni.

«La cervicale magari non ti uccide ma sicuramente ti darà del filo da torcere» mi verrebbe da dirle ma non mi sembra il caso di fare la parte del vecchio rompiscatole. Almeno lei ha avuto il buon gusto di non farsi scrivere una frase in latino. Conosci a malapena l’italiano e ti fai tatuare sulla spalla Amor vincit Omnia? Ma che, scherziamo? Cioè, io dico, tu a stento sai usare il congiuntivo e ti fai scrivere Conosci te stesso in greco antico? Greco antico? Voglio capire che usi una frase in inglese, che ti lasci ammaliare da un aforisma francese ma il greco, il greco proprio no! I peggiori, però, sono quelli che scelgono gli idiomi giapponesi. Adesso, a meno che tu non abiti a Tokyo, mi spieghi che necessità hai di farti tatuare il nome di tuo figlio in giapponese? Nessuno saprà mai se è scritto correttamente. Immagino le risate che si fanno i tatuatori ripensando alle cazzate che hanno inciso sulla pelle di questi appassionati di manga.

La moda dei tatuaggi ormai non risparmia più nessuno. È una delle poche cose di tendenza davvero trasversali. Accomuna tutti, senza distinzione di età, sesso, religione o razza. Vent’anni fa, invece, se avevi un tatuaggio o eri stato in galera o eri un marinaio.

La ragazza davanti a me si gira come se avesse sentito i miei pensieri.

«Ecce Homo, 1908» le dico indicando la sua schiena ma lei non coglie il mio riferimento al libro, dove è contenuta la frase che si è fatta tatuare.

La donna dietro di me mi guarda con una faccia schifata come per dirmi: «Potrebbe essere tua figlia, lurido porco».

«Sono qui con i miei figli» le dico, indicando la fede che porto all’anulare della mano sinistra.

«Ho letto che cercano anche sessantenni. Recitare è sempre stato il mio sogno» risponde la donna e scopre la scritta che ha sull’avambraccio destro: Todo lo que puedes imaginar es real.

«Parla lo spagnolo?» le chiedo malizioso. Non voglio infierire e non le chiedo se sa che la frase è di Pablo Picasso.

«No. L’ho copiato dai Baci Perugina» replica lei dispettosa e scambia uno sguardo d’intesa con la ragazza davanti a me.

«Scommetto che lei un tatuaggio non se lo farebbe mai» è la domanda che mi arriva dalla donna giovane. Mi hanno letteralmente messo in mezzo: sto facendo la figura del nostalgico antiprogressista rincoglionito.

«Ho il terrore degli aghi» è la mia debole difesa. Ripenso a mio suocero che ogni volta che un calciatore si toglie la maglietta, mostrando il corpo pieno di tatuaggi, impreca davanti alla tv. Il mondo del calcio non poteva sottrarsi alla moda del momento e, dopo ogni gol, assistiamo al rituale del bacio del tatuaggio. Ci sono calciatori che tra figli, mogli, genitori, amanti e suocere impiegano due minuti per toccarsi tutte le parti del corpo da omaggiare con un bacio. Poco importa se un arbitro insensibile, lo ammonisce per essersi tolto la maglietta.

«Peccato. Il direttore del casting, invece, li adora i tatuaggi» cantano in coro le due iene tatuate.

«Chi?»

«Lo vede quel tipo ciccione davanti alla porta?» e le due oche scoppiano a ridere mostrando una complicità fuori luogo.

Il direttore del casting è fermo davanti alla porta e ci scruta tutti, uno a uno. Indossa pantaloni mimetici, piumino con pellicciotto e anfibi militari ma nonostante questo è chiaro che ogni parte del suo corpo è ricoperta di tatuaggi. Finalmente la fila si muove. Una decina di assistenti, sotto lo sguardo attento del direttore, riempiono dei moduli con i dati degli aspiranti attori. Quando il modulo è completo, distribuiscono un numero all’interessato e lo fanno uscire dalla fila. Qualcuno comincia a mugugnare. Non si capisce perché ogni tanto qualcuno è scartato ancora prima di compilare il modulo. I primi eliminati iniziano a protestare, il direttore interviene per calmare gli animi. Dalla nostra posizione non si capisce ancora il motivo dell’esclusione ma la cosa più importante è che nessun bambino è lasciato fuori.

«Credi che debba mettere in mostra anche gli altri?» chiede la ragazza davanti a me.

«Quello sulla schiena basta e avanza» risponde la signora dietro di me.

Ci siamo quasi, tra una ventina di persone tocca a noi. La ragazza si toglie tutti gli anelli e ci mostra altri due tatuaggi: HATE sulle dita della mano destra e LOVE su quelle della mano sinistra.

Ripenso al mio amico Sasà che dopo il primo scudetto del Napoli si fece tatuare i nomi di tutti i giocatori sulle gambe. Se lo avessi seguito in questa pazzia, adesso mi sarei potuto stracciare i pantaloni da dosso. «Qualcuno ha una penna?» chiedo alla folla ma nessuno mi risponde. Se avessi con me una Bic potrei scrivermi sul braccio la data di nascita di mia moglie con i numeri romani. Mi frugo tra le tasche ma trovo solo le chiavi dell’auto. Quando sto pensando seriamente di incidermi qualcosa con la punta delle chiave di accensione dell’auto, percepisco una frase che arriva da una delle assistenti alla produzione.

«Tatuaggi o piercing? Ho sentito bene? Fanno questa domanda?» chiedo alle due donne in fila con me. Anche loro hanno sentito chiaramente la domanda ma fingono di non aver capito trattenendo delle risate di scherno. Li strozzerei con le mie mani ma ormai non c’è più tempo. La più giovane è la prossima a essere chiamata. Ormai siamo così vicini che sentiamo chiaramente quello che sarà scritto sul modulo. Nome, Cognome, Data di nascita e se il candidato ha tatuaggi o piercing. A quest’ultima domanda la ragazza si gira verso di me e mostra orgogliosa la schiena al direttore del casting.

«Non accettiamo attori con tatuaggi, mi dispiace» dice l’assistente stracciando il modulo. La donna dietro di me ha un mancamento e si aggrappa alle mie spalle, la ragazza, invece, scoppia a piangere. Il direttore la prende sotto il braccio e l’ accompagna fuori dalla fila. «La fiction è ambientata negli anni 50, capisce? All’epoca non c’erano né tatuaggi, né piercing» dice il direttore indicandole i venti piercing che ha sul viso.  Mi libero con una gomitata della donna che è dietro di me facendola stramazzare al suolo. Ho le lacrime agli occhi per il dolore. Senza volerlo, con le unghie, mi ero inciso una croce sulla mano sinistra. La ferita è profonda e sanguina copiosamente ma stringo i denti e rispondo felice alle domande dell’assistente di produzione.

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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