Ti dirò tutta la verità senza nasconderti nulla

«Ti dirò tutta la verità senza nasconderti nulla è spesso, nell’infinito gioco delle conversazioni umane, la frase che introduce i discorsi più crudeli, fatti per ferire o vendicarsi, per far soffrire o umiliare. Non sempre cioè quando diciamo la verità lo facciamo per il bene di coloro a cui la diciamo».

Ho cercato di riflettere sulla frase sopra proposta tratta dal saggio di Andrea TagliapietraLa virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità, Einaudi, 2003. Ci viene di certo in soccorso un autorevole recensore e docente di Filosofia all’Università di Trento, Claudio Tognoli, con un interessante dibattito che chiama in causa cultura e filosofia. «Ai bambini si insegna a dire sempre la verità. Le bugie hanno le gambe corte. Pinocchio, si sa, non poteva mentire senza darlo a vedere. La menzogna è aborrita in qualsiasi contesto educativo, a qualsiasi latitudine. Ma se insegniamo ai bambini che devono dirci la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, li esortiamo però anche a trattenersi, a nascondere la verità o a tacerla, quando dirla apertamente e indiscriminatamente potrebbe risultare imprudente o pericoloso».

Sono d’accordo con la ricca argomentazione di Tognoli, che spiega perché la menzogna e la verità siano valori relativi. La verità, che universalmente, come sopra suggerito, apparirebbe una delle più alte forme di virtù, in realtà non è un bene assoluto. Lo è nel rispetto dell’altro e prevede una completa informazione, perché questa permette un completo giudizio. Quando recitiamo frasi come: «Ti dirò tutta la verità senza tralasciarti nulla» ci ergiamo a giudici, mettiamo la nostra opinione al centro di fatti che spesso ci riguardano solo in minima parte. Ma il nostro giudizio, mai super partes per definizione, non prende in considerazione i motivi che stanno alla base delle scelte altrui, o il percorso dei fatti fino a quel momento.

Allo stesso modo la menzogna rende vittime e prigionieri di un circolo vizioso che porta all’incapacità di affrontare la responsabilità di una propria opinione. Trovo sia molto faticoso mentire, molto più che essere sinceri.

La soluzione, dunque, sarebbe il silenzio. Assistiamo molto spesso a crudeltà e vendette create dalle parole, soprattutto sui social network. Qui le persone, spesso ancor più gli adulti rispetto ai ragazzi – che invece tendono a essere più discreti, più isolati nel giudizio, ossia meno aperti al pubblico -, nascosti dietro la tastiera, lanciano giudizi severi e intransigenti nei confronti di chiunque non la pensi come loro. L’odio da social diventa sempre più feroce se si prende la scusa della verità. Sembra sia un modo come un altro per lavarsi la coscienza, usando una delle virtù universalmente riconosciute dall’uomo per un proprio tornaconto narcisistico.

E non ha nulla a che vedere con il concetto di post-verità per cui la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza dimostrazione sulla veridicità di fatti concreti. La verità che “fa male” descritta da Andrea Tagliapietra deriva da due fattori principali. Il primo è che la menzogna, appunto, è più faticosa della verità. Il secondo è che il giudizio a tutti i costi, stimolato anche dall’uso dei social network, fa parlare di noi, ci rende protagonisti per un attimo, qualsiasi cosa si dica.

Narcisismo e vigliaccheria rendono la verità un nuovo nemico sociale.

 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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