Tu vuò fa l’americano

Il sogno americano resiste in tutto il mondo da più di cinquecento anni. A Napoli, dove abbiamo la fortuna di avere il più grande insediamento statunitense del bacino del Mediterraneo, questo miraggio è ancora più sentito.

L’Italia del resto è stato il primo paese nel quale gli USA hanno sperimentato il loro progetto umanitario: esportare la democrazia nel mondo.

A Napoli Halloween ormai è una festa molto sentita e l’ultimo Venerdì di Novembre per tutti i napoletani è il Black Friday.

Da qualche anno però c’è una nuova festa che sta cercando di entrare a piedi uniti nella tradizione napoletana: il Thanksgiving Day.

Io che da bambino ho avuto la fortuna di abitare in una zona dove il settanta per cento delle famiglie proveniva dagli Stati Uniti, questa festa già la conoscevo. Mi divertivo a spiare i miei vicini che per due giorni si dedicavano prima a disossare e poi a farcire quel tacchino gigante che sembrava uscito dai libri di Jules Verne. Era un processo molto lungo che, a confronto, la laboriosa preparazione del ragù napoletano appariva semplice, come cuocere un uovo a occhio di bue.

Diciamo la verità, il tacchino al forno non è niente di trascendentale, proprio per quello deve essere servito con salse molto aromatizzate, ma la forza dell’America è sempre stata questa: il marketing globale.

“Puorte ‘e cazune cu nu stemma arreto” cantava Renato Carosone già alla fine degli anni cinquanta e il mio sogno americano parte proprio da quello, da quando, ancora ragazzino, andavo al mercato di Resina per accaparrarmi un Levi’s 501 usato. Ora non so se siete mai stati in quel mercato, con il titolare della bancarella che scaricava la balla di panni americani dal camion, la poggiava a terra e, dopo aver fatto roteare in aria il suo coltellino, tagliava la reggetta di plastica scatenando un vero e proprio inferno. La gente si avventava su quegli indumenti con una furia animalesca inaspettata e così, dopo un’estenuante lotta, schivando gomitate e colpi bassi, riuscivo a impossessarmi dei miei amati Blue Jeans di due taglie più grandi. L’avrei indossato tutti i giorni e, anche se quel pantalone era freddo d’inverno e caldissimo d’estate, mi faceva stare bene.

E’ per questo motivo che quando il mio amico Mario si è offerto di preparare il tacchino del ringraziamento ho subito detto di sì.

Come potevo dire di no? Ho trascorso l’infanzia fuori la base americana di Agnano a invidiare quei bambini che mangiavano i panini di Mc Donald’s, che bevevano la Cherry Coke e si riempivano la pancia di marshmallow. Ho vissuto tutti i pomeriggi con la speranza che una mamma americana mi preparasse un sandwich con il burro di arachidi e tutte le notti sognavo che pure il nostro pancarré fosse bianco e morbido e che si potesse mangiare crudo senza rischiare il soffocamento.

Trovare un tacchino di dieci chili non è stata un’impresa così semplice, provateci voi a entrare in un macellaio napoletano e fare questa richiesta.

«Un bel coniglio all’ischitana?» è la frase più gentile che Mario ha dovuto sentirsi dire.

Per fortuna Mario ha trovato un macellaio che controvoglia è riuscito a procurarglielo, così ha passato due giorni a disossarlo e a preparare la farcitura interna e domenica mattina finalmente l’ha messo nel forno. Un’altra impresa epica è stata quella di produrre brodo in quantità industriale, perché, durante la cottura, il bambino deve essere inumidito ogni dieci minuti.

Dopo sei ore, un impiegato dell’ENEL ha chiamato a casa di Mario.

«Ci vuole ancora molto?» ha chiesto il tecnico con un tono molto preoccupato, «c’è mezza isola di Procida senza energia elettrica per colpa sua».

«Purtroppo il tacchino è bello grosso, mi dia ancora dieci minuti» ha risposto Mario.

«La prossima volta compri il petto e faccia due cotolette che qui stiamo lavorando» ha detto l’impiegato con un tono molto sgarbato prima di mettere giù.

Alle tredici in punto il tacchino era cotto e mentre l’isola di Procida tornava alla sua vita normale, Mario, armato di ascia e katana giapponese l’ha fatto a fette.

I cinquantadue litri rimanenti di brodo sono serviti a preparare la tradizionale salsa Gravy che, unita a quella ai mirtilli, serve a dare un po’ di sapore alla carne molto magra del tacchino.

Quando arriviamo a casa sua, Mario è un po’ sorpreso nel vedere che, come contorno, mia moglie ha deciso di portare i friarielli, i broccoli amarissimi che crescono solo dalle nostre parti.

«Sono quelli di mio padre» risponde mia moglie cercando una misera giustificazione. «Tutto a chilometro zero, roba sana, biologica» aggiunge per cercare il consenso di Mario che mostra i primi segni di un tic nervoso all’occhio destro.

La seconda ad arrivare è mia cugina Mary che in barba alle regole della tradizione americana, al posto della classica vellutata di zucca, zenzero e crema di cocco, ha portato una zucca arrostita piena di aglio e peperoncino.

«Sono allergica allo zenzero» è la scusa che prova a imbastire mia cugina.

Mario è alquanto contrariato ma la stanchezza accumulata nei due giorni precedenti gli ha tolto la voglia di polemizzare. Sua moglie Cristina cerca di rincuorarlo, gli sussurra frasi sottovoce che io riesco a carpire lo stesso.

«Sono sicura che l’unica che rispetterà i patti è Veronica» dice sottovoce Cristina credendo che non riuscissi a sentirla, «quella è Norvegese, avrà sicuramente preparato le patate dolci con la ricetta classica della tradizione americana».

Veronica arriva dopo pochi minuti con un’insalata di patate che nessun americano, tantomeno un norvegese, si sognerebbe mai di preparare la prima domenica di Dicembre.

«È la classica ricetta del Thanksgiving Day» esclama Veronica candidamente ignorando che le patate, quelle dolci, con la pasta arancione, non queste napoletane, vengono cotte al forno con lo zucchero di canna, un velo di cannella e una spruzzata di cognac.

«Il papà è napoletano, però» dice Mario alla moglie con un sibilo che solo io riesco a percepire.

Le sue speranze sono appese a un filo che si spezza quando Marika e Sergio si presentano a casa sua con uno sfornato di cavolo con besciamella e prosciutto cotto. Il loro compito era di preparare cavoletti di Bruxelles con sciroppo d’acero e nocciole ma Marika prova a difendendersi così:«Non ho trovato lo sciroppo d’acero. Cristina ti ho mandato pure un messaggio audio di sedici minuti su WhatsApp».

Mario non ha il tempo di reagire perché suonano alla porta e lui va ad aprire per sopprimere la furia omicida che la parola WhatsApp ha suscitato in lui.

«Mario, ho fatto una parmigiana di melanzane» pronuncia timidamente la sua vicina con una pirofila in mano, «lo so che si tratta di un pranzo americano ma magari la mangerete domani».

«Monica non dovevi scomodarti. Dopo ti faccio assaggiare un po’ di tacchino» le dice Mario fingendosi gentile.

«No, grazie, a noi il tacchino ripieno non piace» risponde lei porgendogli il contenitore e rientrando di fretta nel suo appartamento.

Mario richiude la porta e per un attimo pensa di nascondere la pirofila nel vaso porta ombrelli che c’è all’ingresso, poi, accortosi che sono alle sue spalle, mi porge la parmigiana e ritorna desolatamente in cucina. Sistemo quel vassoio di prelibatezze sul tavolo del salotto, vicino agli altri contorni, nonostante l’America, quella stanza profuma di pranzo domenicale napoletano.

Lia arriva per ultima, a lei toccava preparare il cornbread, il pane di mais tipico degli stati del Sud.

«Ho comprato il pane cafone perché la farina contiene molte meno calorie del mais» dice lei appena entra dalla porta mandando su tutte le furie Mario che come chef è un’integralista convinto, discepolo del grande Mimmo Corcione.

Poiché l’unico invitato americano tarda ad arrivare decidiamo di iniziare senza di lui. Mentre ci accomodiamo a tavola Mario, affetta il pane con lo sguardo distaccato del boia addetto alla ghigliottina. Il profumo del pane cafone ci ricorda tutte le domeniche passate a tavola. Guardiamo quei contorni in cagnesco sotto l’effetto inebriante di quella fragranza sublime.

«Cavolo, ho dimenticato di passare a prendere il sidro» esclama a quel punto Cristina e Daniele è prontissimo a prendere dal frigo due bottiglie di falangina dei Campi Flegrei e a riempire i nostri bicchieri vuoti.

Dopo i primi due giri di vino bianco ci fiondiamo sui contorni accompagnandoli con il pane che è ancora caldo. Alla quinta bottiglia tutti, tranne Mario, hanno dimenticato il motivo principale di quel pranzo domenicale.

«Il tacchino, il giorno dopo, è ancora più buono» ha il coraggio di dire Sergio in un momento di lucidità, «puoi farci dei panini buonissimi con insalata e maionese».

Mario a quel punto si alza di scatto, prende il tacchino dal forno e, accecato dall’ira, esce sul balcone. Con uno scatto felino riesco a salvare il tacchino dalle sue mani prima che lo scaraventi giù dal quarto piano.

«Mario» gli dico per tranquillizzarlo, «il sogno americano va bene, vanno bene pure le catene di fastfood che hanno sostituito le pizzerie, vanno bene i jeans con le tasche perennemente bucate che le rendono inutilizzabili, va bene Halloween, il Black Friday, perfino il giorno del ringraziamento con questo pollo gigante. Va bene la Coca Cola, l’Harley Davidson, Elvis, Marylin, le poesie di Bukowski e i libri di Jack Kerouac ma, per un napoletano, una domenica senza la parmigiana di melanzane è una domenica di merda».

Mario non riesce a trattenere una risata contagiosa e ridiamo tutti e due di gusto, con le lacrime agli occhi. Rientriamo in cucina proprio mentre Daniele ha preso la chitarra e tutti cominciano a cantare. Divoriamo la nostra porzione di parmigiana mentre tutti cantano la canzone più famosa di Renato Carosone e, sull’ultima strofa ci uniamo a quel coro gioioso: «Tu vuó fa l’americano, mericano, mericano, ma si’ nato in Italy! Siente a me: Nun ce sta niente ‘a fa. Okay, Napolitan!»

 

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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