Vecchi sogni e il mare della Tranquillità

Non ho vissuto quella notte, ero troppo piccolo. Avevo 15 mesi, pochi per capire o semplicemente per essere preso in braccio e con lo sguardo rivolto verso il cielo spiegarmi che gli uomini stavano per raggiungere un sogno, un desiderio, un’ambizione, un obiettivo, un traguardo inizialmente impensabile, poi probabile, forse possibile, fortemente voluto e finalmente reale.

Da sinistra: Armstrong, Collins, Aldrin (fonte Wikipedia)

Erano tre ragazzi, si direbbe nelle semplificazioni odierne, tutti del 1930, quindi alle soglie dei quarant’anni: si erano preparati a lungo, avevano contribuito e poi raccolto il testimone da altre missioni ed erano stati scelti per segnare l’evoluzione della nostra civiltà sempre più tecnologica. E il volo spaziale, frutto degli studi della missilistica nazista, in particolare V2 e V3, non era da meno, grazie alle menti prima al servizio della guerra e poi spartite e repentinamente perdonate dalle due potenze. L’U.R.S.S. era sempre un passo avanti e con Jurij Alekseevič Gagarin aveva messo a segno un altro colpo politico nei confronti degli U.S.A.: J.F.K. non voleva una nuova sconfitta e aveva promesso alla sua Nazione e al mondo l’uomo sulla Luna.

In quell’anno la rete Arpanet metteva in collegamento quattro Università e il mondo sembrava iniziare a unirsi e a non fermarsi seppur ancora fortemente diviso: c’era la guerra in VienNam (e non solo) e troppi ragazzi tornavano negli inequivocabili sacchi chiusi (e non erano gli unici a morire).

In Italia si avvertivano le avvisaglie del primo terrorismo e come in molti paesi occidentali il ’68, tra mito e chiaro scuri, faceva sentire i propri effetti nel cinema, nella musica, nei costumi e nella voglia di un mondo diverso, più globale anche se forse questo concetto sfuggiva ancora ai più.

Si sognava però lo spazio: i media, il cinema e la TV avevano iniziato con le suggestioni a insinuarlo nelle persone, creando terreno fertile e voglia di una nuova frontiera soprattutto nel decennio successivo: dal monolite alle guerre stellari, da Star Trek a Spazio 1999, dove la Luna se ne andava diventando essa stessa nave spaziale a UFO, dove la base sul nostro satellite era realtà consolidata in quel 1980 ed Edward Straker ci faceva vivere con la sua SHADO la lotta contro gli alieni: lo spazio, in fondo, non era molto diverso da tutte le conquiste che hanno un prezzo. In questo il Capitano Kirk era stato ben chiaro.

L’entusiasmo che ha percorso quegli anni è stato simile a tutti gli eventi collettivi di massa che finiscono poi per segnare il passo e diventare routinari e marginali come ci fa capire un’altra serie TV, Mars, produzione del terzo millennio e già proiettata al nuovo traguardo collettivo.

Emblema della missione Apollo 11 (fonte Wikipedia)

Quel 20 luglio cambiava la percezione anche di noi stessi e delle nostre possibilità fantasticando su possibili città per andare sempre più lontano, anche se a poterselo permettere, già per qualità fisiche richieste, erano davvero in pochi. L’uomo sulla luna ci avrebbe posato i piedi altre cinque volte e, se ci pensiamo, a una domanda diretta in merito non tutti sapremmo rispondere con esattezza.

Il secolo breve, per dirla alla Eric Hobsbawm, stava iniziando il suo ultimo essenziale percorso, quello della fine, o almeno ci sarebbe sembrato così, delle divisioni ma accompagnato da un nuovo slancio: in fondo la fine della guerra fredda rappresentava il superamento storico/politico di una fase bloccata e controversa ma era stata proprio questa rincorsa tra le due potenze ad averci portato lassù. L’esplosione delle Shuttle Challenger del 1986 avrebbe riportato in tutti noi la consapevolezza che la strada per considerare il volo spaziale come un normale volo di linea era ancora lontana e da lì era sostanzialmente iniziato il declino della rincorsa verso gli altri mondi.

Quella maratona televisiva interminabile che aveva incollato il mondo intero si era trasformata in un evento veramente collettivo e condiviso certamente non paragonabile e nei modi a ciò che sarebbe oggi con i Social nei quali in fondo prevale l’individualismo.

Neil Alden Armstrong sarebbe stato il primo, con il suo piccolo grande passo nel Mare della tranquillità, Buzz Aldrin il secondo e Michael Collins invece non sarebbe mai sceso sul suolo lunare: l’equipaggio della Apollo 11 aveva il compito di depositare anche una targa con un messaggio emozionante ma impegnativo:

Here men from the Planet Earth first set foot upon the moon, July 1969, A.D. We came in peace for all mankind.

La targa posta sul suolo lunare dalla Apollo 11, fonte Wikipedia

La voglia di pace in un mondo chiuso ma di menti che si stavano aprendo rappresentava più di un auspicio.

Se penso all’oggi, dove il mondo lo crediamo aperto, le menti si sono chiuse perdendo così quello slancio che forse la nuova frontiera del pianeta rosso potrebbe ridare. Non per questo proprio la luna è tornata in auge con i progetti cinesi, la missione indiana, le collaborazioni europee e i propositi degli Stati Uniti di tornarci ancora con un equipaggio. In realtà, se ripenso a quel 1969, mi verrebbe voglia di citare un altro della classe 1930, Clint Eastwood che ne I ponti di Madison County nei panni di Robert Kincaid afferma:

The old dreams were good dreams; they didn’t work out, but glad I had them.

Se la saggezza o la resa dei conti con la propria vita ci fa concludere che l’importante è aver avuto dei sogni, chiudo con l’ultimo uomo classe 1930: quella notte non poteva prendermi in braccio e spiegarmi cosa stava succedendo ma me lo raccontò qualche anno più tardi.

 



Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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