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CattiviConsigli

Il lavoro intelligente

In 1 Maggio 2020 da Redazione Seven Blog
di Gianluca Papadia

Dopo circa trent’anni oggi ho fatto il primo giorno di smart working, il lavoro intelligente.

Svegliarsi cinque minuti prima di entrare in ufficio non ha prezzo. Sedersi alla scrivania ancora con il pigiama addosso è un sogno che si avvera. Partecipare a quelle inutili riunioni in mutande, fingendo che la webcam faccia le bizze, mentre ti sfondi con il tiramisù rimasto in frigo dal giorno prima, è una goduria pazzesca.

Come abbiamo fatto in tanti anni in Italia senza questo lavoro “intelligente”? Quanto smog, quanti incidenti stradali, quanto stress avremmo potuto risparmiare? E quanto tempo libero potremmo invece guadagnare? Uscire dall’ufficio ed essere già a casa é un privilegio che nessuno può avere.

E le aziende, che hanno sempre guardato con sospetto a questo lavoro “intelligente”, hanno capito quello che risparmierebbero? Mantenere una sede non costa nulla? I milioni di euro che spendono in affitto dei locali, elettricità, gas, utenze telefoniche, manutenzione ordinaria e straordinaria, vigilanza, sicurezza sul lavoro, pulizia e flotte aziendali non gravano sui loro bilanci?

E vogliamo parlare di tutte quelle trasferte inutili? Milioni di persone che si spostano da una città all’altra del globo che invece potrebbero vedersi su Zoom mentre sono tranquillamente sedute sulla tazza del cesso di casa. Potresti passare da una riunione a Hong Kong a un’altra a New York con un semplice clic.

Le aziende non vogliono risparmiare tutti questi soldi solo per controllare i propri dipendenti!  Perché lo sappiamo che ai padroni non piace questo tipo di lavoro.  Hanno accettato di concedere lo smart working a una parte dei dipendenti solo perché costretti dalle misure restrittive anti contagio.

In piena crisi sanitaria, anche il resto della famiglia lavora tranquillamente da casa: mia moglie con le sue riunioni e i bambini con le loro lezioni online. Lo smart working è uno dei pochi benefici di questa emergenza sanitaria. Mentre sei davanti alla telecamera, puoi tranquillamente passarti il rasoio, farti la ceretta, impastare una pizza, tagliarti le unghie, mettere lo smalto ai piedi, lucidare l’argenteria, accoppiare i calzini, pettinare il gatto, tagliarti i peli del naso, limarti le unghie, sfoltire le sopracciglia, ridurti la basetta, mondare i piselli e tante altre cose noiose come queste che ti avrebbero tolto molto tempo libero.

Questo eccesso di digitalizzazione però può creare molti problemi.

Il primo problema è che tutti gli abitanti della casa devono avere un computer, un telefono o un dispositivo del genere.   Inoltre tutti devono avere una cuffia con il microfono perché altrimenti col cavolo che senti qualcosa di quello che stanno dicendo i tuoi interlocutori. Diciamo che questo è più un problema mio – giacché sono un po’ sordo – ma il resto della famiglia ha accettato il mio consiglio senza batter ciglio. Così abbiamo acquistato quattro cuffie su Amazon che è l’unica azienda al mondo a non risentire della crisi economica globale.

Il secondo problema è dovuto al carico di dati che i nostri modem devono supportare in questi giorni di prigionia forzata. Essere contemporaneamente in quattro videoconferenze (qualunque sia la piattaforma scelta) rende obbligatorio una ristrutturazione informatica delle nostre case.  Le nostre reti wifi casalinghe non possono reggere un traffico del genere.

La pandemia è stato il primo vero stress test delle autostrade digitali italiane.

Lavorare da casa è una sfida che solo l’emergenza sanitaria poteva offrire al nostro paese ma apre scenari inquietanti.  Con tutte queste telecamere accese in casa, abbiamo perso ogni tipo di privacy.

Il problema più grave che abbiamo in questo periodo di domiciliazione forzata è proprio questo: in ogni stanza, c’è una potenziale telecamera. Un occhio indiscreto che vigila su tutto ciò che facciamo. Il grande fratello immaginato da George Orwell nel suo capolavoro 1984.

Non puoi più girare in mutande per casa, se fai una doccia, prima di uscire dal bagno, devi controllare che l’accappatoio sia perfettamente chiuso, insomma, più che portarsi l’ufficio a casa, sembra che ci siamo trasferiti a vivere in ufficio.  Altro che distanza sociale, sembra di vivere tutti nello stesso openspace: i tuoi colleghi, quelli di tua moglie, i professori dei tuoi figli e tutte le loro famiglie.

Stamattina, prima di chiudermi in bagno, saluto il marito della maestra di mia figlia, gioco un po’ col criceto del figlio della collega di mia moglie e ascolto una barzelletta di un compagno di classe di mio figlio. Non vedo mia mamma da due mesi, lei purtroppo non ha uno smartphone, ma tutte le mattine parlo con la suocera del mio collega che vive con lui.

Mentre sono sotto la doccia, proprio quando ho finito di insaponarmi, l’acqua diventa fredda.  Maledetta caldaia, quando la pressione dell’acqua è troppo alta, va in protezione e si spegne.

«Si è spenta la caldaia?» urlo dal bagno ma nessuno mi può sentire. Sono tutti impegnati davanti al PC con le cuffie e il microfono. Maledetto smart working, lavoro intelligente del cavolo.

Esco dalla doccia con ancora il sapone sugli occhi, mi metto l’accappatoio e sguscio fuori dal bagno cercando di non far rumore. Nella stanza di fronte mio figlio sta seguendo la lezione d’italiano su Google Meet. Ha lasciato la porta aperta e sono costretto a strisciare sul pavimento per non essere visto dal resto della classe e soprattutto dalla professoressa.

In salotto c’è mia figlia che sta facendo una videoconferenza su Jitsi Meet con la classe di ginnastica ritmica. Non posso passare di lì neanche strisciando, mi vedrebbero tutte le sue amiche e soprattutto l’insegnante.

Posso solo tornare indietro e cercare di passare dal balcone.

Torno indietro e ripasso strisciando davanti alla stanza di mio figlio.  Per fortuna i ragazzi fanno talmente casino che nessuno sente che il nostro cane ha iniziato ad abbaiare contento. Vedendomi steso con la pancia a terra, pensa che io voglia giocare con lui. Gli lancio entrambe le pantofole e Italo finalmente capisce che deve tornarsene in salotto.

La porta della stanza da letto è chiusa.  Speriamo che mia moglie non sia lì dentro a video chattare con le sue amiche. Apro la porta in ginocchio e scopro che la stanza è vuota. Esco sul balcone e l’aria gelida mi fa battere i denti. Per fortuna la tapparella della stanza di mio figlio è chiusa e passo davanti alla sua finestra senza problemi.  Scavalco la ringhiera del balcone con una certa difficoltà: sono scalzo, indosso l’accappatoio e il novanta per cento del mio corpo è pieno di sapone. Il balcone del salotto dista solo trenta centimetri ma le gambe mi tremano lo stesso: non sono sicuro di riuscire in questa impresa. Prendo coraggio e allungo il piede sinistro fino all’altra ringhiera. Quando sono sicuro di avere poggiato bene il piede, allungo la mano sinistra sulla ringhiera.  Nonostante il sapone, riesco a scavalcare la ringhiera con una certa facilità. Per fortuna la strada è deserta e nessuno ha potuto assistere alla mia pazzia.

Quando atterro nel balcone del salotto a mia figlia per poco, non viene un infarto. La scena tragicomica sfugge all’occhio della telecamera del suo PC ed io riesco  subito a tranquillizzarla con un gesto della mano.

«Tutto sotto controllo» le sussurro attraverso il vetro della finestra. Lei ha un attimo di smarrimento ma poi si rimette le cuffie e torna alla sua riunione.

La finestra del bagno è aperta e per fortuna neanche lì c’è nessuno. Entro nel bagno passando per la finestra ed esco sul corridoio che porta alla cucina.

La porta della cucina è aperta e dentro non c’è nessuno. Mia moglie sarà andata a fare la spesa, penso, mentre esco sul balcone della cucina dove c’è la maledetta caldaia.

«C’è un uomo tutto insaponato alle tue spalle» sento dalle cuffie di mia moglie che oggi ha deciso di fare il suo meeting dal balcone.

«Ma sei impazzito?» mi dice lei coprendo il microfono. «Scusate, mio marito ha sempre voglia di scherzare. Si diverte a fare dei video che spara in tutte le chat di WhatsApp» dice ai suoi colleghi prima di rientrare in casa. Non mi piace il tono che ha usato, ma non ho tempo di spiegarle che sono qui fuori perché la caldaia si è spenta.

Mentre cerco di far ripartire la caldaia sento che mio figlio è entrato in cucina e sta rovistando nel frigo. Durante le lezioni fanno pure la pausa snack! Voi già fate solo tre ore al giorno, pure la pausa dovete fare?

La caldaia finalmente riparte ed io non vedo l’ora di rituffarmi sotto l’acqua calda. Cerco di rientrare ma la finestra è chiusa, deve essere stato mio figlio. Il bastardo non si è accorto che ero qui fuori ad aggiustare questa maledetta caldaia.

«Aprite» urlo battendo forte sul vetro. «Aprite» urlo ancora sperando che qualcuno mi senta. Eppure in questo silenzio dovrebbero sentirmi tutti i vicini. «Dove cazzo siete?» urlo contro il cielo. «Tutti con le cuffiette sulle orecchie?» urlo maledicendomi del fatto che ho imposto l’obbligo delle cuffiette a tutti i miei conviventi.

All’improvviso vedo un tizio che abita nel palazzo di fronte al mio che mi saluta dal suo balcone. Sta riprendendo la scena con il suo cellulare.

«Sono rimasto chiuso fuori» gli urlo.

«Sei troppo forte» risponde alzando il pollice della mano. «I tuoi video fanno troppo ridere. Me li gira Vicidomini del sesto piano. Bella questa gag della caldaia».

Sento la sua risata fin quaggiù e mi viene voglia di sparargli. A lui e a Vicidomini, il mio amato vicino.

«Non è una gag» gli urlo ancora.

«Ora vado dentro perché fa freddo» mi dice prima di rientrare in casa.

Mi siedo sulla sedia dove fino a poco fa c’era mia moglie.

Dopo mesi di bel tempo oggi il cielo è cupo e c’è un brutto vento. Sto tremando dal freddo ma non mi resta che aspettare la prossima pausa snack che improvvisamente mi appare un’idea geniale del corpo docente.


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Post Views: 331
Tags: Covid19, George Orwell, Grande Fratello, lezioni, napoli, privacy, quarantena, scuola, smart working

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QUANDO
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