Amatorius Secretum . LUSSURIA
La Luna: Lorenza Pellegrini
In 2 Gennaio 2021 da Redazione Seven Blogdi Chiara Menardo
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«Perché Simone e Sophia?» insisteva Belbo. «Si chiama Simone, lui?».
«È una storia meravigliosa. Tu lo sapevi che il nostro universo è frutto di un errore e che un poco è colpa mia? Sophia era la parte femminile di Dio, perché allora Dio era più femmina che maschio, siete stati poi voi che gli avete messo la barba e lo avete chiamato Lui. Io ero la sua metà buona. Dice Simone che io ho voluto generare il mondo senza chiedere il permesso, io la Sophia, che si chiama anche, aspetta, ecco, l’Ennoia. Credo che la mia parte maschile non volesse creare – forse non ne aveva il coraggio, forse era impotente – e io invece di congiungermi con lui ho voluto fare il mondo da sola, non resistevo, credo che fosse per eccesso di amore, è vero, adoro tutto questo universo incasinato. Per questo sono l’anima di questo mondo. Lo dice Simone». (pag. 239 e sgg.)
La luna si chiama Lorenza: Lorenza Pellegrini. Nome e cognome, l’unica cosa precisa di una bionda svagata che gioca a flipper come se stesse facendo l’amore.
Lorenza gioca a flipper con i lombi.
È ingenua, sensuale, isterica e triste. Il mascara sbavato, i vestiti fruscianti, le unghie che grattano contro la porta di una camera da letto, in una notte d’estate nella campagna piemontese. Lorenza chiede di entrare, di essere stretta, anche solo per un istante, per un momento di sesso che, forse, vorrebbe tanto chiamare amore.
Lorenza è l’oggetto del desiderio di Jacopo Belbo, uno dei protagonisti del Pendolo insieme a Casaubon. Belbo la ama da sempre, per sempre; e la detesta. La osserva svolazzare da un vernissage glamour al baruccio dei Navigli come un entomologo studia un’ape che ha perduto la bussola e non sa più dove sia il suo alveare.
È una bandiera che il vento ha strappato dall’asta e che trascina con sé nelle correnti: se sono calde, Lorenza sale in alto, tocca le nuvole; se fredde, precipita fino quasi a schiantarsi.
Pronta a farsi trasportare in mondi che non conosce e non capisce, né mai capirà; vittima di chi sa raccontare la bugia più bella; carnefice dell’unico che, nel tempo, continui ad amarla, nonostante lei.
Inopportuna, si aggira nelle trame del Pendolo come se non riuscisse ad uscire da una porta girevole: intrappolata nel suo stesso essere, così deliziosamente fané.
Inconsistente e libera, Lorenza Pellegrini muove lentamente i fianchi contro il flipper del Bar Pilade negli anni ’70 mentre altrove i compagni sbagliano e tirano fuori le pistole, tra i fumi dei lacrimogeni delle cariche della polizia alle manifestazioni studentesche e operaie.
Si tuffa con gioia, come una bambina alle giostre, nella vacuità bulimica che crea la Milano da bere per reazione agli anni di piombo. Prova, sperimenta, incapace di porre alcun limite.
E perché dovrebbe, in fondo?
Gli uomini la desiderano. Che vogliano solo il suo corpo o anche l’anima, poco importa. Che ambiscano ad averla come un collezionista potrebbe desiderare una statuina vestita di tulle da mettere in mostra sulla mensola del salotto, o come un cucciolo con il pedigree da portare a spasso, non è poi una grande questione su cui soffermarsi. Tutto, pur di sentire, sentirsi.
Lorenza volteggia nell’etere, come le donne nei quadri di Chagall. Ma lei è sola, non c’è nessuno che la accompagni e la tenga per mano, nemmeno una capra che suona il violino. E chi vorrebbe così tanto averla con sé, ancorarla alla realtà, condividere qualcosa, una qualsiasi, purché sia vera e viva e stabile e che duri più di una notte tra le lenzuola; chi forse vorrebbe fare piani e progetti con lei e per lei, lentamente sprofonda in una dimensione in cui non può o non vuole portarla con sé. Se Belbo si tuffi nei meandri più improbabili del Piano di riscrittura del mondo e della storia anche per sfuggire a Lorenza, per avere un progetto qualsiasi, purché sia, su cui lavorare, non saprei. Eppure, perché no? L’unico ad amarla davvero si perde, alla ricerca del momento perfetto della vita, senza capire mai di averlo già vissuto. In questo modo ogni strada è smarrita, sfilacciata, senza ritorno, per entrambi.
Non sprofonda, Lorenza Pellegrini, nei meandri del Piano di Casaubon, Belbo e Diotallevi. Fa surf tra le sue onde, veleggia e beccheggia senza mai trovare un porto sicuro, un punto fermo. Perennemente nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la persona sbagliata.
Anche nell’ultimo atto, tragico e senza ritorno, lei c’è: assiste senza capire cosa stia succedendo e perché (non perché sia una scema, ma per la sua stessa natura, curiosa ed instabile, eterea e svampita) e suo è, alla fine, il richiamo che riporta alla terra, alla via cittadina, alla rissa da bar sfuggita fuori controllo. Nel Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, con un corpo che dondola appeso al filo del Pendolo di Foucault, unico punto fermo dell’intero universo, e oscilla in senso contrario rispetto alla grande sfera metallica, mentre si diffonde il panico per una morte non voluta, Lorenza si svincola dalle braccia che la trattengono, corre in avanti, si arresta di colpo: «Oh, dico, ma siamo pazzi?».
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