Le opinioni superbe . SUPERBIA
Sette personaggi in ruoli che non ti aspetti
In 6 Aprile 2025 da Fabio MuzzioNino Formicola. il detenuto

Detenuto in attesa di giudizio, Nanny Loy, 1971 (Fonte Web)
Detenuto in attesa di giudizio diretto nel 1971 da Nanny Loy ci ha “regalato” una tra le interpretazioni migliori di Alberto Sordi (premiato a Berlino con l’Orso d’oro e in Italia con David di Donatello). Questa pellicola dovrebbe essere emblematica per i cosiddetti “garantisti” dei nostri giorni, che appaiono troppo spesso disinteressati ai cittadini rispetto alle sorti dell’élite quando si verificano errori giudiziari o si incorre nella situazione carceraria.
Ispirato a Operazione Montecristo, il libro autobiografico del grande Lelio Luttazzi arrestato e poi scagionato insieme a Walter Chiari per spaccio e detenzione di stupefacenti, e dell’inchiesta Verso il carcere del giornalista RAI Emilio Sanna, racconta le vicissitudini del geometra Giuseppe Di Noi, imprenditore di successo in Svezia, dove si è trasferito e si è sposato con Igrid, con la quale ha avuto due figli. Accusato ingiustamente di omicidio colposo preterintenzionale, quando rientra in Italia per le vacanze inizia il suo calvario per le carceri italiane tra vessazioni e negazione dei diritti. La sua parabola lo porterà a essere oramai devastato dal punto di vista psicologico.
Il grande cast, Mario Pisu, Mario Brega, Silvio Spaccesi, Lino Banfi (nel ruolo del direttore del carcere immaginario di Sagunto), Michele Gammino, don Paolo, il sacerdote del medesimo istituto penitenziario, Giuseppe Anatrelli (il geometra Luciano Calboni dei film di Fantozzi) diretto da Loy ci offre più di uno spunto su cui riflettere.
Nel carcere immaginario di Sagunto, durante la messa, il segnale di quella che sarà la successiva rivolta è dato dalle risposte alle preghiere di don Paolo, che mettono in allerta le guardie e il direttore: tra i carcerati c’è il diciottenne Nino Formicola, che avremmo conosciuto come grande cabarettista Andrea Brambilla, come Gaspare e Zuzzurro (oltre a essere diventati pure cognati).

Detenuto in attesa di giudizio, Nanny Loy, 1971 (Fonte YouTube))
Nel frame Nino Formicola è quello a destra.
Renato Zero, l’hippy in discoteca

La mala ordina, manifesto cinema (Fonte IMDB)
Fernando Di Leo nel 1972 dirige uno dei poliziotteschi più solidi e convincenti del decennio: La mala ordina. Questa pellicola è la seconda della cosidetta trilogia del milieu girati dal regista di San Ferdinando di Puglia, preceduta da Milano calibro 9, sempre del 1972 e Il boss dell’anno successivo.
Con un cast di primissimo livello, da Mario Adorf a Henry Silva, da Silva Koscina ad Adolfo Celi, da Cyrill Cusack a Franco Fabrizi, da Francesca Romana Coluzzi a Femi Benussi (già in ruoli di nudo ma non ancora approdata al cinema prettamente erotico dal quale poi si distaccherà interrompendo così la sua carriera) il film racconta la malavita a Milano, tra droga e prostituzione ci riportano a una stagione che ha fatto i conti anche gli anni di piombo e, talvolta, situazioni che vengono dimenticate nel vissuto di oggi.
La pellicola, che si può ritrovare sul web, spesso è tagliata, soprattutto nelle parti più violente oppure di nudo, che finiscono per togliere la linearità e il senso dell’opera (sono un purista da questo punto di vista). In realtà, La mala ordina si può vedere su RaiPlay in una versione che dovrebbe essere integrale e non sarà sfuggita agli appassionati del genere che tanto ha segnato gli anni Settanta di rimando a quanto produceva Hollywood.

La mala ordina, Ferdinando di Leo, 1972 (Fonte YouTube)
Arriviamo al personaggio insolito che si può ritrovare: il cameo del giovane ventiduenne Renato Zero. Viene accreditato come hippy con la bombetta che balla al centro della pista e incassa le centomila lire che il boss americano regala a Trini, una delle prostitute del locale, per sedersi al suo tavolo.
Non è dato sapere il rapporto che li lega, difficile sia il protettore, come non è insolito che Renato Zero balli, essendo stato prima di tutto anche questo: era già un giovanissimo “collettone” di Rita Pavone in Stasera Rita del 1965; tuttavia questa presenza cinematografica è fugace, un po’ come il bacio che manda a Trilli correndo via con la banconota tra le dita.
Carlo Verdone, la guardia del corpo

24 ore… non un minuto di più, 1973, Franco Bottari (Fonte web)
24 ore… non un minuto di più del 1973 diretto da Franco Bottari (a volte editato come Guernica) è un film praticamente introvabile: qualche sito lo propone in dvdr recuperato da una pellicola in 16mm, versione che probabilmente si può trovare anche in streaming nel Web. Tagliato nelle parti più crude non è escluso che prima o poi salti fuori da qualche scatola in alluminio di qualche magazzino e torini a rivivere.
La sceneggiatura prende spunto dal terrorismo e dai colpi di Stato: un gruppo terroristico sequesta in Argentina l’ambasciatore della Repubblica Federale tedesca, la vecchia Germania Ovest, per ottenere la liberazione di alcuni loro compagni.
Interpretato, tra gli altri, da Riccardo Cucciolla e Gabriele Tinti, si avvale della colonna sonora di Stelvio Cipriani.

24 ore… non un minuto di più, 1973, Franco Bottari (Fonte web)
La scena del rapimento ci fa conoscere un futuro grande attore, sceneggiatore e regista della commedia italiana degli ultimi quarant’anni: Carlo Verdone; all’esordio anche come aiuto regista lo vediamo nella sua prima interpretazione seppur non accreditata: quella della guardia del corpo. La sua presenza durerà per quella sequenza
Teo Teocoli, Tony il pilota di aereo e l’amante

Il giudice e la minorenne, 1974, Franco Nucci (Fonte IMDB)
Il Giudice e la minorenne, diretto nel 1974 da Franco Nucci è un film ambizioso che mette insieme diverse tematiche, forse troppe e, alla fine, risulta un po’ tutto in superficie, un po’ sbrigativo ed “esasperato” nel finale. Al centro c’è una famiglia borghese, dove il marito e padre giudice irreprensibile non si accorge di tre cose: il senso di trascuratezza della moglie, che la figlia sedicenne oramai è una donna e che la collega e assistente in odore di promozione è innamorata di lui.
Ci sono davvero gli ingredienti degli anni Settanta: la famiglia che si sgretola, la contestazione politica, l’emancipazione femminile e l’adolescenza che oramai è qualcosa di più.
Salta tutto, o meglio prende la discesa del declino, quando una minorenne denuncia per stupro un idraulico (un Piero Mazzarella meno comico rispetto al solito): in realtà non è così, perché la ragazza si prostituisce ma pure la figlia del giudice e, soprattutto l’amica che non è più la bambina che frequentava la casa da piccola sono giovani donne che seducono senza troppi scrupoli. Questi contenuti evidenziano ancora una volta l’assenza di memoria di chi oggi esalta i tempi andati dove tutto era così morale e perfetto.
Vi ho riassunto la parte forse più rilevante del film probabilmente non nella versione integrale (qualche nudo probabilmente è stato eliminato specie nelle versioni per la tv).

Il giudice e la minorenne, 1974, Franco Nucci (Fonte DailyMotion)
La sopresa è ritrovare un attore, al secondo film di una discreta carriera poi di grande celebrità sul piccolo schermo e in teatro, di Theo Teocoli: sì, Theo e non Teo come lo conosceremo negli anni a venire: l’attore di orgini calabresi seppur nato a Taranto e poi emigrato con la famiglia a Milano, dove costituirà uno degli artisti di spicco della generazione del Derby di Milano (di cui Teocoli tenterà qualche anno fa il rilanco come direttore artistico) non stupisce nel vederlo nel ruolo di amante e seduttore, lo sarà, per esempio, di Barbara bouchet in Spaghetti a mezzanotte, dove interpreta un architetto che realizza una casa alla Hollywood Party, quanto in un pilota di aerei, Tony, che seduce Laura (Nieves Navarro qui come Susan Scott) la moglie del Giudice (Chris Avram) con la quale condivide una fine tragica e inattesa.
Alvaro Vitali, il portinaio

Uomini si nasce poliziotti si muore, 1976, Ruggerio Diodato (Fonte IMDB)
Uomini si nasce poliziotti si muore del 1976 appartiene al filone del poliziottesco che Ruggero Deodato, considerato dalla critica il padre del genere cannibal-movie, aggiunge alla inevitabile violenza contenuti splatter tanto dal renderlo un film “unico” di quel decennio. Questa volta la sceneggiatura si concentra su una squadra informale che preferisce giusitiziare che arrestare. I due protagonisti (Antonio e Alfredo) ripettivamente Marc Porel e Ray Lovelock ci riportano alla coppia del moro e del biondo alla Starsky & Hutch, serie non a caso uscita l’anno prima: la somiglianza si ferma tutto sommato qui: alla Ford Gran Torino preferiscono infatti la moto e non hanno, per così dire, scrupoli. A Capo della squadra Adolfo Celi mentre il cattivo è Renato Salvatori nel ruolo di Roberto “Bibi” Pasquini che, insieme a Sonia, la segretaria del Capo, femminista e spregiudicata, interpretata da Silvia Dionisio (in quel momento moglie di Diodato) completano un cast di rilievo in cui merita di essere ricordato Franco Citti “Er cane” nella parte di un rapinatore.

Uomini si nasce poliziotti si muore, 1976, Ruggerio Diodato (Fonte YouTube)
Eccoci al personaggio che non ti aspetti: Alvaro Vitali. Non che l’attore romano non avesse già una filmografia corposa alle spalle ma lo vediamo in una piccola parte da portinaio alle prese con un “giornaletto” e ben disposto a rivelare le informazioni richieste.
Diego Abatantuono, il trafficante di armi

Liberi armati pericolosi, 1976, Romolo Guerrieri (Fonte IMDB)
Liberi armati pericolosi, diretto da Romolo Guerrieri nel 1976 ci riporta all’amicizia fra tre rampolli della Milano “bene” e con caratteri diversi: tra violenza innata e ribelle un po’ alla Robin Hood, si ruba ma si redistribuisce al popolo, giovani alla ricerca di emozioni e trascurati dalle famiglie. Oggi si parlerebbe di gioventù annoiata e problematica e questo dimostra che le generazioni presentano ciclicamente problemi e invecchiando hanno una memoria selettiva. Certo, la violenza è portata a estremi e, alla fine, nessuno viene risparmiato tuttavia lo specchio di quel decennio è rappresentato in modo evidente.
Con Tomas Milian nel ruolo del commissario che rincorre per catturare Giovanni, Mario e Luigi (“Gio”, “Il biondo” e “Luis”) c’è anche la figura di Lea, Eleonora Giorgi allora ventitrenne nel ruolo della fidanzata di Luigi che cerca di salvare invano dalle conseguenze peggiori denunciando le intenzioni.
Tra rapine, omicidi e inseguimenti la vicenda si sposta dal capoluogo lombardo a Pavia, spesso teatro di riprese dei poliziotteschi dell’epoca.

Liberi armati pericolosi, 1976, Romolo Guerrieri (Fonte IMDB)
Nel film debutta un comico del Derby destinato a una grande carriera cinematografica: Diego Abatantuono, qui nel ruolo di Lucio, un trafficante di armi. Un ruolo breve che anticipa intepretazioni da protagonista, in particolare, ma non solo, nei film di Gabriele Saltavores, da Mediterraneo a Io non ho paura, dove interpreta Sergio il suo personaggio forse più “cattivo”.
Francesco Salvi, il poliziotto

Sbirro, la tua legge è lenta… la mia… no!, 1979, Stelvio Massi (Fonte IMDB)
Quando si parla di genere poliziottesco l’attore che forse lo incarna di più è Maurizio Merli, qui come il Commissario Paolo Ferro: sempre in prima linea e sempre con la battuta che poi, alla fine, la giustizia libera tutti vanificando quando messo in atto dalla Polizia (stesse cose del dibattito odierno, strano, eh che poi sembra che in altri tempi… e invece l’impressione e le tendenze sono sempre quelle).
Sbirro, la tua legge è lenta… la mia… no! di Stelvio Massi del 1979 è uno delle ultime pellicole di questo genere così fortunato in quel decennio, dove a Hollywood Clint Eastwood e Charles Bronson (e non solo) ci raccontano le strade violente e pericolose delle città statunitensi, che vanno “ripulite” e rese sicure.
La sceneggiatura porta dentro la mafia e le vendette per il controllo del territorio: si instaura il rapporto tra Commissario e un boss mafioso per dipanare la situazione ma entra in gioco un presunto ex camorrista che si è dedicato alla ristorazione in quel di Milano ed è interpretato da Mario Merola nel ruolo di Raffaele Acampora. Il rapporto tra il Commissario Ferro e Acampora, che avrebbe cambiato vita, è alla base del confronto che regge il film.

Sbirro, la tua legge è lenta… la mia… no!, 1979, Stelvio Massi (Fonte YouTube)
Proprio in uno dei suoi ristoranti culmina uno degli inseguimenti con il tentativo di prendere in ostaggio alcuni avventori e il sangue freddo di Acampora agevola il lavoro dei poliziotti: tra chi insegue prima e poi è protagonista della sparatoria dentro al ristorante c’è un giovane poliziotto, Francesco Salvi (a sinistra del frame), insomma molto diverso dal comico che avremmo conosciuto anni dopo oppure dal protagonista di fiction in ruoli non di azione.
(ADV)
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