Le opinioni superbe . SUPERBIA
Dean Moriarty sulla strada
In 12 Marzo 2017 da Debora Borgognoni
Il suo nome è Dean Moriarty, ha un creatore che gli fa da amico. Quest’ultimo è uno scrittore e mica capisce bene il suo successo, perché si limita a stare sulla strada e osservare. Osserva anche i compagni di viaggio, osserva le auto scassate, osserva un’America pronta alla rivoluzione, e si sa, le rivoluzioni non sono mai indolori. Be’, lui, il creatore, si chiama Jack Kerouac. Dice che «Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente per la strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles». Dice che è «[…] un giovane Gene Autry – armonioso, snello di fianchi, con gli occhi azzurri, e uno spiccato accento dell’Oklahoma – un eroe con le basette nel nevoso West».
Ce ne innamoriamo. Ci viene in mente James Dean (e sarà un caso che il nome lo richiami?), solo che «si diceva che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou». Niente, lasciamo perdere, troppo complicato, soprattutto se ci si trova a sessant’anni di distanza e nelle pagine di un romanzo. A proposito, il romanzo si intitola On the road (Sulla strada, Mondadori, 1959, traduzione italiana a cura di Magda de Cristofaro).

On. The. Road. Lo senti il rombo? Cazzo, che suono onomatopeico, signori!
Dean ha degli ideali e delle ambizioni. «[…] per lui il sesso era l’unica e sola e sacrosanta e importante cosa nella vita, quantunque gli toccasse sudare e imprecare per sbarcare il lunario e tutto il resto» (ci viene intanto il desiderio di infrangere il fioretto del marito-delle-altre-non-si-tocca: lui provoca!), «[…] era un giovane avanzo di galera tutto preso dalle meravigliose possibilità di diventare un vero intellettuale, e gli piaceva parlare con quel tono e far uso di quelle parole ma in modo confuso, come le aveva sentite da “veri intellettuali”».
E ha pure una professione. «Il più fantastico custode di posteggi al mondo, capace di far fare marcia indietro a una macchina a settanta chilometri l’ora in una strettoia inverosimile fermandosi al muro, balzare fuori, correre in mezzo ai parafanghi, saltare su un’altra macchina, farla girare in tondo a ottanta chilometri l’ora in uno spazio ristretto, indietreggiare di volata in un posticino invisibile, vamm, bloccare la macchina col freno a mano così che si poteva vederla rimbalzare mentre lui schizzava fuori; poi sparire nel gabbiotto dei biglietti, scattando come un asso del podismo, porgere un biglietto, saltare dentro a una macchina sopraggiunta prima che il proprietario ne fosse completamente uscito, scivolargli letteralmente di sotto mentre quello sta uscendo, avviare la macchina con lo sportello aperto che sbatte e partire rombando verso il punto libero più vicino, una giravolta, infilarcisi rapido, frenare, fuori, via; e così senza soste otto ore ogni notte, nelle ore di punta serali e in quelle dopo il teatro, in pantaloni bisunti color vino e con una sdrucita giacchetta orlata di pelo e logore scarpe ciabattanti».
Del resto Jack, l’osservatore, lo scrittore, il bevitore di whisky col pallino di fare dindin col ghiaccio nel tumbler, non lo descrive per chissà quali motivi. No. Dean rappresenta gli anni ’50, rappresenta il sogno americano, la tensione verso l’anarchia, la voglia di libertà.
«L’intelligenza di Dean era in ogni sua parte altrettanto formale e luminosa e completa, ma priva di noioso intellettualismo. E la sua “criminalità” non era qualcosa di risentito e beffardo; era uno scoppio sfrenato pieno di assensi di americana gioia; era occidentale, il vento d’Occidente, un’ode dalle praterie, qualcosa di nuovo, da lungo tempo profetizzato, da lungo atteso (rubava automobili solo per corse di piacere)».
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Bellissimo post!
Brava, Debora
Oh, grazie! Stupenda letteratura beat, fraseggio jazz e mito americano.