Cronache da Sottilia 9: il mistero irrisolto

– Solo, bella domanda. Me la sono posta più volta anche io.

Alice guarda una parete con un ritratto.

– Per lui, probabilmente.

– Tuo padre?, aggiungo.

– Sì, per lui.

– Perdonami; non volevo essere impertinente.

– Ma no, che non lo sei stato. Abbiamo avuto così poco tempo per conoscerci bene. Mi ha voluta libera nelle decisioni e nella vita e forse gli ho dato troppo retta. Non mi disse che era malato ma quelle intuizioni da figlia o di sangue mi fecero svegliare una mattina di ottobre nell’appartamento parigino: pioveva a dirotto. Ebbi un brivido e la prima cosa che feci fu prenotare un volo e arrivai in tempo riuscendo a stare con lui ancora due giorni. Io non so se ho mai fatto pace con me stessa e l’ansia di vivere che mi ha corroso per tutta la vita, però ci sto provando qui. Gli amici che ogni tanto passano, qualche amica vera di infanzia che mi chiama e Tamara. Una figlia newyorkese con un marito avvocato e due nipoti al college che sento tutte le settimane e un figlio parigino sempre in giro per il mondo a scattare foto e troppo uguale a me.

Alice beve un sorso di acqua non so se per mandar giù la commozione o i ricordi. È stata gentile, forse troppo. Io curioso, troppo senza forse. Accidenti al mestieraccio e al vizio che ti spinge sempre oltre.

Solo, Solo… non stai parlando con un delinquente o un politico, ripeto tra me e me. Cazzo!

Guardo il ritratto, forse per scusarmi dell’impertinenza e mi concentro sui profumi che arrivano dalla cucina. Mi sembra una conseguenza ovvia che Tamara ci dica dalla cucina che è pronto e con sollievo spezza un momento che ho causato. Alice si alza e io dopo di lei. Mi fa strada e torniamo in cucina, dove la tavola, a osservare i bicchieri e le posate, è preparata come se lo fosse per un ospite speciale. Non mi sfuggono i tre coperti e la conferma che la governante di casa abbia un ruolo speciale: non so perché mi faccia così piacere, forse non amo gli esclusi.

Il pane fatto in casa è ancora tiepido e ha profumato l’aria. Quando declino il vino bianco, le due donne si guardano un filo stupite.

– Astemio? – mi chiede Alice guardandomi.

– Sì, non lo amo, preferisco con moderazione i superalcolici.

– Fammi indovinare: ti piace il rum.

– Ma come fai a saperlo?

Alice torna a ridere e questo mi fa piacere, perché i ricordi sono rimasti nell’altra stanza. – Ho detto a caso, però di là ho una bella collezione che ti sottoporrò più tardi.

Le sorrido più per la felicità del momento, la compagnia, le chiacchiere, il buon cibo, che per l’offerta alcolica.

Mentre assaporo la seconda fetta di pane arrivano le linguine allo storione che degusto con piacere, nonostante sia poco amante del pesce: i pomodorini hanno un sapore che fa supporre un orto, magari poco fuori di qui. Mi complimento con Tamara che apprezza la mia attenzione, e devo dire che la carpa al forno che segue evidenzia un’abilità ai fornelli non comune.

Il pranzo prosegue tra chiacchiere – qualcuno potrebbe dire – banali anche se ho modo di scoprire qualcosa di più su Tamara: il rapporto con la famiglia di Alice che risale ai nonni, qualche considerazione su Sottilia. Mi colpisce la bellezza ancora giovanile e la grande intesa con la padrona di casa.

Il sorbetto al limone conclude il nostro pranzo interrotto solo da un messaggio del Direttore.

– È ora del caffè: ti va? E poi del rum, andiamo di là.

Seguo Alice, questa volta in uno studio: il tappeto persiano ha delle sfumature di blu che catturano gli occhi e le poltrone antiche sono più accoglienti di quel che mi aspettassi. La luce filtra dalle finestre evidenziando i colori del cassettone con ribalta del Settecento che ospita altre fotografie, questa volta di famiglia. Tamara ci porta il caffè e una bottiglia di un rum invecchiato 30 anni che attira subito la mia attenzione. Poi torna in cucina. I tre bicchieri sottolineano però la condivisione del pomeriggio.

– In redazione mi daranno per disperso: non ho molto da scrivere, non ho voglia di scrivere, avrei voglia di vacanza.

– E tu datti per disperso!

Alice si fa quasi seria mentre accavalla la gamba e finisce l’ultimo sorso di caffè.

– E come potrei fare? Non so far altro che il giornalista.

– Si può sempre far altro, non essere monotono: prenditi tempo per pensare.

Mi sento quasi colpito nel vivo: sono stanco della mia vita tra un pezzo e l’altro, spesso domande di cui conosco la risposta, articoli rituali, talvolta inutili; pochi sussulti e le soddisfazioni con il contagocce.

Arriva Tamara che, gentilissima, versa nei tre bicchieri un rum di un colore ambrato che riesce a catturare persino la luce del sole caldo che da fuori si spinge dentro lo studio. Lo annuso e mi bagno le labbra: semplicemente meraviglioso. Ne bevo un piccolo sorso: se esiste davvero il momento perfetto, questo è uno di quelli.

Alice rompe il silenzio e si rivolge a Tamara: – Ma secondo te -, afferma con il tono di chi sta rivelando qualcosa di inaspettato, – il nostro cronista lo sa che a Sottilia c’è stato un delitto irrisolto?

Si gira con lo guardo di chi ti sta sfidando sul tuo terreno e ti sta dicendo: sei o non sei un cronista alla ricerca di qualcosa in questo posto? Tamara, seduta nella poltrona davanti alla scrivania, mi guarda. Alice le fa da complice e mi fissa a propria volta. Io osservo nuovamente il colore del rum, bevo un altro sorso riservandomene ancora uno, lascio scendere il liquido lentamente e rimango in silenzio. Poso il bicchiere nel vassoio d’argento sulla scrivania davanti me. Mi aggiusto sulla poltrona. Guardo prima una e poi l’altra donna che mi scrutano in attesa di una mia vera reazione.

– La situazione si fa interessante -, esclamo, con il tono di chi ha tra le mani, finalmente, qualcosa di vero di cui parlare. Altro che l’intervista alla Sindaca Tabata Normandina.

 

 

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Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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