Leggeri come le rondini


Una ragazza dalle gambe chiare e dagli occhi marroni come la terra mi aspetta fuori casa. Ha un coltello in mano e un conto in sospeso con me, da quando ero giovane. Ne è passato di tempo ma lei è rimasta uguale, come una camelia che non appassisce. La osservo e sorrido.

Pilota. Questo sono, è questo che sono diventato. Lo sognavo fin da bambino, immaginavo di sorvolare le case, i quartieri, le città, e vedere tutto dall’alto. I miei genitori non esitarono un solo momento a mandarmi a Daytona per studiare, prendere le licenze e tornare in patria con la mia qualifica. La mia ragazza mi salutò in lacrime, abbracciandomi forte. Sentii un calore così intenso che mi fece rabbrividire, avevo paura di quello che stavo perdendo, eppure non ci ho pensato un attimo e quando sono salito sull’aereo che da Roma Fiumicino mi avrebbe portato a Daytona capii perché l’avessi fatto. Perché era quello che sognavo da sempre e non avrei mai accettato di fare altro. Così quando arrivai iniziai subito a rimboccarmi le maniche per pagarmi gli studi, feci qualche lavoretto per dei ricchi che non avevano la voglia di muovere il sedere dai loro enormi divani. Mi pagavano bene. Ma un giorno mi arrivò una richiesta insolita. Un cliente, uno dei miei abituali, mi chiese se potevo portargli degli amici a casa. Dato che l’aereo privato lo avrebbe messo a disposizione lui, non potevo dirgli di no. Chiesi comunque qualche dollaro in più e lui non esitò a darmeli in nero.

Ero lì, in pista, e aspettavo i miei clienti, il cielo era sereno e garantiva una buona visibilità. Sentii un vociferare, prima che me ne accorgessi un uomo con la barba lunga vestito come fosse appena uscito dal carcere mi mostrò il suo smagliante sorriso. «Partiamo?», mi chiese puntandomi una pistola in faccia. Mi voltai subito e presi il controllo degli strumenti, avevo il sangue che mi pulsava nelle tempie. Sentii un altro uomo salire a bordo e parlare con il mio aguzzino in una lingua che non comprendevo. Perché minacciarmi se dovevo solo portarlo a casa di un suo amico? Sudavo freddo, ma stranamente non avevo paura, non quella che immaginavo avessero i protagonisti dei film, quelli condannati a eseguire istruzioni prima di morire. Mi sembrava di essere proprio in quella condizione, le mie mani si muovevano decise, e in pochissimo tempo feci un decollo da record. Solo quando iniziavamo a prendere quota mi accorsi della presenza di una donna. La donna si lamentava. Trovai il coraggio di guardare nello specchietto retrovisore. Era lì, accasciata a terra, con un vestito nero corto, le gambe bianche come il latte e gli occhi marroni come la terra. Quegli occhi mi avevano trafitto: nonostante l’uomo stesse cercando di immobilizzarla, lei mi fissava sicura di sé. L’uomo era dietro di lei, si stava slacciando i pantaloni. Il sangue mi pulsava nel cervello. Portavano una ragazza per divertirsi? L’uomo che mi stava puntando la pistola contro sembrò essersi accorto dei miei pensieri. «Che stai facendo?». Io inventai. «Non c’è benzina, dobbiamo effettuare un atterraggio di emergenza, tra pochi minuti il motore si spegnerà, siamo sotto i 1500 piedi e non posso riattivare le procedure per riaccendere il motore. Vi dovete sedere tutti e allacciare le cinture di sicurezza». Sperai di essere stato il più convincente possibile, il mio volto trasudava per la paura. Lui mi tolse la pistola dalla tempia e finalmente respirai. Urlò qualcosa all’altro uomo che si rimise l’arnese nei pantaloni. Feci l’atterraggio di emergenza perché era l’unica cosa che mi venne in mente da fare per salvare la ragazza. Era il primo atterraggio di emergenza che eseguivo, e fu una caduta libera.

Mi avvicino a lei, le accarezzo il volto, in cui ha ancora impresso un sorriso. È il momento di farlo, apro la porta e la faccio entrare in casa, mia e di mia moglie. Perché dopo quell’episodio tornai dalla mia ragazza. Che mi sposò, e mi diede due bellissimi figli maschi, che ora hanno due e quattro anni. Sono riuscito a diventare un pilota di linea. Ma la ragazza che è qui davanti non mi ha mai abbandonato e abbiamo continuato a vederci, perché entrambi sappiamo che c’è un conto in sospeso. Lei richiude la porta, io le tolgo delicatamente il coltello dalla mano e me lo punto contro, nel ventre. Una vita vale una vita. Distrussi la sua quel giorno atterrando in malo modo e ferendola a morte. Gli aguzzini si salvarono, mio padre pagò una cifra spropositata per farmi uscire da quel casino e quando tornai in Italia ricominciai da capo.

I suoi occhi marroni come la terra mi ricordano che terra sono e terra tornerò a essere, con lei, per poi sperare un giorno di tornare a volare insieme leggeri come le rondini.

Illustrazione a cura di © Laura Aschieri



Samantha Sebastiani

Samantha Sebastiani

Le storie non se le immagina, le vive e le sogna. Semplicemente perché essere la protagonista di una sola vita non le basta.

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