...a little man, a tiny boy-like creature...

Sir Arthur Conan Doyle

Dorando Pietri

Sapere cosa accadrà. Essersi documentati. Aver letto il più possibile. Ma vederlo con i propri occhi è un’altra cosa.

Sono in quella che ancora per almeno tre decenni sarà la città più grande mondo, la capitale di un impero unito sotto una corona, quella di Edoardo VII. Un impero talmente esteso da coprire un quarto delle terre emerse. Ieri il Tamigi mi ha lasciato l’impressione di un grande fiume inquinato dai troppi scarichi di una metropoli di circa sette milioni di abitanti. Non mi sono fatto scappare il rito del te delle cinque e ripenso alla tartina con un burro delizioso che l’accompagnava: il tutto per 8 centesimi. Ho camminato per le vie di Londra e ho visto i primi taxi ma nessuna Ford T, perché Henry Ford la metterà sul mercato tra due mesi quasi esatti.

Il manifesto Olimpico

C’è anche la metropolitana, la prima al mondo e la dovevo provare: nulla a che vedere con quelle a cui siete abituati voi e nemmeno ai trasporti sotterranei o di superficie del mio Kepler e proprio per questo l’ho trovata ancor più suggestiva, perché ti fa respirare la voglia di progresso che l’Ottocento con le sue invenzioni ha lasciato nel secolo in cui mi trovo.

White City Stadium

È il 24 luglio 1908 e sono nella città olimpica per una prestazione sportiva che entrerà nella leggenda facendo diventare il protagonista emblema della fatica e della sconfitta dopo una vittoria. Questi sono i quarti giochi Olimpici moderni, quelli creati a partire dal 1896 da Pierre De Coubertine e che si svolgono in buona parte al White City Stadium costruito proprio per questa occasione. Si trova sulla West way 40 dove questa incrocia la Wood Lane. Qui si concluderà la maratona, la disciplina simbolo dei giochi a cinque cerchi e resa memorabile da un italiano: Dorando Pietri. La gara è partita dal Castello di Windsor e non è mancato un pubblico curioso durante il percorso. Si parla di oltre 80mila londinesi che hanno hanno visto sfidarsi 56 atleti seguiti da giudici e allenatori soprattutto in bicicletta.

Ho un documento falsificato che mi fa essere un giudice a bordo della pista cercando di evitare possibili fotografie imbarazzanti di uno che non ci doveva essere. Sono quindi Jonathan Smith, nome banale ma che ha funzionato. Mancano circa venti minuti all’ingresso dei maratoneti nello stadio dove ci sono 50000 persone, più rumorose nella parte popolare ma che si può permettere di essere qui in questo venerdì. E poi c’è la parte più aristocratica e dei nobili, Casa Reale compresa: toni più bassi, chiacchiere quasi sottovoce e necessità di esserci come richiede l’alta società. I cappelli all’ultima moda con i vestiti lunghi, i papillon e i cilindri si sprecano e risentono ancora dell’era vittoriana, quella di cui Oscar Wilde, ormai morto da otto anni, se ne fece ampie beffe. Intanto gli abiti sartoriali per pochi iniziano a subire la concorrenza di quelli industriali dei grandi magazzini segno di un’era che sta cambiando. Mi chiedo in questi pochi minuti di attesa come siano sopportabili in pieno luglio, poi se ripenso alla mia giacca, camicia, gilet, cappello e scarpe in cuoio mi rispondo da solo con il sudore. Nessuna critica, sia chiaro, queste esperienze ripagano l’assenza dal mio pianeta e aiutano a scrivere ulteriori relazioni sul vostro. Ho come la sensazione però che il valore della fatica e della prestazione risiedano altrove rispetto alla tribuna d’onore anche se lo sport è cosa seria, di tradizione ma anche di chiacchiera composta da salotto.

Questi giochi, intanto controllo la mia cipolla da taschino che segna le 17.07, sono iniziati lo scorso 27 aprile e si concluderanno con la cerimonia di chiusura il prossimo 31 ottobre anche se le gare proseguiranno ancora per due giorni. L’Italia, che inizialmente aveva avuto i giochi assegnati a Roma ma aveva dovuto rinunciare per la situazione economica e dovrà aspettare ben 52 anni per coronare il sogno, arriverà nona nel medagliere con quattro podi: due ori, Alberto Braglia nella ginnastica ed Enrico Porro nella lotta; e poi due argenti: il primo con Emilio Lunghi secondo negli 800 metri e il secondo grazie alla squadra di sciabola composta da Marcello Bertinetti, Sante Ceccherini, Riccardo Novak, Abelardo Olivier, Luigi Pinelli, Alessandro Pirzo-Biroli Biroli a testimonianza di una tradizione che ho scoperto di successi che partono da lontano e non mancano mai in queste competizioni.

Dorando Pietri taglia il traguardo della Maratona

Questa quarta Olimpiade moderna arriva dopo quella a stelle e strisce di Saint Louis contraddistinta da scarsa partecipazione ma soprattutto da discipline dedicate a razze considerate inferiore, dai pigmei agli indiani d’America, in quelle che vennero definite le “Giornate antropologiche” con una pagina tutt’altro che onorevole. Londra, invece, passerà alla storia maggiormente per un italiano di 23 anni non ancora compiuti che non arriva al metro e sessanta. Pietri è un emiliano di Correggio con la passione e un grande talento per la corsa: gli è stato assegnato il numero 19 e al chilometro 37 dei 41 e 192 metri o se preferite 26 miglia e 385 iarde, come si misura qui, ha seicento metri di svantaggio sul sudafricano di adozione Charles Hefferon, in realtà nato in Inghilterra da padre irlandese e madre inglese emigrati inizialmente in Canada. Heffron Porta il numero 8 di pettorale e sembrava destinato fino a mezz’ora fa destinato al trionfo. I cinque minuti che vantava su Pietri sono diventati repentinamente tre e man mano si sono ridotti tanto che viene ripreso e poi superato dall’atleta italiano non molto lontano dallo stadio.

La Regina Alexandra premia Dorando Pietri

Manca un minuto e la folla comincia ad agitarsi, perché sente gli atleti arrivare. Dorando entra alle 17.20 e lo vedo stremato e senza  forze, con il traguardo davanti agli occhi ma tremendamente lontano. Sembra sbagliare direzione, si riprende e riesce a compiere il primo quarto di pista mentre sta arrivando Johnny Hayes lo statunitense con il numero 26 che entra come secondo allo White City Stadium. Dorando si accascia e viene aiutato a rialzarsi, perché si teme il peggio. Urlano di non farlo ma la paura di qualcuno supera il regolamento. Gli spettatori lo incitano e ne ammirano la fatica, il dramma, riassunto nella voglia di non arrendersi e nel desiderio di raggiungere il traguardo nella gara regina delle Olimpiadi e su questa pista che se per noi è calda (si dice vi siano 26 gradi) per lui è l’inferno complice un’umidità che non ha dato tregua. Si lamenta, gli manca la seconda e ultima curva abbozza qualche parola che presumo essere in dialetto: tutti sono in piedi, altri atleti impegnati nelle altre gare lo incitano mentre i giudici e i medici lo affiancano chi spruzzando dell’acqua chi standogli vicino fino al nastro che taglia per primo in 2h 54′ 46″ mentre Hayes entra nello stadio convinto di un argento che ancora non sa diventerà oro. Quel sostegno, che è stato purtroppo anche di aiuto fisico, mi lascia l’emozione delle frontiere abbattute, dell’aiuto a un uomo che sfida il tempo e se stesso e l’ammirazione per il gesto sportivo destinato alla memoria collettiva e non solo di questa competizione. La storia mi dice che quelle barriere esistono eccome e saranno tra non molto tragiche ma in questo momento no, non ci sono.

Dorando, nella sua maglia bianca e con i pantaloni rossi, sta diventando un simbolo senza premio: troppo presto per saperlo, troppo stanco per capirlo, perché è solo convinto di avercela fatta.

Hayes completa la pista 32″ secondi dopo mentre ad Hefferon ne servono altri 38″ e allo statunitense Joe Forshaw oltre un minuto in più: questi tre saranno il podio finale.

Gli Stati Uniti presentano ricorso e Pietri viene squalificato. Haves sarà medaglia d’oro e l’italiano si dovrà consolare con l’ammirazione popolare, l’intervento di Sir Arthur Conan Doyle che racconterà la sua gara sul Daily Mail e l’invito al palco reale, dove la Regina Alexandra di Danimarca e consorte di Edoardo VII gli consegnerà una coppa d’argento in uno scatto entrato nella storia delle Olimpiadi quasi quanto quello della vittoria “inutile”.

L’omino, figlio del fruttivendolo trasferitosi con la famiglia a Carpi, tornerà in agosto in patria accolto come un eroe. Continuerà a gareggiare come protagonista di una pagina di sport entrata nel mito.

 

Il Viaggiatore

Il Viaggiatore

Viene da Kepler 452 e racconta storie di un nostalgico passato. Passionale, scrupoloso, missione: giornalismo. Casa alternativa: Seven Blog.

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