L’homme qui marche

Alberto Giacometti, L’homme qui marche, 1961

Perplesso. Quando vidi per la prima volta dal vivo le sculture di Alberto Giacometti rimasi perplesso. L’apparente semplicità dell’esecuzione, così distante dalla perfezione delle sculture classiche, in un primo momento mi trasse in inganno. Poi, non molto dopo: un minuto? Due? Qualcosa si mosse in me. La mia parte “educata”, quella amante della classicità, continuava a non esserne attratta, ma il mio doppio, quello libero, quello slegato dai lacci e lacciuoli del “politicamente corretto”, del “guarda come è fatto bene”, o del “sembra vero”, cioè quella parte di me che stava guardando la scultura con la mente sgombra, piano piano, quasi senza accorgersene, recepì la straordinaria forza empatica dell’opera.

Capii che con quella figura abbozzata, grumosa, scarnificata, Giacometti aveva voluto rappresentare l’archetipo delle donne e degli uomini che decisero di scendere dagli alberi e di spandersi sulla terra: un cammino iniziato un milione di anni fa e non ancora concluso.

Avvertii chiare, dentro di me, le sensazioni di quel movimento. I neuroni specchio si attivarono e la memoria motoria mi esortò, pur senza muovermi, a camminare con quel nuovo compagno.

Da allora, quando penso alle sculture di Giacometti, nella mia mente si produce un effetto simile a quello che il profumo delle Petites Madeleines provocava a Proust: in lui prendevano corpo i dolci preparati dalla nonna e i ricordi dell’infanzia, mentre io mi rimetto in cammino insieme a “L’homme qui marche”.

 

Giovanni Odino

Giovanni Odino

Pilota di elicotteri in pensione, spigolatore errante in campi reali o immaginari della vita, dipinge e scrive storie, poesie, haiku e favole.

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