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DiarioXY . LUSSURIA

La felicità in una tazza di caffè

In 14 Agosto 2021 da Redazione Seven Blog
di Chiara Menardo

«Da quando la mamma non è più tornata dal passato», attaccò Kazu, in tono calmo, «Ho sempre avuto paura di essere felice»

Sembrava quasi che non parlasse direttamente ai presenti, anzi sembrava che parlasse alle pareti della caffetteria.

«Questo perché quel giorno, quando mia madre è scomparsa all’improvviso… il flusso costante di giorni felici e la felicità della persona a me più cara erano finiti per sempre».

Le sue guance si rigarono di lacrime.

Dal giorno in cui Kaname non era più tornata dal passato, Kazu non aveva più fatto amicizie, neppure a scuola. La paura di perdere le persone care era troppo grande. Non si era mai iscritta a un club e non era mai entrata in un’associazione studentesca, né alle medie né al liceo.

[…]

Dietro a quell’atteggiamento c’era sempre la stessa convinzione: Io non posso essere felice. Per tutta la vita. Ecco cosa si diceva.

(Toshikazu Kawaguchi, Basta un caffè per essere felici, 2021)

Quando si perdono nel vapore sottile, quando li vedo svanire e andare altrove, ma pur sempre qui, nello stesso posto in cui siamo, mi corre un brivido lungo la schiena. Io non ci posso andare, per quanto lo voglia. Sono inchiodata come un’asse di legno sul pavimento. Eppure, che ironia stupida, sono l’unica che possa spostare il cursore del tempo e farli tornare indietro, oppure fare un balzo in avanti, per poi vederli tornare diversi, cambiati in qualcosa laggiù, nel profondo.

Alcuni tornano in pace, altri ancor più tormentati di quando sono partiti. Non si può cambiare il presente, ripeto loro più volte prima di sollevare la caffettiera e versare nella tazzina il caffè. Ma so che non è affatto vero. Lo so, li vedo.  Ogni singola volta.

Trovano ancora una volta le persone che amavano e non ci sono più, incontrano la donna che li ha abbandonati un giorno, consapevoli che nonostante tutti gli sforzi, quel tempo nel mezzo non subirà alcun mutamento, che verranno comunque lasciati. Rivedono i morti, parlano con loro e raccontano. E nulla potrà cambiare i destini.

Io ci vorrei andare, tornare a un giorno preciso, a quell’esatto momento in cui non ha scelto. Non ha scelto me, intendo.

Non è più ritornata, se non sotto forma di vapore leggero che mi si para ogni giorno davanti e mi guarda come attraverso una tenda di garza, che allunga una mano per prendere il libro che offro e annuisce, estranea, come se non avessi mai fatto parte di lei. Come se non fosse mia madre.

Ha scelto di non ritornare quando avevo bisogno e, nel corso del tempo, attraverso la rabbia, mi sono domandata se ciò che volevo, per me, solo per me, dannatamente per me, non fosse solo il desiderio di una bambina egoista. Io l’ho odiata così tanto per aver scelto di lasciarmi in un oggi senza di lei. E poi, a volte, mi chiedo se per tutta la vita non abbia anteposto la mia felicità, il mio desiderio frustrato al suo. Solo lei importa, io no. Giusto?

Ma se giusto non è, è il mio diritto alla rabbia a essere sacro. Lei che, pur di non vivere senza l’amore della sua vita ha scelto di diventare vapore e non ritornare dall’altro amore della sua vita. O quello che avrebbe dovuto essere, l’amore della sua vita. Io.

Li guardo andare e tornare, perdersi in un piccolo specchio scuro e fumante. Li guardo attenta, mentre cambia loro lo sguardo e trovo, anche nei più risoluti, l’ombra fuggevole della paura. Dove sto andando? Cosa sto facendo? Cosa succede al mio corpo, che diventa incoerente e leggero, che scivola nelle pieghe degli anni e come il vapore si sposta, silenzioso, da una tazza al soffitto finché non si vede più, si disperde. E se non ritornassi? E se riuscissi, nonostante tutto, a cambiare il mio oggi, se ci fossimo scelti anziché lasciarci andare, se lei fosse ancora viva, se… se… se…

E tutto accade in un batter di ciglia, per un batter di ciglia. Le regole e norme sono chiare, la tentazione di infrangerle, costante. In ciascuno di loro, da sempre, per sempre.

Anche per me, che non posso compiere quello stesso viaggio in cui li accompagno. Perché non si può? Quale stupida, infrangibile regola stabilisce che ciò che è fatto non può essere disfatto, per dirla con Lady Macbeth?

Idiozia. Idiozia pura, possibilità inutilmente sprecata. Glielo avrei infilato a forza in gola, quello stupido caffè ancora caldo. Avrei potuto. Avrei dovuto. Non posso.

E adesso, anche se il mio turno è terminato e il testimone passa ad altre, piccole mani, in ogni caso non potrò mai andare.

Anche se il senso è ben chiaro, e me lo hanno spiegato ogni volta che sono tornati: riappacificati o infelici, rassegnati o selvaggi, confermati nel loro rimorso oppure sereni. Ogni cosa che è stata è un pezzo dell’oggi, qualcosa per cui ringraziare. Nel bene o nel male.

Invece, io, non ringrazio. Non mi è concesso mettere pezze o domandare perché, non mi è dato chiarire o rimestare nel fango delle sue decisioni. Asse inchiodata sul pavimento. Ecco che sono.

Con tutto quello che è stato, avrei il diritto di andare anch’io e fermare l’istante. Oppure di guardare in faccia l’ineluttabile. Oppure, ancora, avrei il diritto di scegliere e far raffreddare il caffè senza berlo, fino a diventare anch’io uno sbuffo di vapore con le mie stesse sembianze e restare qui per sempre, in questo caffè dal pavimento di legno, con lei. Almeno non sarei rimasta da sola per tutto questo tempo. Immobile, seduta al suo fianco al mio tavolo. Una sedia in più da occupare, un trampolino in più per saltare nelle pieghe dei giorni.

Io servo il caffè, quel caffè. Lavo le tazze, servo caffè, tè, panini, esco e passeggio osservando le stagioni che passano. Come rinchiusa in un sacchetto di nylon, dentro una bolla plastica. Come un pesce rosso dentro una boccia.

Anche se adesso ho dell’altro, c’è altro dentro di me che cresce, piccolo seme di fagiolo destinato a diventare pianta, altro da me, destinata ad uscire un giorno non troppo lontano. Destinata, un giorno, a prendere il mio posto e servire il caffè ad altri avventori con conti in sospeso da sistemare.


Il libro…

  • Titolo: Basta un caffè per essere felici
  • Autore: Toshikazu Kawaguchi
  • Editore italiano, collana, traduttore, anno: Garzanti, Narratori moderni, Claudia Marseguerra, 2021
  • Sinossi: L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove si può vivere un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gōtaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno un conto in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio. Toshikazu Kawaguchi è diventato un fenomeno internazionale con il suo romanzo d’esordio, Finché il caffè è caldo, che ha venduto oltre un milione di copie in Giappone e in Italia è tuttora in classifica dopo mesi dall’uscita. Ora torna con la sua caffetteria speciale e ci consegna una storia emozionante sulla meraviglia che si nasconde negli imprevisti della vita e nei regali del destino.


Stiamo progettando una rivista letteraria per aiutare le nuove voci a emergere. Abbiamo sempre la stessa vision: diffondere cultura e talento.

Sostieni il progetto e diventa un* Sevener!


Post Views: 392
Tags: Basta un caffè per essere felici, Chiara Menardo, Garzanti, giappone, letteratura giapponese, romanzo, Toshikazu Kawaguchi

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