“Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa. La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza. La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un Paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi civile. Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali. La Convenzione di Istanbul insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità. Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. Ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo”

Manifesto delle giornaliste e giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione. Contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini - Venezia, 25 novembre 2017

Rosso relativo

Il caso: due figlie, un padre, e come metodo educativo, per riprendere le piccole mancanze in ambito familiare, calci, pugni, pratiche umilianti come il taglio dei capelli, fino ad arrivare alla segregazione nelle roulotte, cibate a pane e acqua, per impedire alle ragazze la frequentazione di quei fidanzati che autonomamente si erano scelte a dispetto del volere del genitore che già aveva aperto trattative economiche per cederle in spose a due cugini. Dodicimila euro il prezzo a cartellino, come se fosse una compravendita di bestiame: una coppia di cavalli o di buoi. Dodicimila euro il valore di un patto scellerato, di una mercificazione di persone ridotte a oggetti. Dodicimila euro il passaggio da una attuale schiavitù gestita dal padre-padrone alla nuova schiavitù gestita dal marito-padrone. Dodicimila euro, conditi di botte, il prezzo delle catene sopportate, mai allentate, a far da strascico al vestito da sposa verso quel matrimonio indotto e costretto.

Succede a Pisa e la notizia comincia a circolare nei Tg a inizio settimana riportando la conclusione di una situazione quanto mai avvilente e degradante: applicazione del Codice Rosso e arresto dell’uomo. L’applicazione del Codice Rosso con i suoi provvedimenti è diventata, dunque, realtà e non solo contentino per tutti quelli che auspicavano una legge più protettiva a favore delle donne vittime di maltrattamenti e di violenza sotto qualsiasi forma.

Il Codice Rosso indica tutta una serie di provvedimenti, stilati in ventun articoli, che vanno a costituire la Legge 19 luglio 2019, n.69 che recita “Modifiche al Codice Penale, al Codice di Procedura Penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”. Trascritta sulla Gazzetta Ufficiale n.173 del 25 luglio 2019, la legge è vigente dal 9 agosto 2019.

Codice Rosso ha il carattere dell’urgenza e della tempestività, costituisce una corsia preferenziale per le denunce nei casi di violenza domestica o di genere garantendo priorità di intervento e di successiva tutela. Consente, in caso di ricovero al Pronto Soccorso, di essere affidate immediatamente, senza attesa, alle cure dei sanitari, di velocizzare le indagini per evitare che reati come i maltrattamenti, la violenza sessuale, lo stalking si reiterino nel tempo con conseguenze più devastanti. Prevede, in generale, un forte inasprimento delle pene carcerarie, e ancor più in presenza o a danno di persona minore, donna in stato di gravidanza o di disabilità. Obbliga l’uomo all’utilizzo del braccialetto elettronico in caso di ordine di allontanamento e di divieto di avvicinamento insieme all’obbligo di dimora in un altro comune e di sorveglianza speciale.

La legge introduce anche nuove voci all’elenco “reati” come il reato di sfregio per chi deturpa il viso a una donna, il reato di costrizione o induzione al matrimonio approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona o per precetti religiosi, e il reato di revenge porn che punisce chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda foto o video privati a contenuto sessualmente esplicito  senza il consenso delle persone rappresentate a scopo di vendetta o di rivalsa personale.

“Oggi il Codice Rosso è legge dello Stato. Uno strumento pensato per aiutare le tante donne che quotidianamente sono minacciate, perseguitate, stalkerizzate, sottoposte a violenze fisiche o psicologiche da ex compagni o mariti, talvolta semplicemente da conoscenti. […] I dati parlano di una vittima ogni 72 ore e ci restituiscono l’immagine di un Paese nel quale, evidentemente, il problema della violenza contro le donne è prima di tutto culturale. Ed è lì che bisogna intervenire, a fondo e con convinzione, per cambiare davvero le cose” , le parole di Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri.

E qui ci fermiamo. Ci fermiamo su “un Paese nel quale, evidentemente, il problema della violenza contro le donne è prima di tutto culturale”. Restringiamo ancora su “evidentemente culturale”.

L’evidentemente culturale rappresenta tutto un insieme di pensieri ben radicati principalmente chiusi nel bozzolo asfittico ed arcaico del concetto uomo-cacciatore e donna-preda e nella convinzione che si possa associare la parola “amore”, o “troppo amore”, ad atti di violenza che trovano radici in un no o in una storia finita o quando si chiama in causa addirittura “l’amore assoluto” fondato sul finché morte non ci separi. E, ancora, quando si vuol far passare un violento per un “ossessionato” e si cerca ad ogni costo una attenuante nella passione incontrollabile invocando la scorciatoia di una perizia psichiatrica per trasformare il delinquente più meschino in un individuo malato, da compatire e curare, e per il quale è inevitabile chiedere uno sconto di pena. È evidentemente culturale quando, in definiva, prima ancora del carnefice si vuole colpevolizzare la vittima cercando l’istigazione in un certo tipo di abbigliamento ritenuto più sconveniente rispetto ad un altro, quando le si chiede perché era lì, a quell’ora e magari da sola, quando le si nega la libertà di azione scambiandola per provocazione voluta e studiata; quando si vuole a tutti i costi minimizzare e si incalza nel tentativo di insinuare dubbi sulla veridicità dei fatti.

È evidentemente culturale ogni volta che ci si approccia alle donne vittime di violenza o maltrattamenti con atteggiamento ambiguo, scorretto, irrispettoso; quando si fa programmazione televisiva massiccia su cronache di violenza tenendo in scarsa considerazione i contenuti particolarmente sensibili, trattati quasi a livello del gossip più informale. È evidentemente culturale quando nelle storie di violenza e maltrattamento non si entra in punta di piedi ma irresponsabilmente e si propone volutamente, come una beffa, una rappresentazione distorta che tende a sottostimare se non proprio completamente a negare il vissuto e si arriva addirittura a ritenere una donna vittima persino “fortunata” perché tutto sommato è ancora viva e vegeta per poterlo raccontare e, magari, vivendo anche sotto scorta, cosa mai dovrà temere ancora, cosa mai potrà succederle vivendo così protetta. Probabilmente non succederà nulla se non che le è cambiata totalmente la vita diventata una non-vita mentre si sta cercando di ridimensionare la portata del suo dramma banalizzando le sue paure attuali e future.

È evidentemente culturale quando si va avanti imperterriti per stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni, quando planiamo e affondiamo sullo strato esile della superficialità, quando non si utilizzano i termini più idonei perché non riconosciamo quelle prerogative di dominio, di violazione dei corpi, di negazione dei diritti in cui certi uomini mai cresciuti sono infallibilmente esperti e quando si abolisce il senso della parola e dell’atto “femminicidio”.

Quando davanti a violenza e maltrattamento si riduce il problema con la faciloneria dell’essersela “andata a cercare”, quando non si dimostra empatia, quando si banalizza sornioni chiedendosi tra sé “chissà come saranno andate veramente le cose”, la storia non è più una storia di donne che riguarda le donne quanto una storia che dovrebbe riguardare in maniera assoluta gli uomini e la loro coscienza.

Ben venga il Codice Rosso ma, fino a quando non si compirà questo passaggio, rimarremo al palo dell’evidentemente culturale.

 

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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