Sollievo tossico

Ispirato al romanzo Fuoco al cielo, Viola Di Grado, 2019

 

sbarre alle scuri

se il vento monta il fiume-

sollievo tossico


Il Commento:

Dietro le quinte di questo romanzo spietato fermenta l’incubo di tre catastrofi nucleari che negli anni ’50-’60 del secolo scorso hanno contaminato una vasta area della Russia, ai confini con la Siberia e a quasi millecinquecento km a est di Mosca.

Dal 1949 al 1952 la centrale nucleare di Mayak riversò tutti i rifiuti radioattivi nel fiume Techa. Nel 1957, il mal funzionamento del sistema di raffreddamento causò l’esplosione di un serbatoio di rifiuti radioattivi liquidi. Infine, nel 1967, un tornado colpì la zona, sollevando la polvere radioattiva dalle sponde del lago di Karachay.

La storia si svolge a Musljumovo, “nel villaggio maledetto, il villaggio chiuso, uno dei ventiquattro rimasti”, ai margini della “città segreta”, sorta negli anni 40 senza neanche un nome né un’indicazione sulle mappe, sino a qualche decennio fa.  Lì si creava plutonio per la fabbricazione di bombe nucleari, riproducendo quanto già era stato fatto ad Hanford nei pressi di Richland, negli Stati Uniti.

Ciò che si narra, in realtà, è una storia d’amore, che sembra infettata dal luogo in cui si è immersa, e si avverte, lungo tutto il romanzo, un persistente rumore di fondo, che a volte si acuisce, a volte si placa, si normalizza, ma è sempre presente, e scava come un rantolo. “…il fiume aveva fatto ammalare anche i sogni”.

Forse Viola Di Grado, classe 1987 e autrice di altri tre romanzi plurupremiati e plurutradotti (Settanta Acrilico Trenta Lana, Cuore Cavo, Bambini di ferro), oltre a raccontarci una storia vera e poco nota, vuol   dirci semplicemente che l’amore può nascere dovunque, dove meno ce l’aspettiamo, e invece di essere infettato e distrutto dal degrado dell’ambiente circostante, viene in soccorso dell’anima, la disinfetta, apre uno spiraglio alla vita attraverso la sofferenza.

L’autrice vuol dirci anche, però, che pur essendo perfettamente consci delle cose che accadono sotto i nostri occhi e degli atroci rischi che corriamo (collasso ecologico, riscaldamento globale, cambiamenti climatici, nichilismo, dittatura digitale, discriminazione sociale ed etnica, etc.), preferiamo richiuderli e comportarci come se nulla fosse, per pigrizia o per paura di perdere anche quel poco che ci illudiamo di possedere. “C’entriamo tutti. Io, tu, tutti. Ogni persona che non si ribella per fare in modo che tutto questo finisca”.

Qualche accorgimento superfluo mette a tacere il tormento che ci logora, come un analgesico che fa scomparire solo i sintomi del male, per un tempo limitato. Così, pascoliamo mansueti sul prato della morte. Come alberi inchiodati alla terra.



Diego Bello

Diego Bello

Nato a Brindisi nel 1960, appassionato di poesia, nel 1996 pubblica la sua prima raccolta, con il titolo Necessita volare.

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