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DiarioXY . LUSSURIA

La versione di Emilia

In 15 Maggio 2021 da Redazione Seven Blog
di Chiara Menardo

EMILIA
Sarà, ma in fondo, da che mondo e mondo
Un tale torto è sempre stato fatto;
e se in compenso ne ricevi il mondo,
è un torto fatto nel mondo che è tuo
e si farebbe presto a raddrizzarlo.

DESDEMONA
Una moglie così non credo esista

EMILIA
Oh, una dozzina almeno; e tante in più
Da riempirlo tutto quanto il mondo
Che avevan messo come posta al gioco.
Ma credo che sia colpa dei mariti
Se le mogli s’inducon in peccato:
o perché allentino i lor doveri
e vadano a versare in altri grembi
i tesori che son a noi dovuti,
o che altrimenti si lascino andare
da capricciose e insulse gelosie,
imponendoci mille restrizioni;
o addirittura perché son maneschi,
o perché, solamente per dispetto,
ci riducano i soldi per la spesa.
Ebbene, il fiele l’abbiamo anche noi,
e, se pur possediamo qualche grazia,
sappiamo bene far come vendetta.
E sappiano i mariti
Che le mogli han gli stessi loro sensi,
come lor hanno occhi per vedere,
naso per odorare, ed un palato
per distinguere il dolce dall’amaro.
Perché vanno essi in cerca di un’altra donna?
È per semplice svago? Posso crederlo.
È qualcosa che nasce dagli affetti?
Sono disposta a credere anche questo.
È la fragilità della natura
A farli errar così? Sarà anche questo.
Ma non abbiamo noi gli stessi impulsi,
lo stesso desiderio di svagarci,
la stessa umana lor fragilità?
Che ci trattino come si conviene,
o sappiano, se no, che sono loro ad insegnarci le lor stesse colpe.

(William Shakespeare, Otello, Atto 4, scena 3)

Deh, che cosa me ne veniva, a essere scostante?

Che forse le donne non devono esser buone e remissive? Docili mogli, agnelli candidi dagli occhi grandi, pronte a soddisfare i lor mariti dentro e fuori dai letti, così come gli aggrada?

Cosa me ne viene, a raccontar le cose come sono? Perché, per quanto è vero il cielo, avrei dovuto starmene zitta lì, in un angolo, a osservare e basta il mondo, e come gira?

Me lo diedero in sposo, e io obbedii. Che altro potevo fare, se non dire di sì? Mi parlano d’Amore, così dolce e bello, di quello squassamento che invade il cuore e i sensi. Bello dev’essere, certo, sì, davvero.

Che nei libri se ne legge a iosa, ma solo lì esso appare. Almeno, a me.

Mi son trovata in sposa a una moneta con due facce. Una scintillante, d’oro; l’altra sporca di ruggine e di fango, incrostata come il cuore di quell’uomo.

Mi ha incantata per un po’, confesso. Con parole e con ragionamenti, doni e carezze mi ha blandita. Poi si è scoperto, tovaglia di broccato posata su assi marce.

E io, allora, cosa potevo fare d’altro, se non accondiscendere a tutte le sue beghe e alle trame ch’egli ordiva, nascosto come un sorcio in un anfratto?

Che di esser battuta non ho voglia. Allora ho finto d’esser cieca, muta e sorda.

L’amore? Oh, sì, l’ho conosciuto per un po’, stolta illusione. Sogni ne ho fatti tanti, ciascuno d’essi esploso come una bolla di sapone. E ho provato anche ad amarlo senza sogni né progetti, vivendo in una lunga notte senza luna.

Non è durata, non poteva. L’amor non vive quando non c’è un sogno. Soffoca e muore come una radice troppo a lungo lasciata senza l’acqua.

Dunque, imprigionata in questa galera, cosa potevo fare se non diventar dura come pietra? Un sasso, ciottolo, roccia solitaria, che osserva e valuta il da farsi. Se conviene, sia, altrimenti…

Lasciamo perdere, Signori, non è cosa. Io obbedisco e guardo, e non mi schiero. L’ultima volta che l’ho fatto, sono finita con un coltello in pancia, uccisa da lui, da quello sposo che avea giurato di proteggermi e onorarmi. Morte ci ha finalmente separati, per mano sua, una liberazione.

Ingiusto era stato, infimo e infingardo, e quello ho combattuto quando alla fine ho visto ciò che aveva fatto.

Una serpe come sposo doveva toccare in sorte, a me, povera Emilia.

Cosa avrò fatto mai di male ancor non ho capito. Forse mai lo saprò. Che io son qui in un luogo che non è, e non l’ho visto. Né lui, né il Moro, e neppure la soave dama che ho tentato di proteggere in qualche modo, troppo tardi, troppo poco.

Piccola, dolce illusa, lei che si è messa contro il mondo e il padre suo, ed è finita con due mani strette al collo, a giacere sulle lenzuola più preziose, avvolta da un velo di capelli e di onestà. Povera, piccola Signora, che ha creduto bastassero Amore ed innocenza per essere felice. Stolta e ingenua, lei che è morta solo qualche istante prima ch’io lasciassi quella vita.

Eppure, io sapevo che noi donne dovremmo essere altrimenti. Non più agnelli ma leoni, e dominare il tempo ed i favori, le nostre case e gli uomini, che da loro stessi non son buoni ad altro che a far le guerre e tener conto della misura di ciò che portano dentro i pantaloni.

Stupida sono stata, troppo stupida.

Dopo aver detto il vero, avrei dovuto uscire dalla stanza, urlare al fuoco e far accorrere Cipro tutta, a testimone di quanto stolido fosse l’uomo mio, la mezza tacca.

Invece niente, non l’ho fatto, non ero pronta di riflessi. Un altro inganno ha teso, l’ultimo, quello più importante. Con la sua mano, quella che un tempo mi aveva accarezzata, con quella stessa mano egli si è armato, penetrandomi le carni col pugnale. Come un assassino qualunque, prezzolato. Come il codardo che era, un senza Dio. Senza valore alcuno, bucato come un secchio arrugginito e inutile.

Era il marito mio, e lui mi ha uccisa.

Non una lacrima, né di pentimento un segno. Nulla provava quel cuore arido, deserto, morto e putrido che si trovava in petto. E io l’ho sposato, pronunciando voti di onestà e obbedienza. E gli ho creduto, sperando fino all’ultimo che così non fosse, che ci fosse qualcosa, un briciolo di anima nel buio che si portava dentro.

Vaneggio? Forse. Tanto che importa, ormai non sono più, io sono morta.

In transito in questo luogo buio e tiepido, io credo. O forse no, son destinata a rimanere qui, fluttuante e sola, così come sola sono stata, in fondo, in vita.
Mi manca la Signora, il cielo e il mare. Del resto, dopotutto, non mi importa. Ormai è fatta, non c’è più rimedio.

Ma se date retta a me, se mi sentite, lasciate stare. Dimenticate amore e le altre fole, buttatele in un pozzo, seppellitele in giardino. O bruciatele stando attente ad aver carbonizzato fino all’ultimo brandello di quei sogni e vezzi che vi ficcano in testa fin da bimbe. Che non è cosa, non esiste, è solo un’onda destinata ad infrangersi contro le rocce dure degli scogli, e poi nulla rimane, se non un fazzoletto ricamato che cade per caso in un cortile. Un gesto in apparenza frivolo, una risposta alla domanda del marito ed ecco qui cosa è successo: che io non sono più. Dunque, ascoltate, donne, lasciate stare. Fidatevi di Emilia, che di questi affari è esperta. Troppo.


Post Views: 164
Tags: Chiara Menardo, dramma, Emilia, Iago, Otello, racconto, teatro, william shakespeare

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