Giuditta rimase sola nella tenda e Oloferne era sprofondato nel suo letto, annegato nel vino. Giuditta aveva detto alla sua ancella di stare fuori della camera e di attendere la sua uscita secondo la sua abitudine giornaliera; aveva detto, infatti, che sarebbe uscita per la preghiera; anche a Bagoa aveva parlato in questi termini. Tutti si erano allontanati dalla loro presenza e nessuno, né grande né piccolo, era rimasto nella camera.

La Bibbia - Giuditta -13

La luna di Judith

Bagoa esita a chiuderci dentro.

Bagoa, quel verme schifoso, ha il viso contratto e gli occhi fermi in un punto.

La scimitarra sulla panca, in mezzo al mucchio di vestiti.

Poi mi incrocia con lo sguardo, come se avesse capito.

Coraggio Giuditta! Il respiro è affannato, il cuore un tamburo.

Finalmente Bagoa chiude la porta. Si allontana. Sento i suoi passi echeggiare sulla pietra. Poi si arresta. Tendo l’orecchio.

Il fruscio di una voce.

La mia ancella saluta l’eunuco prima di coricarsi. Nessuna risposta dal servo.

È silenzio adesso.

Da una piccola fessura la luna appare e scompare: le danza intorno una nuvola, nera.

La tenda è illuminata appena da una candela.

Siamo soli, finalmente. Io e Oloferne.

Quel corpo, nudo e sudato, colmo di vino come un otre, arranca nella penombra. Biascica con la bocca bavosa che contrae ad ogni parola. Mi invoca trascinandosi carponi sopra pellicce. Sento la sua mano, unta e calda, arrivare alla mia gamba. Afferra il sandalo, scioglie il laccio. Lo lascio fare mentre, strusciando la coscia contro il suo fianco, mi siedo a terra. Gli sono accanto. Trattengo il respiro. Oloferne puzza. Puzza di sudore e sidro. E il suo fiato ristagna nell’aria mentre mi chiama. Giuditta! Digrigno i denti, e stringo le dita in un pugno fino a conficcarmi le unghie nella carne. Poi gli sorrido e allungo il braccio per afferrare un fico nella cesta. Lo tengo in un palmo, quel frutto, e lo spremo. Guarda Oloferne, la polpa cade sulla tua caviglia!”.  Mi inchino per succhiarne il succo. Geme, il maiale. La pelle gli si accappona. Sento le sue dita posarsi sui miei capelli. Mi rialzo trattenendo nausea e vomito, e gli sorrido, di nuovo. Oloferne si avvicina, e mi sfiora.

La sua barba increspata e folta.

Trattengo un ghigno. Accarezzo anch’io i suoi capelli con la mano sporca di fico. Sfrego le dita addosso a quei ricci oleosi. Sfrego forte, sempre più forte.

Ride il generale, dai canini spaccati, dalle guance gonfie e arrossate, dal naso lucido e butterato. Dondola con la testa, il generale. Ricaccia indietro gli occhi. Quasi non si tiene più in equilibrio. “Oloferne, vieni!”. Monto sul letto. Lì, in piedi, mi sfilo l’altro sandalo, lascio scivolare la veste.  Lui si trascina lento e goffo ancorandosi a un lembo di coperta che penzola.

Danzo lasciando ondeggiare nell’aria i seni e il ventre. Sento uno strano tepore che sa di maligno e divino nello stomaco. Indietreggio col collo, scuoto i capelli, fremo tutta.

Oloferne, rosso in viso, gronda e annaspa. Lo sforzo è immenso per quell’animo rammollito dall’alcol: si solleva, e arriva a sdraiarsi sul materasso. Socchiude le palpebre e mi invoca ancora. Giuditta! Alza il capo, grugnisce, e poi, di nuovo, lo fa ricadere. Si abbandona, finalmente, di sbieco sulle lenzuola.

La testa è sul bordo del letto. Smuovo con la pianta del piede la sua schiena pelosa. Il corpo dondola al mio tocco, non un solo muscolo è teso, dalla gola dei rantolii.

Ora, Giuditta! Scendo dal letto, mi avvicino alla panca, impugno la scimitarra.

Lo sento muggire nel sonno. Il calore del suo fiato si mescola all’umidità notturna.

Le tempie mi battono, il fegato scoppia.

Adesso! Con la sinistra afferro per i capelli la testa. Nella destra tengo l’arma.

L’ombra della lama ricurva proiettata sulla parete.

Colpisci!

Un colpo e uno schizzo di sangue, la pelle tagliata, il collo ancora attaccato. Un rigurgito di sangue dalla bocca.

Colpisci, di nuovo!  La lama spacca l’osso. Il sangue fiotta e nella mano mi rimane la testa.

Lascio cadere la scimitarra sulla pelliccia.

Rumore ovattato.

Rido e giro su me stessa con il trofeo in mano. Il sangue continua a sgorgare ed io a girare. Gira, Giuditta! Odore di ferro, e freddo. Sangue denso. Umidità. Testa recisa. Ridi, Giuditta! Scimitarra. Panca. Vesti. Laccio. Testa. Morte. Luna. Nera. Ridi più forte!

È silenzio adesso.

Da una piccola fessura la luna appare e scompare: le danza intorno una nuvola, nera.

La tenda è illuminata appena da una candela.

E qualcuno, lì fuori, sta per aprire la porta.

L’opera è di Gustav Klimt, Judith II, olio su tela 178×46, 1909. Galleria internazionale d’arte moderna, Venezia

 

 

 

Manuela Capotombolo

Manuela Capotombolo

I personaggi che inventa sono essenziali come le tasche di certi pantaloni. In fin dei conti è solo una mamma che scarabocchia.

2 commenti

  • Giovanni Odino
    Giovanni Odino
    26 Novembre 2019 a 12:09

    Una rivisitazione che ti trascina come spettatore in quella esecuzione. Manuela mantiene alta la sua penna.

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