Passeggiata (come a ferragosto)

quella conchiglia seccata sopra l’asfalto la sera
durante le prime finestre aperte di maggio
noi la chiamiamo città
il nero dopo cena è un ritrarsi del mare
ciò che ha lasciato quando esco
lo vedo e non so capire quanto sia o non sia
i sacchetti di plastica fuori il giovedì
o la luce delle tv dei condomini che cambia per restare
come fosse una danza e alle pareti non importa
chi parla è nessuno
le vie sbraitano di ubriachi e di fattoni contenti
fissano la luna elettrica pop dentro i distributori automatici
i barboni fanno sentire tutto il loro silenzio
nei triangoli segati dalle cornici delle vetrine
poi capita il rintocco di qualcosa gettato nel vetro
che dall’incrocio pare una campana in festa

come distinguo presenza e assenza
se i bambini delle famiglie magrebine
giocano in piazza Falcone Borsellino
e per alcuni non esistono o esistono troppo
certe cose hanno l’aria di non stare fino in fondo
vicino al cancello del parco
c’è una bicicletta grigio ruggine senza una ruota
non so se ha la libertà di essere di qualcuno.
Faccio per chiudere le persiane. Un’auto con la freccia
genera sul marciapiede una ragazza di vent’anni
che pigia sul distributore della farmacia
un affair di due minuti anche mio
poi una serie n di concetti
nero niente notte non

Francesco Balasso

Francesco Balasso

Spreme la lirica, sparge parole a coriandoli, amalgama le ombre del salotto, taglia l’aria alla julienne, aggiunge amori invisibili q.b.

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