Manca poco alla seconda stagione: le riprese cominceranno ad aprile e, nonostante le polemiche e i simpatici meme del pubblico francese, pare che il prodotto seriale di Darren Star non sia affatto stato un flop.
La metropoli, la donna, il lavoro cerebrale (o meglio, il lavoro figo), la moda: siamo abituati a questi temi, centralissimi nella narrazione dello sceneggiatore di Sex & The City.
In Emily in Paris, serie tv lanciata su Netflix il 2 ottobre scorso, la città è la Ville Lumière, ça va sans dire. Ma come può un’americana che non parla una sola parola di francese approdare da Chigaco a Parigi senza aver programmato nulla, farsi apprezzare da colleghi diffidenti e divenire Social Media Manager di successo?
Può, se il sogno francese è una sorta di surrogato di quello americano, se la capitale europea è vista con gli occhi d’oltreoceano. Le rues e le avenues diventano pulite, i cafés ordinati e pittoreschi, le opportunità sono tutte dietro l’angolo. Persino l’amore.
Emily in Paris è un sentimental drama leggero, che non presenta forti elementi da analizzare in termini di doti artistiche e narrative, pur essendo candidata ai Golden Globes 2021. Ma è il suo paratesto che ci ha fornito la scusa per parlarne. E il paratesto, si sa, è tutto quel materiale di contorno che risulta difficile da prevedere nel dettaglio. Può essere veicolato – ce lo insegna anche Emily (Lily Collins) con il suo lavoro sui Social media, in fondo – ma mai precisamente contemplato nei risultati finali.
Darren Star deve aver ben saputo che i cliché della baguette e dei cappellini basco con pompon fossero i segni di una Parigi solo sognata e non reale. E che il conflitto tra un’americana e il popolo francese potesse essere qualcosa di semplice, e semplicistico, da mettere in scena, utilizzando bellissime forme volgari come la plouc (ché tanto, come dico sempre, se non è la mia lingua, mica è una parolaccia, no?). Eppure, chissà se ha previsto lo scatenamento dell’ironia dei francesi, e soprattutto dei parigini. Á propos, mes chers, credevate che i parigini sapessero solo sbuffare e soffiare sulle u? Questa è la prova che siete anche voi vittime di un cliché imposto.
Da la plouc, Emily diventa una manager stimata dallo staff, mantenendo una certa ingenuità giovanile, che a me pare avere una doppia valenza: la freschezza, l’allegria e la positività di Emily, così come i suoi 20 anni, i sogni, la capacità di adattamento e di risolvere i conflitti con un sorriso, sono lo specchio di un’America che nel nostro immaginario è il contrario del vecchio continente. Chicago e Parigi: l’eterno nuovo e la vecchia dama, l’orizzonte di possibilità e di futuro e la panchina di sasso su cui sedersi e riposare. E anche questo aspetto è emerso agli occhi dei parigini, cui non è passato inosservato il tentativo di trasformare una vecchia città problematica e stanca in un set in stile Hollywood.
Manco a dirlo, Emily è stata commentata, nella realtà, proprio sui Social media che lei, nella finzione, usa per avere successo e diventare parte integrante della città romantica per antonomasia. Provo sempre un certo godimento quando la fiction e il reale si mescolano e si alimentano l’un l’altra.
Con Parigi nel cuore, e con la voglia matta di tornare a sedermi a un Café a osservare una città tremendamente imperfetta e meravigliosa per quello, ho guardato con piacere la prima stagione e attendo con curiosità la seconda. La piccola plouc è una donna idealizzata, e la grande Parigi è una dea dalle mille magie. Ma perché averne paura? In un momento di immobilità, le avventure di Emily sono un sogno che non fa male provare chiudendo gli occhi.
O, come direbbe la Comtesse: bevendo Champagne, mes amis.
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