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CattiviConsigli . IRA

Felix sta scrivendo…

In 20 Marzo 2020 da Redazione Seven Blog
di Gianluca Papadia

Non so bene quando tutto questo abbia avuto inizio, ma purtroppo devo ammettere che negli ultimi mesi ho sviluppato un’altra mania: devo essere sempre il primo a rispondere a qualsiasi tipo di messaggio mi arrivi su WhatsApp.

In piena emergenza da #Covid-19 che ci obbliga a stare chiusi in casa, passo l’intera giornata a scrivere su quell’App infernale. Per velocizzare i tempi di reazione ho attivato anche la versione Web e mentre con la destra scrivo sulla tastiera del PC, con la sinistra rispondo dallo smartphone.

Qualche giorno fa, ne ho parlato con il mio medico curante – l’avevo chiamato per sapere se uno dei sintomi del Corona Virus è questa fame chimica che mi assale a qualsiasi ora del giorno e della notte – e lui mi ha consigliato di rivolgermi a uno specialista. Mi ha prescritto una visita psicologica e con quella ho un valido motivo per uscire da casa nonostante il divieto imposto dal governo.

Così, stamattina sono nella sala d’attesa di una psicologa specializzata in dipendenza dai social. Dopo due ore di anticamera (un giorno scriverò un libro sulle lunghe e incomprensibili attese negli studi medici privati di Napoli), la segretaria, vestita come un chirurgo pronto in sala operatoria, tenendosi a distanza di sicurezza, mi comunica che tocca a me. Prima di entrare, si accertata che io spenga il mio cellulare. Non lo faccio mai, nemmeno di notte e devo reprimere il forte desiderio di tornarmene a casa. Ancora scosso, entro in quello studio enorme e la prima cosa che mi salta all’occhio è che sulla sua scrivania ci sono due cellulari, uno bianco (Iphone) e uno nero (Samsung).

Appena mi siedo sulla sedia di fronte alla psicologa – vestita come un’infermiera che deve assistere un chirurgo in sala operatoria – quello nero inizia a vibrare.

«Scusi, un secondo solo» mi dice da dietro la sua mascherina FFP3 nuova di zecca, mentre già ha iniziato a scrivere un messaggio sul cellulare nero, «ho mia figlia da sola a casa con la tosse».

Mettere in mezzo i figli è la scusa che uso spesso pure io. Funziona sempre.

Appena la dottoressa appoggia il cellulare nero sulla scrivania, l’altro, quello bianco, inizia a vibrare.

Lei assume immediatamente un’espressione supplichevole, si vede che l’ha studiata a tavolino, nemmeno io, dopo ore e ore di prove davanti allo specchio, riesco a interpretare la parte del bambino indifeso in maniera così impeccabile. Devo approfondire lo studio psicologico del personaggio.

«È quello che uso per lavoro. C’è un paziente come lei che ha bisogno di me» dice, ponendo l’accento sulle parole “come” e “lei”. Intanto ha già iniziato a scrivere sul suo Iphone.

Il motivo di lavoro è un’altra scusa molto valida. Per farla funzionare bene però, è meglio specificare che tipo di lavoro fai. In questo caso la dottoressa non ha bisogno di aggiungere questo dettaglio. So benissimo che lavoro fa. Lei non ha bisogno di mentire come me. “Sono un dottore” è la bugia che uso quando sono a teatro, a cinema, in aereo o in qualsiasi altro posto in cui, l’uso del telefonino è fortemente vietato.

Il paziente “come me”, che evidentemente ha tante cose da dire, ribatte con fermezza a ogni messaggio che la dottoressa gli scrive con una velocità di dita che ho visto solo negli adolescenti. Adesso capisco perché ho aspettato due ore prima di essere ricevuto.

Vedere quelle dita che si muovono così velocemente sulla tastiera mi provoca un senso di vertigine. Sudo freddo, ripensando al mio cellulare spento nella tasca interna del giubbotto.

Al terzo messaggio inviato dalla persona che dovrebbe curare la mia paranoia, non resisto, accendo il mio telefono e controllo tutte le chat di gruppo. Per fortuna, nessuno ha ancora risposto a una ventina di catene di Sant’Antonio che si sono propagate nei miei 357 gruppi WhatsApp. Mentre la dottoressa mi guarda allibita, rispondo “fake” in una decina di chat di gruppo, dove è apparsa la notizia che il virus resiste sull’asfalto per circa nove giorni. Smentire le notizie false che girano su questi gruppi, mi manda in estasi. Contrastare tutti i virologi della domenica che da quando è stata dichiarata la pandemia non fanno altro che creare inutili allarmismi mi appaga più del sesso.

«Ha finito?» mi chiede la psicologa. «La mia collaboratrice non le ha detto che qui dentro è severamente vietato l’uso del cellulare?».

«Ha iniziato lei» rispondo senza togliere gli occhi dal mio smartphone. Devo rispondere prima di tutti nella chat “Terza C”. La chat delle mamme della classe di mio figlio, è quella che mi da più da fare, tante mamme sono a casa senza fare nulla e al primo messaggio, si scatena l’inferno. Con l’emergenza sanitaria in atto, tenere il loro ritmo è diventato impossibile. C’è sempre qualcuna che ha saputo una notizia direttamente dal Sindaco, dal Governatore della Regione, dal capo della Protezione Civile, dal Presidente dell’Istituto Superiore della Sanità o addirittura da Giuseppe Conte in persona, che prima di diramare un nuovo decreto, si prenderebbe la briga di avvisare una sua carissima amica che non vede dai tempi delle elementari.

“Peppino stasera chiude tutto”, “L’esercito è schierato in Via Toledo”, “Venticinque portaerei americane sono di fronte casa mia”, “Un cecchino su ogni palazzo di Via Caracciolo”, “Mio cugino il virus l’ha preso già sedici volte e sta benone”, “Trump l’ha creato con il piccolo chimico”, “I cinesi hanno abbandonato l’Italia con un’astronave aliena”, “Da stanotte potranno circolare solo gli iscritti al Partito Monarchico  Popolare”, “So di certo che a Wuhan i parrucchieri non li hanno chiusi”, “L’ha diffuso l’INPS, diffondete!!!”, “Si cura con la pizza fritta cicoli e ricotta, ma va ingerita bollente” ,“Qualcuno sa quanto costano le penne lisce?” sono alcuni dei messaggi inquietanti che, a tutte le ore, riempiono la chat delle mamme del liceo. La cosa triste è che basterebbe farsi un giro su internet per verificare la notizia prima di spararla su tutti i gruppi WhatsApp.

In quella chat c’è una mamma in particolare che riesce sempre a battermi, non ho ancora capito di chi si tratti ma per colpa sua, passo le ore intere a controllare Felix, questo è il nickname che compare vicino al suo numero. Sarà una di quelle casalinghe depresse che non ha nulla di meglio da fare che perdere il tempo su WhatsApp.

«Devo chiederle di spegnere immediatamente il telefono» mi dice la dottoressa sempre impegnata a smanettare sul suo cellulare bianco.

«Guardi, rispondo solo a un messaggio importante e sono da lei» dico ma non faccio in tempo a finire la frase che nella chat “Terza C” arriva un messaggio e contemporaneamente compare la scritta “Felix sta scrivendo…”.

La segretaria, che evidentemente è entrata nella stanza senza farsi sentire, venendo meno ai decreti in vigore, mi strappa letteralmente il cellulare dalle mani. Credo che la dottoressa l’abbia allertata premendo un tasto sotto la scrivania. Afferro per i capelli l’infame e riesco a riprendermi il cellulare prima che lei riesca a spegnerlo. Leggo la notizia sulla chat “Terza A”. Parla di Cristiano Ronaldo che avrebbe ceduto i suoi alberghi alla sanità portoghese. È una notizia vecchia che il calciatore ha già smentito e, vista la situazione in cui mi trovo, decido di intervenire a piedi uniti con un messaggio vocale. Odio chi usa questo tipo di messaggio ma in questo caso, è una questione di vita o di morte.

«CR7 ha smentito. È tutto falso» riesco a dire prima che la scarica elettrica mi colpisca alla schiena. Cado a terra sotto il colpo del Taser e non riesco più a muovere le gambe. Il mio cellulare è caduto davanti alla mia faccia. Il display si è rotto nella caduta ma attraverso le crepe riesco a leggere la risposta di Felix arrivata dopo il mio vocale. “Un campione fuori e dentro il campo” ha scritto la mia acerrima nemica che questa volta sono riuscita a battere sul tempo.

«CR7 ha smentito. È tutto falso» risento la mia voce provenire da lontano, penso che sia rimasta nella mia testa per colpa dello choc ma poi capisco che viene dal cellulare della psicologa.

Vorrei alzarmi e prenderla a schiaffi ma non riesco a muovermi. La segretaria, vedendo che mi dimeno come un pazzo, mi piazza un’altra scarica dietro al collo. Un gatto nero, si avvicina alla mia faccia, è entrato dalla porta che la bastarda ha lasciato aperta. Credo per un attimo che sia il frutto di un’allucinazione ma poi leggo la targhetta che il gatto porta appesa al collo. La scritta “Felix” è l’ultima cosa che vedo prima di perdere i sensi.


(ADV)

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Post Views: 323
Tags: corona virus, coronavirus, covid-19, CR7, Gianluca Papadia, napoli, WhatsApp

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