La mareggiata in un barattolo

NICHILISMO CONTEMPORANEO, INTIMISMO CORALE.

Esiste una realtà al di fuori del romanzo? Un prolungamento della vita, un’eterotopia in cui i personaggi continuano a respirare, a pensare, a soffrire, ad agire? In cui espletano tutte le funzioni di un normale essere umano, e le trasmettono, in qualche modo, all’esterno?

 

 

Se questo esiste, idealmente, nel lettore che sfoglia le pagine, che entra in una soggettiva e muove tutta una serie di regole e di valori, può esistere anche nel romanzo stesso, ancora prima che venga letto?

È la domanda che ci si pone con La mareggiata in un barattolo, romanzo della scrittrice esordiente – e nostra redattrice – Chiara Menardo, edito da Harper Collins Italia per la collana eLit, 2019.

Mesi sospesi in una qualche realtà che travalica la fisicità del tempo. Quest’ultimo è, al contrario, rappresentato da lancette ben funzionanti; e ti pare di sentire il loro tic tac, mentre leggi il ritmo ossessivo deciso dai personaggi. Tutti loro, in coro, si ritrovano a mischiare i pensieri un certo sabato, un certo 3 agosto, a una certa ora – le 17:00 – ma è qualcosa che ancora deve avvenire, che è al di fuori del romanzo, che è una pagina appendice, come i ringraziamenti, o una bibliografia, o le citazioni, per esempio. È il loro ultimo saluto al lettore: ti regaliamo anche questa, amico, leggi ancora un po’, non ce ne andiamo, continuiamo a vivere qui dentro. Ma mica per te: per noi stessi lo facciamo.

I fatti erano già stati raccontati da tutti loro: Simonetta, Cristina, Giorgio, Umberto, Emma. E Martina, che rappresenta il seme impazzito di una società malata. Ed è lei a farne le spese, come una vera e propria vittima sacrificale. Ma alla fine non ha voce, la realtà oltre il romanzo si è già rassegnata all’evento. C’è nelle parole di tutti, però.

Sono io che non ho voluto guardare e ancora adesso mi chiedo: se avessi fatto qualcosa, qualunque cosa nel corso del tempo, in un momento qualsiasi, quella ragazza bionda, bella e simpatica, sarebbe ancora qui? (Umberto)

Me l’ha ammazzata. L’ha sgozzata come un pollo, porco Giuda! Sgozzata senza pietà, ridendo. Mi hanno detto che sorrideva quando l’ha uccisa. (Giorgio)

C’è come un’Innominata, c’è nelle carte di un processo.

Gli avvocati, il processo, io di fianco a lui in qualche udienza: l’ho rivista lì, dopo tutto quel tempo. Che occhi aveva: vuoti, smarriti, duri. (Emma)

Cazzo, è morta una donna, e io ci avevo parlato poco prima che venisse ammazzata. Ho ricordi un po’ vaghi, ero sbronza, ma mi ricordo il viso, lo sguardo, mi ricordo di lei. (Cristina)

C’è in uno stato, in un dato di fatto, una presa di coscienza.

Io non voglio più vedere nessuno, essere nessuno, sentire nessuno. Ho cinquantotto anni e non so ancora chi sono. Anzi, sì, lo so: io sono Simonetta Parrotti, ex moglie di Umberto de Petra. Ex avvocato, ex membro del Rotary Club di Torino. Sono Simonetta Parrotti, assassina. (Simonetta)

Ma il romanzo è due romanzi. Uno in questo agosto afoso. L’altro in un gennaio ordinario. In uno, Simonetta, detenuta con manie ossessivo-compulsive, non riesce a prendere sonno e misura la sua cella con il palmo della mano. Nell’altro, Simonetta, avvocato benestante prossima alla mezza età, si iscrive a un sito di incontri extraconiugali. Le due donne sono la stessa, e al contempo due persone profondamente diverse che vivono a distanza di dodici anni l’una dall’altra. Quello che è accaduto nel mezzo è un coro di voci che sembra recitare una sceneggiatura, fino all’atto conclusivo che culmina nel tragico epilogo: l’assassinio di una ragazza innocente.

In una Torino dalla funzione medusea, che sembra avere più anima degli esseri umani, sei individui vivono le loro piccole mareggiate personali, figli e fautori di una società anaffettiva e narcisista che li tiene legati, a volte in modo inconsapevole, da un fil rouge che si inspessisce progressivamente.

La vista della città attraverso la grande vetrata non lo incanta come succede di solito. Il fiume sembra un nastro di seta che luccica ai raggi del sole, la Mole Antonelliana che osserva dall’alto i tetti, la pianura e la collina, i grattacieli di vetro e acciaio che brillano come specchi e, dall’altra parte della pianura, la sagoma minuscola della Sacra di San Michele: la sua Torino, dall’alto della collina, sembra fatta di mattoncini e carta stagnola, avvolta nel caldo di agosto, eppure Umberto la fissa, senza vederla.

Simonetta, l’avvocato arrivista e dispotico che ha un conto in sospeso verso la propria famiglia, è il perno su cui si compie il destino degli altri, che non capiscono fino in fondo la mareggiata che li sta travolgendo, presi come sono a galleggiare in superficie e a giudicare dal ruolo sociale, dagli abiti firmati e dall’autorevolezza professionale.

L’omicidio di Martina diventa il simbolo di un nichilismo sfuggito di mano, di un mondo alla Facebook, dove la patina di finzione viene incollata anche alla vita reale.

I due tempi narrativi scanditi con date e orari ci fanno intuire che la storia è il presente, è oggi, Italia, 2019, mentre il tempo zero è una sorta di vita al di là del romanzo con effetto straniante. In questo tempo X, il lettore viene accompagnato pian piano nella psicologia di uomini e donne comuni, come noi tutti: adulti regrediti di fronte ai vizi, alla perdita di valori e al clima da fiction dei tanti piccoli mondi in cui viviamo.

L’iperrealismo, che ci fa riconoscere il nostro Zeitgeist dalle accurate descrizioni, spesso intimiste, della quotidianità intorno ai personaggi, si trasforma a tratti in una bozza di stereotipizzazione con esagerazioni tipiche della fiaba.

E se la fiaba sembra essere vissuta da ognuno dei protagonisti nella finzione verso l’altro, che si sviluppa prima di tutto con l’inganno nei confronti di loro stessi, la morale moderna è il mea culpa, che, come uno strappo nell’egoismo formato-quotidiano che precede “l’Incidente”, segna l’acme delle loro esistenze.

L’abbiamo seguito, noi di Tlà – agenzia letteraria & comunicazione, se non proprio sul nascere, da un certo punto di vita in fasce, finché questo romanzo è diventato adulto, solido, bellissimo.

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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